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I. Londra 1968: la maschera argentea
Il giorno era cupo, la piattaforma lucida di
pioggia, il treno passò veloce senza fermarsi.
Federico attese pochi minuti e un nuovo treno giunse nell’aria caliginosa, la
gente si accalcò per entrare. L’amarezza del nuovo giorno lo colpì con la
presenza dei mille volti, sentiva il pesante distacco, la noia, il tepore del
sonno interrotto, il chiasso nella testa era forte, cercò di ordinare le cose.
Lesse l’Overseas News del Times, che presentavano la stessa eterna insipienza,
le fermate si susseguirono come un incubo, il tanfo dell’aglio lo sorprese
inaspettatamente e le porte si spalancarono. Federico s’immerse nell’aria umida
avviandosi verso la tortura quotidiana. Pensava a quello che aveva letto la sera
prima: Spengler, parlava dell’urbanizzazione delle masse, di “Caesar like
figures” che avrebbero fermato l’avanzata del bolscevismo ai confini
dell’Europa. Pensò a Hitler alla sua voce isterica e sferzante. La sua vita
procedeva nello squallore quotidiano. Camminò lungo il marciapiedi contemplando
una bionda devastata dagli anni, profondamente decadente, ma ammaliante, entrò
nell’ufficio e fu colto da profondo sconforto.
Giorni prima, aveva esperimentato la profonda solitudine del mare, aveva
visitato la costa inglese presso Hastings. Aveva nevicato e il filosofico esilio
era finito in una sbornia di noia e malinconia che lo aveva paralizzato.
Continuò le sue vuote meditazioni, solo per igiene mentale.
La sua esagerata suscettibilità era stata ferita durante una passeggiata in riva
al mare, quando dei bambini gli avevano gridato di tagliarsi i lunghi capelli ed
erano fuggiti e lui li aveva mestamente osservati. Nulla sembrava scuoterlo,
contemplò il sole calante nel mare grigio come una platonica realtà riflessa
sulle acque. Cominciò a pensare ai paesi dell’Est e si diceva: sono
fondamentalmente fascisti, e lo erano prima della venuta dell’Armata Rossa.
Forse un giorno ci sarebbe stata una grande rivoluzione in Occidente e l’Armata
Rossa sarebbe giunta imponendo la giustizia in queste terre: sancta simplicitas.
Il freddo era intenso, l’orrore del giorno si avviava verso la sua conclusione,
uscì dall’ufficio e si diresse verso Victoria a piedi, attraversando Green Park.
Si fermò in una chiesa cattolica, che chiusa da alti edifici sembrava perdere la
sua naturale maestà. Angeli vittoriani, smussati, come giovanetti castrati si
ergevano sul portone e fissavano il cielo con occhi di struggente nostalgia: la
terra è invero un esilio, sembravano dire.
Il meeting sarebbe iniziato alle 20,30, c’era tutto il tempo per riposarsi,
esiliarsi in quel contenuto silenzio. Avanzò lentamente nella chiesa,
percorrendo la vasta navata, e si sedette presso una colonna dal capitello finto
- dorico, su una sedia di paglia. In effetti, era intimorito dal mondo esterno,
temeva di ritornare nell’oscurità della sera, temeva il contatto con il mondo
degli uomini, improvvisamente intravide un’ombra vicino a un altare barocco, era
una giovane donna inginocchiata. L’osservò con attenzione, mentre raccolta in
preghiera, sotto un Sant’Antonio che sembrava un pederasta morente, sollevava a
tratti un bellissimo volto, totalmente assorbita nella sua meditazione. La
contemplò con grande accuratezza non visto, capelli rossi, stupendi, cadenti
sulle spalle, una finta magra, con un corpo nervoso. L’immaginazione sessuale si
scatenò. Pensò che sarebbe stato bello avvicinarla da qualche parte, fuori della
chiesa e farsi prendere per un angelo, dicendo: le tue preghiere sono state
ascoltate.
Dopo un rimuginare pauroso di immagini sessuali che si rincorrevano
caoticamente, Federico si alzò e si avviò verso una bara di vetro che conteneva
un minuto santo del periodo elisabettiano, coperto da una maschera d’argento.
