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8. Sike Caro Federico,
mi sono inabissato in Dostoevskij e non riesco a venirne più fuori.
Dopo aver visitato i Demoni ed aver convissuto con Satov, Dasa, Petrovna,
con i Lebjadnik, con Verchovenskij – Necaev, con il Cristo sbiadito:
Kirillov, con il profumato idealista: Trofimovic e con il Faust –
Stavrogin sono sceso nell’abisso di “Delitto e castigo” proiettandomi,
vorticosamente, nel magma mentale di Raskol’nikov: un labirintico vagare.
Un sera, Federico, lei mi raccontò che “Delitto e castigo” fu il primo
libro che lesse, e che lo trovò, coperto di polvere, nello studio di suo
nonno, che tanto amava Schopenhauer.
E già... Schopenhauer, quando ho letto il sogno di Raskol’nikov
riguardante la povera cavallina massacrata, per il gusto di massacrarla,
da quel gruppo di assassini ispirati dal demone Mikolka ho pensato a lei.
Ho anche riflettuto sulle esecuzioni sommarie degli animalisti e comincio
a considerarle sacrosante e giustificate. Devo dirle che dopo aver letto
il sogno, sono stato male due giorni e volevo sospendere la lettura del
libro. Poi l’ho ripresa: non c’è nulla al mondo come Dostoevskij per
comprendere l’essenza dell’orrore di essere umani. Sto elaborando, poiché
elaborare è il termine giusto, con infinita, meticolosa pazienza un
articolo sul riflesso scimmiesco nello scrittore. Mi interessa l’idea del
doppio che emerge dagli scritti del grande russo. Mi affascina l’ombra
dell’eroe tragico che assume un carattere caricaturale e meschino. L’idea
me l’ha data un’introduzione di Leonid Grossman: il critico evidenziava,
in una sontuosa introduzione di “Delitto e castigo”, come l’ombra di
Stavrogin fosse quella meschina di Verchovenskij, e come la sbilenca
grandezza di Ivan Karamazov proiettasse la silhouette oscura di
Smerdjakov. Oltre a quest’articolo desidero scrivere qualcosa sul “Che
fare?” di Cernysevskij e uno studio accurato sui Demoni e Stavrogin, che
mi affascinano in modo particolare.
La storia del cavallo massacrato mi ha fatto pensare ad una sua vecchia
lettera.
Lei scrisse che Nietzsche a Torino, nel momento culminante della follia,
abbracciò un povero ronzino e lo chiamò fratello. Ricorse così alla
compassione schopenhaueriana sepolta e disprezzata nei suoi scritti. Ho
riletto la lettera: lei scrisse che il 3 gennaio 1889, Nietzsche vide un
vetturino percuotere un cavallo, attraversò la piazza, e con un urlo
disperato abbracciò l’animale: era il momento finale del crollo, subito
dopo il filosofo si inabissò nella notte della follia.
Su questo episodio, certamente, se ne sono dette tante, Gottfried Benn
scrisse che i cavalli erano due, le date cambiarono continuamente e
cambiarono anche i luoghi e le piazze. Per alcuni il fatto avvenne in
Piazza Carlo Alberto, per altri si svolse in Piazza Carlina; ma che
importa? L’episodio è sicuramente avvenuto ed il gesto di Nietzsche è
degno di un romanzo di Dostoevskij. Un giorno impazzirà anche lei,
Federico, magari in una piazza di Arezzo, forse in Piazza Grande,
difendendo un macilento piccione o un gatto randagio.
Ho parlato con un paio di personaggi a Tokyo, seguendo la sua idea, di
convincere un magnate giapponese a produrre un film su Giuliano
l’Apostata; sto rileggendo Ammiano Marcellino. Mi sembra di capire che il
suo rispetto per l’Imperatore derivi essenzialmente dal fatto che abbia
osteggiato il Cristianesimo che stava trionfando in un tripudio di risse
teologiche. Ario, Atanasio, la follia del “filioque”. Ricordo che, una
sera nella sua casa a Chicago, padre Angelo – se ne uscì con una frase
sorprendente, mormorò: “Sarebbe stato meglio per tutti se Giuliano ci
avesse rigettato nelle catacombe e non ci avessero più fatto uscire”. Da
questo capii che il sacerdote riteneva il Cristianesimo autentico e
luminosamente vibrante solo durante il periodo delle persecuzioni quando
non conosceva il potere temporale ed era esposto alla violenza del mondo.
