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7. La scintilla divina Caro
Federico,
Ti scrivo due righe dall’albergo dove ho trovato lavoro grazie al nostro comune
amico Paolo Bonomi. Ti scrivo perché gli orari di lavoro e le mansioni annesse
sono tali da buttare a terra un rinoceronte ed io non ho né il tempo né la
voglia di venire a trovarti. Purtroppo non posso dire di aver avuto fortuna, i
padroni sono due negrieri per i quali il dipendente è solo uno schiavo da
sfruttare il più possibile, un essere senza dignità né diritti. Se lavori tre
ore di più (a parità di stipendio, s’intende!) ti dicono bravo ma se poi ti
rifiuti di fare la quarta, subito torni ad essere uno sfaticato irriconoscente
ed egoista.
Vladimir, mio vecchio Vladimir, perché abbiamo fallito?
Voglio descriverti i miei due padroni, i signori Cuzzoni, non Cazzoni, perché
penso ne valga la pena. Rientrano appieno nella categoria dei “cignali” di cui
spesso abbiamo parlato. Lei: grassa, bionda, piena di boria e convinta di sé,
pretesa maître, sommelier, chef e troia. Siccome è abbastanza piacente, si
diverte a provocare i dipendenti nei modi più sfacciati: niente reggiseno (non è
che abbia poi un bel seno, del resto), spacchi e scollature vertiginosi,
minigonne al livello del pube, mutandine che entrano nel sedere e via dicendo.
Si crede raffinata e donna di cultura ma si muove con la grazia di un TIR su una
strada sterrata e parla come una pescivendola livornese. Lui: tipico maschio
latino, una bestia di cento chili con una pelata alla Ronaldo, tutto auto,
caccia e fica. Avanza (non cammina, avanza) sempre a mani larghe, guarda gli
uomini come a potenziali avversari (oppure, a volte, complici) e le donne come
ad inutili ammassi di carne cresciuti attorno ad un buco. Entrambi: pieni di
soldi, ricchi di famiglia, ignoranti, rozzi, spocchiosi e, per soprammercato,
massoni! Non mi resta che augurare a me stesso buona fortuna, amico mio. Sento
che ne avrò bisogno!…
Spartaco
Dice Luria: La contrazione lo racchiude nel profondo, per creare Dio si
restringe, si chiude in se stesso, nel ritirarsi abbandona nello spazio un
residuo di luce e vi proietta le dieci emanazioni: le Sefirot. Ma lo spazio non
può sopportarle, non può contenerle e la luce viene rinchiusa in dieci vasi, i
primi tre di luminosità immacolata, gli altri sette di un misto di scorie, di
residui luminosi, dove Dio proietta, getta le impurità che lo ottenebrano.
L’equilibrio primordiale contiene l’essere, tutto è originale silenzio, per
attimi esiste un’immensa armonia, tutto riposa nel grembo dell’Essere, ma la
potenza della luce erompe con il suo potere incontenibile e stritola i vasi
contenenti le impurità...
Caro Federico,
sto leggendo alcuni capitoli della tua “Italia Misteriosa”. Spero che le cose
comincino a girare per il verso giusto, sarebbe ora. Cercherò di venire a
trovarti presto, appena avrò un momento libero. Per il momento posso solo
raccontarti due o tre quisquilie riguardo alla mia vita qui al “Venatore”.