Lesse con attenzione: sbudellato ai tempi di Enrico VIII, o qualcosa del genere,
rimase profondamente incuriosito: “Ecco l’adorazione della morte, la vera
essenza del Cristianesimo” si disse mentre contemplava la maschera argentea.
Quello che più lo infastidiva era la femminea espressione del volto. “Finocchio
beatificato – pensava – Possibile che dalla predicazione del Cristo si siano
evoluti epifenomeni di questo tipo?” Autentica perversione, rifletteva, e
continuava a brontolare sulla salma del santo. Era attratto da quella decadenza
e dall’inutilità pomposa di quella morte, dal nulla di questo scheletro parato
in oro, argento e fini merletti.
A tal punto era arrivato nel suo soliloquio che fu sorpreso di vedere la ragazza
dai lunghi capelli passargli vicino, quasi sfiorandolo, interrompendo la sua
stramba meditazione; voltò di scatto la testa, osservando le gambe stupende
emergenti da una corta gonna; la ragazza transitò velocemente senza per nulla
notarlo. Era nel territorio degli angeli.
La chiesa era vuota, immensa in un silenzio represso ed ostile, un crocifisso di
stile senese pendeva da una larga trave, sostenuto da catene dorate, ricordava
vagamente un Cimabue con i colori di Duccio di Buoninsegna e si ergeva maestoso
contro la volta oscura.
Un tempo Federico aveva ardentemente creduto, ora analizzava i suoi sentimenti e
giungeva al nucleo nero della sua fede finita. Alla fede era subentrata la
volontà di cambiare il mondo, sentì una porta aprirsi in direzione della
sagrestia, un prete aitante, quasi saltellante si dirigeva verso l’uscita.
All’altezza della bara di vetro Federico lo fermò e chiese informazioni sul
santo, che lo inquietava e lo incuriosiva, il prete contorcendo le mani
grassocce narrò sinteticamente i fatti: era stato squartato vivo per la sua fede
dai protestanti..
Pensi Padre – disse Federico – se questo sacrificio è stato inutile, e si
meravigliò di averlo detto.
Il prete sorpreso, sorrise ma non rispose, salutò e si allontanò. Raggiunse un
chiostro pieno di libri e cominciò a rovistare, a mettere ordine mentre
osservava con la coda dell’occhio lo sconosciuto.
Federico si diresse verso l’uscita ma, notando il sacerdote che lo scrutava, si
segnò e ne provò vergogna.
Il freddo della sera l’investì, debolmente discese le scale, il luogo ove si
teneva l’incontro era vicino, s’avviò lentamente cantando un motivo di Presley,
fortemente degradato dalla sua voce stonata.
La casa era decente, assolutamente non rivoluzionaria, ma prettamente borghese:
dei tappeti coprivano i pavimenti lignei delle stanze, Federico procedette verso
una stanza illuminata. Trovò otto persone che parlavano concitatamente e un
giovane disteso su un letto. Aveva lunghi capelli biondi e una voce severa che
cercava di enunciare una nuova teoria: una rivoluzione politica in Russia, come
coronamento a quella bolscevica. Federico si sfilò il cappotto, si sedette per
terra vicino al fuoco e seguì le strane cose che l’uomo biondo diceva. Fissò
Bernardo accovacciato come un Buddha su uno sgabello, anche lui seguiva il corso
dei pensieri esterrefatto, i loro occhi si rivolsero verso James, l’uomo biondo.
La burocrazia egemone nell’Unione Sovietica andava spazzata via, una nuova
leadership era necessaria, con caratteristiche radicalmente differenti da quella
dominante. James s’infervorava, la rivoluzione era stata profanata, era nelle
mani di piccoli borghesi, gli operai non trovavano spazio, in Inghilterra una
nuova rivoluzione era necessaria con una dittatura operaia che avrebbe escluso
gli intellettuali dal ruolo egemone che avevano attualmente in Russia.
Federico a bruciapelo domandò: “Consideri Lenin, compagno, un piccolo borghese?”
”Naturalmente” rispose James, affermazione coperta da rumorose risate, che lo
fece rapidamente desistere dal continuare.