In breve sembrava che dicesse che la Chiesa di Gesù è solo quella dei
poveri e dei perseguitati. Lei precisò che ammirava l’Apostata per il suo
coraggio, ma che lo disprezzava per le ecatombi animali; e pur essendo
affascinato dal ruolo anticristiano dell’Imperatore scherniva i suoi
continui massacri e le sue superstizioni che riteneva indegne di un
filosofo.
Ho riletto con attenzione il brano ove Ammiano Marcellino parla della
maniacale necessità di Giuliano di sacrificare agli Dei: un’autentica
vocazione al macello. Ed, infatti, lo chiamavano “macellaio”. Ricordo che
quella sera, caro Federico, lei estrasse dalla sua polverosa biblioteca un
libro dalla copertina rossa e lesse, in latino, una lingua dai toni
melodiosi per me incolto giapponese, un brano che ho ritrovato frugando
tra le pagine di un vetusto volume latino con una traduzione inglese:
“Hostiarum tamen sanguine plurimo aras crebritate nimia perfundebat...”...
“Affogava gli altari nel sangue di un esorbitante numero di vittime,
offrendo fino a cento buoi alla volta, innumerevoli greggi di altri
animali e bianchi uccelli cacciati per terra e per mare.”
Me lo sono domandato anch’io: come ha potuto un uomo giusto, onesto,
dotato di ragione, considerato, come Marco Aurelio, una specie di Re –
Filosofo, immaginare di ingraziarsi gli dei della Luce attraverso offerte
violente e sanguinose? Come ha potuto un uomo probo pensare che le
personificazioni del Bene e della Luce desiderino lo sterminio di esseri
inermi e innocenti?
Verso la fine della conversazione lei disse, scrutando il volto
impassibile di padre Angelo: “Ce l’hanno sempre con le povere bestie...”.
E non riusciva a comprendere il comportamento dell’Apostata. Padre Angelo
stesso si meravigliava: “Tutto quel Platonismo – Plotinismo, tutte quelle
elucubrazioni filosofiche sull’Uno e le sue emanazioni: Plotino, Porfirio,
Apuleio, Giamblico tutta quella ricerca della Luce (e dopo Giuliano, ne
vennero altri, se non erro: Temistio, Simplicio, Macrobio, Proclo), tutta
quella infinita ricerca, tutto quel sapere, e che fa il suo diletto
Apostata? Sventra innumerevoli animali per svelare il suo misero fato e
brucia migliaia di povere bestie per ingraziarsi gli dei – demoni (perché
non possono essere altro che demoni gli dei che richiedono sangue
innocente). Ricordo come fosse ieri, lei lo guardò e rispose: “Sì ma anche
voi avete fatto ben poco...” e continuò: “Non capisco: Giuliano viveva di
frutta e verdure... immagini che Apollonio, il Cristo pagano, da lui e
dagli altri filosofi tanto ammirato e venerato, mangiava solo i prodotti
della terra ed evitava la carne degli animali, come qualcosa di impuro che
obnubila l’intelligenza, e si rifiutava di coprirsi con la lana e con le
pelli delle bestie. Così, almeno, scriveva Filostrato. E pur sapendo tutto
questo che faceva l’Apostata? Sgozzava, sventrava, bruciava, massacrava,
tagliava, mutilava... gettando un’ombra oscura sulla sua povera vita.”
Questo disse, Federico, ma forse non ricorda...
Il film, tuttavia, potrebbe essere qualcosa di potente ma occorre un
grande regista e un incredibile camera-man, un grande direttore della
fotografia.