Dunque, devi sapere che il proprietario, appassionato cacciatore (posso già
immaginarmi la tua smorfia di disgusto) possiede due cani e diversi gatti,
proprio come te. I gatti vivono nella casa padronale a Montefalco, assieme ad un
bellissimo bracco italiano di nome Melampo. I gatti sono accuditi dalla moglie,
Melampo da lui. Il “cignale” pisano possiede anche un pastore tedesco di sette
anni, di nome Fido. Questo, non essendo un vero cane da caccia (anche se
l’istinto non gli manca; spesso sparisce per ore e ritorna dopo aver compiuto
autentiche stragi di galline e conigli) vive nei pressi dell’albergo, senza
cuccia o dimora fissa, nutrito dal lavapiatti nei modi che ti dirò poi. Fido è
il cane più buono e dolce che abbia mai visto. Nonostante pesi quasi mezzo
quintale ed incuta un certo timore (credimi, sarebbe in grado di staccarti una
mano a morsi, tanto è grosso), è di una mansuetudine che strappa il cuore. Tiene
sempre le orecchie e la testa bassa, la coda tra le gambe, si avvicina con
timore, scappa al minimo rimprovero ed ha paura dell’acqua. Vive come un
randagio nel parco dell’albergo, ignorato dai padroni, sempre sporco, col pelo
mal curato, pieno di fango se piove, tutto polveroso se è sereno. Elemosina
carezze e coccole ai clienti di turno. Se uno di loro ci gioca un po’, il
vecchio Fido lo segue fino in camera. Prima della chiusura, il “cignale” viene
in cucina, rovista tra gli avanzi che il lavapiatti ha raccolto in un
contenitore, sceglie i migliori pezzi di carne per il suo Melampo e se ne va.
Poi arriva la moglie, si piega bene per mettere in mostra il culo (e talvolta
qualche cosa in più) e sceglie a sua volta i bocconcini migliori per i suoi
gatti. Ciò che resta, un po’ di pasta, verdure e forse qualche osso spolpato, va
al povero Fido, che verso mezzanotte arriva con la sua espressione mesta ed
umile, infila il muso nella porta e guaisce, sperando che qualcuno si accorga di
lui e gli rifili il suo miserabile pasto. Dopo qualche giorno di questa storia,
mi sono rotto i coglioni ed ho intimato al lavapiatti di mettere da parte un po’
di bocconcini da nascondere ai padroni, affinché anche Fido possa avere un po’
di quella carne che qui si spreca a chili.
Dimmi tu, caro Federico, se certa gente si merita di essere baciata dalla
fortuna...
Spartaco
... per l’impatto, le scintille divine si sparpagliano, si diffondono negli
angoli oscuri dello spazio, la materia diventa il loro sepolcro. Uomini, piante,
pietre divengono le prigioni delle scintille.
Ora esperimentano la profonda abiezione dell’abbandono e dell’esilio.
Sono sovrastate dalle potenze demoniache. Dopo la catastrofe metafisica tutto è
separazione, tutto è frammentazione, tutto è dominato dalla morte...
Caro Federico,
dato che ancora non trovo il tempo di farti visita, mi limito a scrivere
un’altra lettera. Il lavoro è davvero duro e, quel che è peggio, anche mal
pagato, tanto che sto già pensando di cercare un altro posto. Il padrone dà
continuamente in escandescenze, insulta tutti e, se qualcuno si azzarda a
chiedere un aumento, urla che dovremmo pagarlo per il privilegio di lavorare da
lui, figuriamoci!
Alcune note a riguardo del “cignale”?
L’altro giorno lo abbiamo visto passare tra i campi attorno all’albergo, in
completo da cacciatore, pavoneggiandosi davanti a clienti che prendevano il sole
in piscina, è davvero partito di testa. Quando si arrabbia, si “sfoga” prendendo
una pistola ad aria compressa e facendo strage dei piccioni che si posano
attorno al ristorante alla ricerca di cibo. Poi li passa ai cuochi e, la sera,
intrattiene i clienti che hanno ordinato piccione dicendo: “This is my piccione,
it’s a beautifull piccione, yeah!” Un mio collega mi ha raccontato che, a volte,
costringe il filippino che funge da lavapiatti, giardiniere e schiavo (ogni
tanto lo prende anche a calci) a tirare sassi sul tetto dell’albergo per
spaventare i piccioni che vi fanno il nido, in modo da poterli impallinare
mentre scappano. Di tutto questo si vanta quando viene a mangiare in mensa con
noi. Una volta ha raccontato, alla presenza della moglie, di quando se la faceva
alla pecorina in un bagno e tirava agli uccelli di passaggio mentre continuava a
scoparla. Che macho! E lei, la cretina, rideva tutta contenta e diceva: “Sapete,
lui è così!” Mi chiedo se quel matterello (o matterelli) che vanno in giro ad
ammazzare i cacciatori finiranno un giorno o l’altro per pensare ad una caccia
al “cignale”...