Tony prese la parola, il meeting si disperdeva in un labirinto inane di
concetti, enunciati sinteticamente e selvaggiamente contrastanti. Si cercò di
mettere ordine. Inutilmente, la critica alla rivoluzione bolscevica tornava
impetuosamente nella sala e disperdeva il dibattito in un caos di grida e di
insulti.
Da quando i fatti francesi erano esplosi, i gruppuscoli delineavano strategie
vincenti, strutturavano potenziali meccanismi che sarebbero divenuti gli
strumenti necessari per pilotare le masse verso le future utopie. Marchingegni
da inserire come teste e cervelli sul corpo dell’informe massa.
Federico era già finito in mano a dogmatici pazzi altre volte, e voleva evitare
situazioni imbarazzanti, sentiva la mancanza di un partito autentico, questi
incostanti gruppuscoli lo facevano ridere e pensava a Gaitskell, che aveva
definito i Trotzkisti “Peanuts”.
Ma cosa bisognava fare, il Partito Comunista Inglese era comicamente
irrilevante, la rivoluzione totalmente impossibile, una rivolta come quella del
’68 francese impensabile, la classe operaia alienata a tal punto che l’unico che
riusciva a smuoverla era l’elegante razzismo di Powell. E allora?
Si rese conto che frequentava una sinistra scissa, pateticamente confusa,
inutile, anarchica, incapace di imporsi una disciplina, condizione assolutamente
necessaria per creare una qualche forma di movimento. Gli incontri duravano
ormai da nove settimane ed erano divenuti un disastroso miscuglio di confusione
ideologica e volontarismo piccolo borghese, non si poteva trovare un punto fermo
dal quale partire.
Tony spiegò che sarebbe stato opportuno unirsi all’International Socialist, e
puntando a questa simbiosi aveva invitato due militanti di quel movimento.
Diceva che questo gruppo operava direttamente nelle fabbriche, aiutava negli
scioperi e faceva opera di proselitismo tra gli operai.
Bernardo chiese: “Hanno un’ideologia distinta?”
“No” rispose “l’IS non ha un’ideologia precisa.” James incalzò: “Allora cosa
dite agli operai?”
Ne scaturì che intervenivano esclusivamente con l’intento di aiutare, e che
erano un discreto numero per cominciare, circa duemila, ma che nessuno
interferiva sulle loro idee. Non c’era un comitato centrale, il proselitismo non
veniva fatto su basi ideologiche. Federico cominciò a ridere e si assentò
passeggiando nel corridoio, la cosa gli sembrava assurda, abituato al rigido
stalinismo assorbito negli ultimi anni, non riusciva a capire lo scopo
dell’operazione e la finalità del movimento. Nella stanza la discussione
imperversava tra grida e risate, Federico osservò con attenzione l’arredamento
della casa: c’era un’immagine del Che appesa ad una parete infiorata, sulla
sinistra appariva D.H. Lawrence che scrutava con occhi allucinati un
indefinibile punto nel grande vuoto.
Seduto su una poltrona sdrucita un uomo leggeva. Federico fumò una sigaretta, si
vergognava di essere finito in quel bordello, si fece coraggio e raggiunse
nuovamente la sala ove aveva luogo il dibattito. Una ragazza nera di felina
bellezza stava spiegando la catastrofica esperienza dei negri nell’emisfero
occidentale e il fallimento dei comunisti americani. Bernardo fece dei segni a
Federico indicando la porta, come per dire che il tempo per una fuga dignitosa
da quel petulante e disarmonico dibattito era giunto, ma Federico esitava.
L’ottimismo marxista di alcuni era semplicemente incredibile, chiunque si
sarebbe accorto che in Inghilterra non c’era uno straccio di possibilità per una
rivoluzione, ma quelli insistevano con il loro atteggiamento positivo e allo
stesso tempo assolutamente folle. Il numero non conta, diceva un tipo, i
bolscevichi hanno iniziato con un gruppo sparuto. E Hitler iniziò con sette
militanti, e guarda che cosa è successo, diceva un altro. Certo ma allora erano
altri tempi, affermava Bernardo. E ovviamente siete fuori dalla grazia di Dio,
aggiungeva Federico.
Mentre diceva così, una porta si aprì ed incredibilmente apparve la ragazza che
pregava presso la maschera d’argento e Federico ne fu sbalordito.