Immagino la prima scena: è il settimo giorno del mese e un inviato
dell’Imperatore sta attraversando la Focide. Il messo giunge a Delfi,
l’ombelico del mondo, e procede nel viale ricolmo di thesauroi, osserva il
proliferare inaudito di stili, il cattivo gusto delle offerte. Pensa ad
un’opulenza volgare che rasenta un’hybris sfacciata: un’arte da nuovi
ricchi: il kitsch del paganesimo morente. Dopo la Prometeia, l’uomo si
purifica nell’acqua tralucente della fonte, osserva l’orrore del capretto
sgozzato; l’innocente creatura, a contatto con l’acqua, trema: questo vuol
dire che Febo è presente. Il messo procede lentamente nell’oscurità e le
torce illuminano una strana scena: una vecchia, agghindata con candidi
abiti, come una grottesca bambola, traballa su un tripode. L’inviato
dell’Imperatore osserva la donna: la Pizia è una decrepita vergine,
nevrotica e scorbutica, che lo fissa ossessivamente mentre è avvolta dai
fumi del papavero anatolico che sembrano filtrare dalle fessure del suolo.
La vergine è tra le grinfie di Apollo: farfuglia e rantola. L’uomo riceve
il messaggio aggiustato e edito da scrupolosi sacerdoti che hanno
ascoltato l’oracolo gorgogliato della vecchia e legge: “Dì al Re: i
cortili di Febo sono crollati, i templi sono crollati, Febo non ha più la
sua capanna, non ha più l’alloro che indovina, né la fonte che parla. Si è
inaridita l’acqua profetica”. Il messo parte e ritorna dall’Imperatore.
Quando giunge si inchina e consegna il messaggio. L’Apostata lo scruta, si
curva su stesso, si passa la mano sulla fronte sudata e mormora:
“Maledetto Teodosio.”
Così dovrebbe cominciare il film.
Ce n’è per fare un autentico capolavoro: l’infanzia di Giuliano tra gli
infidi familiari costantiniani, il Cristianesimo che diventa religione di
stato con tutti i suoi emergenti difetti, le dispute teologiche, l’inganno
di Giuliano che fa credere alla Corte colma di eunuchi di essere
cristiano, le guerre contro gli alemanni e Vadomario, il rapporto con
Costanzo, il rischio continuo di essere massacrato perché ingombrante e
vincente, la morte di Costanzo Augusto e il ritorno del corpo
dell’Imperatore accompagnato da Gioviano (che succederà a Giuliano) a
Costantinopoli, la porpora non desiderata, la sontuosa cacciata degli
eunuchi, le ecatombi, Massimo e le infinite superstizioni, il tentativo di
ricostruire il tempio di Gerusalemme, il pensiero filosofico
dell’Apostata, il linciaggio di Giorgio vescovo di Alessandria, le ultime
dispute teologiche e il suo ilare approccio alla teologia cristiana, gli
sputi del vecchio vescovo cieco, la spedizione contro i persiani, la morte
di Giuliano trafitto da una lancia, l’ultima conversazione con Massimo e
Prisco sull’anima (ed eviterei il “Galileo hai vinto!”perché falso e
aggiunto dai cristiani), il nuovo imperatore Gioviano (un’ombra al
paragone di Giuliano) coperto dalla porpora imperiale e acclamato
dall’esercito.
Come concluderei?
Con le immagini di Gioviano che prega davanti alla croce.
Proverò a convincere qualche ricco, degenerato samurai.
Una curiosità come è finita la spedizione della sua legione romana in
terra aretina per salvare la povera cagnetta nera?
Yutaka
“... un’altra sera mi capiti di trovare sotto un noce un innaffiatoio
pieno a metà dimenticato da un garzone giardiniere, e questo innaffiatoio,
e l’acqua che esso contiene, resa cupa dall’ombra dell’albero, e un
insetto che remiga sullo specchio di quest’acqua da una sponda oscura
dell’altra, che questo insieme di cose insignificanti mi trapassi di un
fremito per la presenza dell’infinito, mi faccia rabbrividire dalle radici
dei capelli fino al midollo... In tali momenti una qualsiasi creatura
insignificante, un cane, un topo, un insetto, un melo intristito, una
carrareccia che si snoda sulla collina, una pietra muscosa vengono a
significare per me assai più dell’amante più bella e generosa nella più
felice delle notti. Queste creature mute talvolta inanimate si levano
verso me con una tale pienezza d’amore, che il mio occhio letificato non
riesce a scorgere dattorno nulla che sia morto...”