Spartaco
... ora le scintille imprigionate nelle cose elevano lo straziante lamento, si
struttura il mondo, comincia il terrore, il tempo delle lacrime, l’urlo del
creato lo senti con il cuore, l’assoluto si allontana, si cela, il visibile e
l’invisibile si separano, l’uomo sprofonda nel cuore della tenebra.
Dopo la rottura dei vasi la Shekinha è esiliata, la luce diviene tenue, vaga
disperata nell’afflizione, la trovi nei bordelli, nei canili tra bestie
disperate, vaga tra le favelas, nell’Albania liberata dal comunismo, vaga tra i
drogati, nel silenzio del mondo, tra le scorie della civiltà della tecnica...
Chi libererà le scintille imprigionate?
Chi restaurerà la luce sepolta?
Chi ricostituirà l’unità primigenia?
Quale è la fondamentale verità dell’essere?
Cos’è la verità?
Secondo Heidegger il destino dell’uomo dipende dall’interpretazione della parola
“verità”, esimio lettore, e nel cercare di chiarire questo concetto, lo
chiarisco a me stesso, poiché mi sono stravolto il cervelletto per capire il
vecchio Martin. E molti neo-positivisti pensano che il filosofo sia
completamente folle: la verità per Heidegger ha il senso greco dello svelamento,
A-letheia, che si può tradurre come “ciò che esce dal nascondimento”, quindi
siamo davanti ad un’interpretazione totalmente differente dalla vecchia maniera
di concepire il Vero.
Cos’è il Vero per te, erudito lettore? Il Vero è che il sole splende, se il sole
splende, che il mare è azzurro, se è azzurro il mare, che Sofia Loren ha
notevoli cosce e che Versace era ricco e gay ed ora è morto.
Ho letto un’interpretazione molto limpida di Galimberti e forse riesco a
comunicarti quello che penso al riguardo, anche, se in effetti, non te ne
fregherà niente. Anzi sono convinto che ti annoierai mortalmente, ma vale la
pena provare.
Tutto questo lo sto pensando dopo aver giustiziato criminali, sono quindi scosso
dagli eventi, ma il fatto che mi riesca a concentrare su un problema filosofico,
dimostra che trascendendo l’orrore brutale nel quale sono immerso, medito sulle
cose, cercando di capire il grande mistero che le circonda.
Procediamo: il termine Veritas latino o il termine tedesco Wharheit denota un
custodire, un preservare, mentre il senso che Heidegger dà alla parola è
profondamente differente: Verità, come ho detto, è per il vecchio Martin
“svelamento”.
“Cosa svela la Verità?” si chiede e risponde Galimberti interpretando Heidegger.
Svela la natura, che per i greci è l’Essere nel suo originario manifestarsi. La
Verità per loro è il presentarsi epifanico dell’Essere, che esce dall’oscurità
del nascondimento e si presenta, si esterna, si lascia percepire, vedere,
assorbire.
Ma quando il senso greco di physis è perso, le cose si stravolgono e siamo
davanti all’Ente creato uscito dal grembo del munifico Iddio, siamo davanti a
qualcosa che dipende in senso creaturale dall’Indicibile, dall’Oltre che la
proietta nel vuoto e la fa essere.
Una definizione di esemplare semplicità che è base del futuro e moderno pensare,
se l’uomo non vuole svanire dalla terra.
Ma come è successo, distinto lettore? Perché il concetto epifanico dell’essere è
stato stravolto ed è divenuto offuscato, tradito ed è diventato, in un senso,
completamente altro?
Dice Heidegger, nella lettura di Galimberti: “Lasciata a se stessa, questa
natura attraverso le passioni, produce la rovina dell’uomo….perciò deve essere
sottomessa: in un certo senso essa è ciò che non deve essere”. Ed ancora:
“L’uomo prende posto al centro dell’ente, ma non è l’ente più elevato.”