Prese coraggio e chiese: “Chi sei?”
”La compagna di James...”
“Ti ho visto in chiesa che pregavi...”
“Certamente, io sono cattolica” – disse con un accentuato accento irlandese – “e
se vuoi saperlo quelle stronzate che dite di là io proprio non le bevo...”
“Neanche io” disse Federico.
“E allora che cosa ci fai qui?”
“Me lo stavo chiedendo anche io...”
“James giunse e disse: hai conosciuto la mia bellissima donna?”
“Si l’ho vista in chiesa...”
“E che ci facevi in chiesa?”
“Mi riposavo, amo il silenzio dei luoghi sacri...”
“E vuoi fare la rivoluzione?”
“Ma che c’entra James, non c’entra un cazzo di nulla... non pregavo, mi
riposavo...”
La donna guardò James e disse: “avete svegliato il piccolo con tutte quelle
stronzate sul cambiare il mondo...”
“Mi dispiace Dorothy... staremo più attenti...”
Federico chiese: “Avete un piccolo?”
“Sì” disse James “lo vuoi vedere?”
“Sì, mi incuriosisce vedere tuo figlio, spero che cresca lontano da tutte queste
patetiche cazzate.”
“Lo vuoi veramente vedere il piccolo?” Chiese James.
“Certo, fammi vedere il marmocchio.”
Entrarono in una piccola stanza ove un bambino di due anni giocava. Quando il
piccolo vide Federico lo guardò con grande meraviglia, con occhi di stupenda
luminosità. Federico rimase stravolto, ed il piccolo toccò la sua mano, sentiva
che tra lui e questa creatura esisteva un qualcosa di profondo ed inspiegabile.
Da quegli occhi, da quella innocenza si apriva un mondo di luce, ma lui non
comprendeva il nesso, gli sfuggiva questo “cercarsi nel mondo”. Sentiva il
piccolo nel suo intimo, sentiva quello sfiorarsi che diceva: siamo dello stesso
metallo, veniamo dagli stessi mondi. Provò brividi e con gli occhi della mente
fu riportato nella semioscurità della chiesa nella zona degli angeli,
rappresentati da mosaici che sembravano avvolti dall’ombra e dalle tenebre come
se fossero bilanciati tra il regno satanico e quello angelico; e nel bagliore
della mente, come un flash, intravide un essere di luce dal volto austero e dai
capelli canuti che sorrideva e mostrava una grande spada di fuoco come
un’Excalibur fiammeggiante.
Federico si riprese, ondeggiò e cerco di sembrare normale.
“Come si chiama questo esilarante marmocchio?”
“Oz” disse il padre “il piccolo si chiama Oz.”
“Un bel cazzo di nome per questo piccolo angelo” pensò Federico, ma non disse
niente e lui che non sapeva come trattare bambini di quell’età, lo sollevò
d’istinto e l’abbracciò amorevolmente, e il piccolo gli toccò la fronte con una
spada di plastica, quasi benedicendolo.
Dorothy disse: “Una zingara mi ha fermato ieri, lo ha guardato e ha detto: un
oceano di sangue per le piccole luci, per i piccoli esseri... non ho capito
quello che volesse dire ma sto ancora tremando.”
“Condurrà la rivoluzione inglese, le piccole luci sono il proletariato” disse
James che aveva un nuovo Lenin conficcato nel cervello. Federico invece era
scosso da immagini angeliche di natura tumultuosa, incomprensibili, vedeva nella
mente una lotta micidiale come espressa in mille mosaici. Alla fine nella totale
confusione uscì e mormorò: “Che la luce divina sia con te.” Da tempo il suo
ateismo era profondamente incrinato. Non riuscì a smettere di pensare al
marmocchio per un solo momento, seguiva anche la caotica confusione dei
concetti, lo riprese l’urgenza del silenzio e si avviò attraverso la piovosa
città.