(Hugo Von Hofmannsthal – Lettera di Lord Chandos)
Caro Yutaka,
….già... Giuliano l’Apostata... una figura interessante: l’ultima
disperata reazione verso il Cristianesimo trionfante. Io amo i perdenti, e
l’Apostata malgrado le incredibili vittorie contro alemanni e persiani, è
un classico perdente, è un perdente epocale. E solo un fallito cosmico,
nella sua grandezza, può pensare di resuscitare una religione finita,
morta, arida: ossa e cenere. E Febo, che se ne intende, gli mormora
attraverso la Pizia: lascia perdere fai ridere. Ma lui continua con i suoi
insulsi, grotteschi macelli, con le sue oscene ecatombi. Sì, sempre i
poveri animali. Proprio così.
Forse tra 500 anni i cristiani avranno lo stesso problema, quando saranno
gettati nella pattumiera della storia e, affogando nel mondezzaio delle
idee, nella discarica delle grandi ideologie, cercheranno di salvare la
loro religione morente.
La sua lettera mi ha fatto tornare il desiderio di rileggere, dopo
moltissimi anni, Delitto e castigo: il primo libro della mia vita. Mentre
scendevo nel labirinto di Fedor, ho ricevuto da Cornwell, il nostro amico
comune di Madison, una cassetta di un film americano, non ancora in
circolazione, che ha ottenuto attraverso i suoi notevoli contatti nel
mondo del cinema, un film bellissimo che ho molto apprezzato e che le sto
spedendo.
Quello che mi ha colpito di American Beauty - così si chiama il film
diretto da Sam Mendes - sono due incredibili sequenze. Nella prima, Ricky,
uno spacciatore di droghe, con una spiccata tendenza al misticismo, se
così si può dire, mostra, alla donna che ama, un filmato di un’amabile
brezza, di un venticello, che gioca con un pezzo di carta e con foglie
cadute.
Un evento insignificante che sfuggirebbe a quasi tutti gli uomini, e che
sarebbe ignorato dalla normalità dominante, assume un aspetto insolito che
sembra rivelare un forza nascosta e sublime dietro le cose.
Il gioco esilarante del venticello è semplicemente stupendo, raramente una
scena mi ha tanto commosso. Il commento dello spacciatore è di grande
purezza.
Osservando il gioco soave della brezza - o della forza che, agitando
foglie e carta, usa la brezza - il giovane dice: “E’ uno di quei giorni e
tra pochi minuti potrebbe nevicare, c’è elettricità nell’aria” e mentre la
carta e le foglie continuano a danzare per quindici minuti mosse dalla
forza gentile che sembra giocare con loro, Ricky continua: “quelle cose
stanno danzando per me... sono come un bambino che mi prega di giocare.
Quel giorno ho scoperto che c’è una vita intera dietro le cose. Questa
forza, incredibilmente, benevola desidera che io sappia che non c’è
ragione di aver paura. Mai. E mi chiede di ricordare. Devo ricordare.