All’origine del travisamento è il discorso platonico del Bene Supremo,
dell’Aghatòn, di ciò che è infinitamente buono e lo sovrasta. Quindi l’Essere,
che si manifesta nella sua verità diviene qualcosa, se così si può dire,
dominato dall’Assoluto e dipendente da esso. L’Essere, dice Heidegger, è
superato in dignità e potenza. L’Essere non ha più il valore epifanico del
disvelarsi, dell’apparire, del manifestare ciò che si nasconde, ma diviene una
realtà fenomenica signoreggiata da un iperuranio. Il mito della caverna
platonica è chiaro su questo e annuncia una realtà offuscata sottoposta al Vero.
Ora tutto è sotto la sfera dominante del Bene, esterno alla realtà ed è
completamente altro. E si arriva al discorso tomistico: dell’ “Adequatio tra
intelletto e cosa”. L’A-letheia svanisce, diviene correttezza di giudizio, la
Verità diviene la classica corrispondenza tra il pensiero e il suo oggetto:
l’adeguamento dell’intelletto alla cosa.
L’essenza della stravolta Verità porta l’uomo al centro dell’Essere e lo
trasforma nel padrone e nel tiranno dell’Essere reificato. Dallo stravolgimento,
che a te, esimio lettore, sembra una notevole filosofica bazzecola, una banale
fesseria, sgorga l’epoca del domino della tecnica, nasce il germoglio di acciaio
che maturando cambierà il destino dell’uomo.
La tecnica sfida la natura, la giudica, l’analizza, la viviseziona, la svuota di
mistero, l’uomo diviene, in effetti, il tiranno dell’essere, non accudisce, non
cura le cose, gli enti, ma brutalmente li sovrasta.
La terra si trasforma in usura, dice Galimberti, interpretando Heidegger, l’uomo
im-piegato dell’apparato tecnico riduce la terra a materia prima e diventa a sua
volta la materia più importante.
Ci siamo, egregio lettore?
Con Cartesio giunge il “Cogito” e il concetto matematico di natura, nasce la
scienza moderna. Si completa il grande stravolgimento: l’uomo si pone come
soggetto davanti alla natura resa oggetto. La natura diviene “ciò che è davanti
alla progettazione umana”. Tutto si trasforma in calcolo. L’uomo trasforma le
cose in oggetti da vendere e da acquistare. Il pensiero calcolante è nato,
evolve multiforme, invade tutto.
Galimberti, seguendo Heidegger, ed infinitamente meno oscuro, produce un brano
che chiarisce tutto il pensare del filosofo. “Kant enuncia con queste poche
parole la nuova Weltanschauung: «E’ necessario che la ragione si presenti alla
natura non in qualità di scolaro che stia a sentire tutto ciò che piace al
maestro, ma di giudice che costringa i testimoni alle domande che egli loro
rivolge. (...) Sinora infatti si è ammesso che ogni nostra conoscenza dovesse
regolarsi solo sugli oggetti. Si faccia solo finalmente la prova di vedere se
saremo più fortunati facendo la prova se gli oggetti debbano regolarsi sulla
nostra conoscenza, proprio come la prima idea di Copernico il quale, vedendo che
non poteva spiegare i movimenti celesti ammettendo che tutto l’esercito degli
astri rotasse intorno allo spettatore, cercò se non potesse riuscir meglio
facendo girare lo spettatore, e lasciando in riposo gli astri»”
Quindi, esimio lettore, la scienza moderna gestisce l’Ente, annientando il suo
naturale fondamento, e crea due mondi: quello esterno agli enti:
l’inconoscibile, lo rende sacro, l’altro, quello che gli rimane tra mani, cioè
il visibile, gli enti, lo manipola, lo sfrutta, lo distrugge, lo utilizza,
rendendolo vuoto di mistero e di sacro.
L’albero è un ente per far tavoli, l’agnello è dieci chili di carne da divorare,
il fiume manomesso produce energia. Dio guarda e approva nel suo luogo che è
oltre lo spazio e il tempo. L’Ente, quindi diviene oggetto, questo processo
conduce l’uomo nella sfera del nichilismo. L’epoca della tecnica è l’epoca del
nichilismo. La dimenticanza dell’Essere porta direttamente al Nulla.