Federico odiava le città, ma essendo stato allevato in quel veleno non poteva
disfarsene.La scelta rimaneva tra lo squallido mercanteggiare giornaliero e una
vita di vuoto silenzio: s’inabissò in un labirinto di vicoletti nella zona di
Temple, attraversò l’area ove risiedono gli studi degli avvocati e provò
nuovamente pace. Ma che cazzo di nome gli hanno dato all’angelo, si ripeteva, di
una cosa era sicuro: quel piccolo non era di questa terra. Si sedette sotto un
albero, su una panchina, il cielo aveva un riverbero violaceo, la pioggia
scendeva ancora lenta, il marmo era lucidissimo, la pietra tufacea intrisa di
umidità era stupendamente smussata. Quelle pietre antiche consumate dagli
elementi, quel senso architettonico del logoro, avevano il potere di condurlo a
riflessioni sulla vita monastica, che aveva molto desiderato, ma essendo privo
di fede, non poteva concedersi.
Federico sognava sempre di perdersi in ombrose foreste, era totalmente
estraniato dalla nevrosi occidentale dell’agire, si sentiva come un cavaliere
perso alla ricerca del Graal, ma di quelli che avevano fallito, di quelli non
amati dall’Oltre che diventavano poltiglia arrugginita, ferro abbandonato,
corazze ammaccate, latta contorta, ossa lerce. Da anni si era allenato, come un
monaco buddista, a pensare alla propria futilità. Pessimista per natura, reagiva
con gioia, con amore verso le piccole cose, amava sproporzionatamente gli
animali e le cose inanimate, e quel suo amore per il precario, per l’effimero
era come una luce ondeggiante su un oceano di intensa oscurità. Era quasi
diventato prete, e aveva anche subito una serie di travagli mistici stoicamente
contenuti, ed era emerso da quella confusione indirizzandosi, come tanti, verso
un marxismo caotico, che si stava configurando nel tempo in una visione più
disciplinata.
Ancora assorbito dalla visione celestiale del piccolo, ma già ripreso dalla
nausea quotidiana per l’umano, Federico attraversava un ponte ad arco sotto la
pioggia divenuta sferzante e pensava se si potesse concepire la vita come
un’esperienza vivibile. Che trovano gli uomini nella vita? E questi fottutissimi
hippies che rappresentano? Si chiedeva mentre incrociava un fradicio flower boy,
sul ponte, traballante nella tempesta . Una nuova farsa con delle
caratteristiche positive, si disse.
Il giorno prima aveva incontrato nella casa d’una amica, con la quale aveva una
relazione che durava ormai da anni, uno di questi infiorati adolescenti che si
era dato il compito di condurre Irina verso l’illuminazione e il conseguente
Paranirvana. Il Satori avrebbe avuto luogo presso Sheperd Bush, nella ricca casa
della donna. Un compito assai arduo perché Irina era una creatura profondamente
passionale, dedita al sesso in maniera perversa. L’incontro aveva lasciato in
lui una certa amarezza. Federico si era interessato di misticismo orientale e
per un lungo periodo lo aveva studiato con grande attenzione raccogliendo
innumerevoli libri sul soggetto, ma l’eccletismo del giovinetto era
incredibilmente supponente, e come i suoi coetanei di sinistra aveva il cervello
totalmente confuso dalle miriadi di credi che stavano piovendo sull’Occidente.
Il ragazzo infilò nel suo pistolotto mistico Einstein, Democrito, il Buddha,
Marx, Confucio e tutto ciò che suona altisonante sotto il sole. Un immenso
calderone di idee, un tourbillon finalizzato ad infilare il pene nelle cosce
accoglienti della donna; tutto il lavorio pseudo – intellettuale mirava solo a
quello. Fu un fiorire oltraggioso e dissonante di teorie e Federico provò nausea
per la sconcia, eccessiva presentazione, ma Irina era lì a bocca aperta pronta
ad assimilare tutte quelle assurdità filtrandole alla sua maniera. Tutto trovava
compimento, ovviamente, nel sesso e nei suoi tradimenti che originavano dal
fatto che il marito non si prendeva cura di lei, infatti gli spazi sessuali di
Federico si aprivano solo dopo le violenti liti della coppia.
Approfittando di un momento di assenza del flower-boy, che era partito per
defecare e non tornava Federico disse: “è possibile che bisogna sentire sempre
le stesse stronzate, ma tu sei fedele?”
“Lo faccio con te solo quando mio marito mi tratta male.”