Delle volte c’è tanta bellezza nel mondo che non riesco a sopportarla e il
mio cuore sembra che crolli.“
Alla fine del film, il protagonista, Lester Burnham, l’io – narrante
defunto, che ha rinunciato alla “rat-race” – e ai valori grotteschi della
moglie e del popolo americano – e che ha appena avuto il cervello
spappolato da un colonnello dei Marines, riprendendo il tema
dell’insopportabilità della bellezza del mondo, dice: “Ho sempre sentito
che la vita ti passa davanti agli occhi nel momento che muori, ma quel
secondo si estende per sempre in un oceano di tempo. Per me è stato come
contemplare, sdraiato sull’erba, le stelle cadenti nel campo dei boy
scout... le foglie gialle che cadono dagli aceri... le mani di mia nonna
con la pelle che sembrava di carta... è stato come vedere la prima volta
la nuovissima Firebird di mio cugino, e la piccola Jane e mia moglie
Carolyn. Dovrei essere incazzato per quello che mi è successo” – cosa
sacrosanta dal momento che gli hanno bruciato il cervello – “ma è
difficile arrabbiarsi quando c’è tanta bellezza nel mondo. Delle volte
(questa bellezza) si presenta tutta insieme e penso sia troppo difficile
sostenerla. E il mio cuore diventa come un pallone pronto a scoppiare.
Allora mi ricordo di rilassarmi e di lasciar andare le cose e, questa
bellezza scorre attraverso me come una pioggia. E non provo che
gratitudine per la mia stupida, piccola vita. Sono sicuro che non sapete
di cosa stia parlando, ma un giorno capirete.”
Ho pensato a quello che padre Angelo mi ha detto giorni fa, telefonandomi
da Brescia durante un congresso: alcuni scienziati stanno studiando, con
estrema serietà, la possibilità della sopravvivenza dell’anima dopo la
morte. La tesi che la mente sia esterna e indipendente (se così si può
dire) dal cervello, e che il cervello non sia altro che uno strumento che
filtra, come un imbuto, la mente nello spazio – tempo (se così si può
definire la dimensione ove soggiorniamo) sta cominciando a convincere
molta gente. Questi scienziati hanno iniziato a dubitare che la mente e la
coscienza siano prodotti del cervello e ora credono che siano totalmente
differenti e indipendenti dal cervello e che la coscienza sopravviva alla
distruzione del corpo. Affermano, insomma, che la mente è come la luce nel
secchio in un particolare di un quadro di Pieter Bruegel, che mi sembra
sia “la lotta tra Carnevale e Quaresima”, ma forse mi sbaglio perché non
ricordo bene.
Dovrebbe essere così: il cervello è il secchio che contiene la mente –
luce. Il secchio – cervello è la prigione platonica dell’anima – mente.
L’intelligenza prodotta dal cervello è qualcosa che non ha nulla a che
fare con “la vita dietro le cose” o la “forza, incredibilmente, benevola”
che gioca con le foglie secche e con l’umile pezzo di carta, e che
rassicura e desidera “che si sappia che non c’è ragione” alcuna”di avere
paura”. La mente appartiene al mondo dell’intuizione di Ricky, lo
spacciatore di droga, e sembra trascendere i concetti angusti del Bene e
del Male. Il cervello, invece, appartiene al mondo fasullo di Carolyn, al
nostro mondo della logica che afferma che l’anima non è una sostanza
indipendente ma è semplicemente la vita del corpo; che l’anima non è altro
che il “nefes” biblico o la forza vitale degli antichi greci; che l’anima
non è, senza ombra di dubbio, l’Atman che trasmigra di corpo in corpo, né
un’entità incorporea, indipendente e indistruttibile che sopravvive alla
morte; che la coscienza è prodotto esclusivo delle operazioni eseguite dal
cervello, essendo l’anima la forza vitale del corpo.
Ma per gli scienziati, che hanno analizzato le esperienze di morte
apparente – alla Moody – il cervello interpreta a suo modo il mondo e lo
banalizza attraverso la sua limitata comprensione, costringendo la mente
(che potrebbe essere luce misericordiosa e infinita) ad essere filtrata e
gettata tra le cose.
Il cervello (per ragioni incomprensibili) precipita la mente nello spazio
– tempo ove è facile e logico credere che tutto sia caduco e transeunte.
La getta in un mondo abitato dalla bellezza ma dove è sovrabbondante
l’orrore. Le fa credere che le cose originano dal nulla e che nel nulla
ritornano.
La immerge nella palude tenebrosa del nichilismo e ve la lascia sguazzare.