Seguiamo Galimberti, interprete di Heidegger: Nietzsche smaschera il nichilismo
ma non lo supera, rimane trincerato nel concetto della volontà di potenza; ora
l’iperuranio platonico crolla, tutto frana nell’innocenza del reale, Nietzsche
attacca la sovrastruttura spirituale, la demolisce, innalza un cantico alla
volontà di potenza e pensa di aver superato la metafisica. Ma Nietzsche è parte
integrante della metafisica, si illude di superarla, sfortunatamente c’è dentro
fino al collo.
Heidegger afferma che la sentenza di Nietzsche: “Dio è morto” e il picconare del
filosofo fanno cadere l’impalcatura sovrannaturale, ma non basta smascherarla,
l’uomo immerso nella dimenticanza dell’Essere pensa solo alle cose, tutto il
pensiero calcolante si manifesta nel dominio sulle cose. Anche il pensiero di
Nietzsche è parte dell’errare. Il nichilismo, l’inquietante ospite è giunto, ha
bussato alla porta, ed è entrato. Ma la prepotenza della tecnica non fa
scomparire la Verità, che in un certo senso si occulta, la Verità si preserva
anche nel massimo momento della negazione. Nel travisamento dell’Essere, gli
uomini procedono nell’errare tra enti senza fondamento del mondo reificato. Come
una scimmia in una gabbia l’uomo gioca con gli oggetti, prigioniero delle cose
ed esiste senza il terreno originario. L’errare è l’antitesi dell’originaria
Verità. Quindi, dopo il travisamento e dopo lo sviluppo della scienza moderna,
l’uomo per riscattarsi deve abbandonare il pensiero calcolante.
E’ nel pensiero che pensa, dice Heidegger, che l’uomo può trovare salvezza.
“Ciò che è veramente inquietante non è che il mondo si trasformi in un completo
dominio della tecnica. Di gran lunga più inquietante è che l’uomo non è per
nulla preparato a questo radicale mutamento del mondo.”
E tu dirai, esimio lettore, ma che c’entrano Heidegger e Nietzsche con le
esecuzioni di balordi?
Semplice, i filosofi ed in particolare il vecchio Martin hanno risvegliato in me
un sentimento di rabbia verso la manipolazione delle cose. Non voglio
coinvolgere il filosofo in quello che ho fatto, che è una mia totale e purissima
scelta.
Uno può dire ad un certo punto della sua vita: basta, c’è un limite all’orrore.
Un disperato, un solitario può esporsi e rischiare mortalmente nella difesa di
ciò che non ha parola. C’ero già arrivato da piccolo, l’orrore mi distruggeva
quando vidi dei gatti crocifissi a Roma e dei cuccioli accecati. Detesto,
erudito lettore, tutto ciò che domina violentemente le cose e capisco i
sentimenti dei guerrieri dell’esercito delle 12 scimmie. Più siamo, più
distruggiamo. Dobbiamo essere fermati in qualche maniera, dobbiamo essere
ridotti, limitati. Dobbiamo far respirare la terra. E questi poveracci
massacrati, sono colpevoli come i soldati nazisti che i partigiani colpivano.
Con una differenza, questi erano sadici sterminatori l’equivalente di
torturatori delle SS.
Sento già la massaia di Campobasso che grida: “Ma sono solo animali...”
Come si risponde a questo stupido commento?
Metti le chiappe sulla poltrona sdrucita, tettona, e guardati Bonolis o Pippo
Baudo o qualche vacca gaudente in TV e taci... per l’amore di Dio, taci...
Un ultima domanda, carissime, secondo te quella casalinga può avere veramente
nel corpo deforme, nella mente alterata, una scintilla divina? O può essere una
scintilla divina che contiene un corpo deforme e una mente alterata? E’ mai
possibile un simile orrore?
Si, la Shekinà è nella depravazione massima.
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