“Senti, non ce la faccio più con questo finocchio infiorato, fa una confusione
del cazzo con tutta questa maledetta filosofia maldigerita... non ci capisce un
cazzo di niente.”
“Non vorrai darci le solite lezioni sul marxismo dialettico?”
“Quello te lo vuole infilare nelle natiche e se ne frega di Confucio, se torna -
ammesso che riesca ad espellere quello stronzo ligneo che gli si è incastrato
nell’ano, fagli cambiare soggetto, è semplicemente patetico... ma vedo che
conduce una grande battaglia con il suo stronzo, forse potrei precederlo... con
una sveltina... ”
“Che termine orripilante, sei proprio un classico italiano”
“Come va tuo marito con i suoi scioperanti?”
“Fanno schifo, senza di lui sarebbero per strada..”.
“Certo... alla fame, divorando i cadaveri dei figli... fanno male a scioperare,
così non puoi comprarti la tua trentesima pelliccia di visone... ”
“Mio marito ha lavorato duro nella vita... ”
“E loro no...?”
Ma il giovane, dopo l’elaborata defecazione, che lo aveva lasciato pallido e
sudato, si ripresentò riprendendo le sue meditazioni filosofiche e a quel punto
Federico non resse, si levò pesantemente e disse: “Bullshit...” uscì e lasciò
Irina con il filosofo.
Un fracasso infernale di macchine lo accolse al cancello, si avviò verso la
metropolitana stremato e anche incazzato, avrebbe montato Irina con piacere. Un
vuoto intenso lo serrò alla testa, le cose precipitavano nel loro non essere,
una specie di nulla sottolineava tutto il suo sentire: la percezione del mondo.
Un freddo umido penetrava nel suo corpo, lesse alcune pagine di un libro di
Huxley. Mentre il treno raggiungeva la stazione di Green Park, un ubriaco
cantava sulla piattaforma, le luci al neon ferivano i suoi occhi stanchi.
Coperto da stracci, un uomo si era gettato in un angolo del treno, il sudiciume
gli aveva formato croste sul volto. “Ecco il mondo” disse tra sè. Il vuoto gli
serrava la gola mentre il treno continuava la sua corsa nella notte. Pensò
nuovamente: “Ma che ci trovano gli uomini nella vita?” E cominciò a salire le
scale di casa.
Si sedette e fumò, ma non ci volle molto per crollare nel sonno. Sognò con
rapidità inaudita: vedeva il piccolo Oz con lo spadino di plastica trasformarsi
in un uomo enorme, incappucciato ed improvvisamente la spada era divenuta di
acciaio purissimo e fiammeggiante e Oz la scuoteva verso il cielo. Poi l’uomo
tornò ad essere un bambino e riprese rapidamente le originali sembianze. Ora
parlava come se fosse un adulto, mentre un uomo dai capelli candidi, alto,
austero ma vestito poveramente, lo teneva tra le braccia. Il piccolo nuovamente
sfiorò Federico, ma questa volta con la lama di acciaio e disse: “Non temere,
poiché tutto giungerà a compimento...” .
Federico trasalì e vide un grande fuoco levarsi presso un ruscello di sangue.
Vide l’uomo canuto deporre il piccolo e gettare un oggetto d’oro e un lembo di
seta tra le fiamme che stavano consumando due corpi che non riusciva a vedere
con chiarezza. L’uomo sorrideva mentre fumava una sigaretta. Gli occhi erano di
un ceruleo intenso e di una trasparenza, di una lucentezza indescrivibile. Era
come se l’universo intero fosse contenuto nelle sue pupille. Un senso di pace
profonda lo colse. Nel sogno pensò: è giunto l’Angelo del Signore.
Ora uno sciame di luce iperfisica lo investiva e Federico si svegliò come se
fosse in un lago di fuoco, le immagini vorticosamente si dilatarono, sino a
svanire verso la luce del lume per poi inabissarsi nell’oscurità della stanza.
Asterix lo guardava scodinzolando, Federico lo accarezzò e disse: “Mi ha
visitato un angelo, vecchio mio, ma non ci ho capito niente.” Il vecchio cane
sbadigliò e lo leccò sulla guancia.
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