La mente filtrata dal cervello, precipitata nello spazio – tempo,
raramente percepisce quello che i personaggi del film intuiscono: che c’è
una “vita intera” e una “forza benevola” dietro le cose e che tutto
quest’orrore è solamente illusorio e non va temuto; che tutto è
essenzialmente e profondamente luce e bene, e che l’apparenza è l’errare
che convince che questo è l’unico mondo che esiste, l’unica dimensione, e
che le cose sono enti precari, insignificanti, effimeri e nulla più. La
mente filtrata dal cervello raramente, ed eccezionalmente percepisce che
tutto, anche il calvario di Katerina Ivànovna, il suicidio di
Svidrigajlov, la tragedia di Raskòl’nikov, il martirio della cavallina
sono espressioni illusorie dell’apparenza che saranno, inevitabilmente,
trascese, superate, cancellate, come un caliginoso incubo, dal mondo a
venire o dalla benevola e rassicurante forza: una visione misericordiosa e
parmenidea della realtà.
E mentre ascoltavo le parole degli eroi negativi (ma per me positivi) di
American Beauty e riflettevo su Delitto e Castigo, pensavo alla straziante
fine di Katerina Ivànovna, pensavo a Kolja, a Pòlecka, a Lenja, ai piccoli
disperati trascinati dalla follia della madre a danzare per strada...
“glisser-passez, pas de basque...” pensavo a Sof’ja Semenovna che si
prostituisce per tenerli in vita, pensavo alla descrizione finale della
follia e della morte della povera tisica, pensavo alla cavallina
martoriata nel sogno, all’abbandono di quei poveri piccoli disperati e mi
dicevo: davanti al dolore del mondo, davanti alla strazio dei viventi e
delle cose come possono venirci a raccontare storie sulla bellezza del
mondo, su una forza infinitamente benevola, su una “vita intera dietro le
cose”?
Come possono chiederci di non aver paura quando viviamo nelle tenebre
dell’orrore?
Eppure, anche padre Angelo direbbe che il dolore dei piccoli, la morte di
Katerina Ivànovna, il martirio della cavallina sono eventi racchiusi
nell’inganno dell’apparenza e che la realtà che ci attende è quella
descritta dai personaggi di American Beauty.
E si ritorna all’antica parabola del principe che vaga per un’ostile mondo
convinto di essere un mendicante. Alla Shekinhà che si perde ma è Luce
infinita e “incredibilmente benevola”. Al breve errare nelle tenebre di
una sostanza, di un’entità divina intessuta di amore e di luce. Ho pensato
a Meredith e alla sua interpretazione della morte apparente: un gioco del
cervello per aiutarci ad attutire l’impatto del nulla. Chissà.. Forse
sbaglia.
Glissons...
Alcune domande, Yutaka, riguardo Delitto e castigo.
Immagini di incontrare un Raskòl’nikov giapponese, che, trascendendo i
limiti delle necessità personali, dei bisogni familiari, spaziando verso
una dimensione più etica, se così si può dire, le sussurrasse di essere
pronto ad uccidere un miliardario. Immagini, che le bisbigli, parafrasando
Rodiòn Romànovich, che il ricco samurai è una “creatura non umana”, un
“pidocchio” “schifoso e nocivo”. Immagini di ascoltare stupito il nuovo
Raskòl’nikov mentre le chiarisce il suo piano: “Lo accoppo con un’ascia,
gli fotto i dieci miliardi che ha in cassaforte, poi salto su un aereo e
volo a Nairobi e consegno ai padri missionari la valigia piena di soldi, e
spiego: “Eminentissimi padri, sto morendo di cancro, questo è tutto quello
che ho... usatelo per i piccoli che muoiono di fame” e per me non tengo
neanche un fottuto yen...”
Che direbbe Yutaka? Approverebbe? Griderebbe per l’orrore?
Immagini che, dopo un anno, lei venga a sapere che quel denaro ha salvato
mille bambini.
Non giustificherebbe l’azione del Raskòl’nikov nipponico che, uccidendo e
depredando il “pidocchio”, ha evitato la morte dei piccoli africani?
Vale la vita di un vecchio scrofoloso quella di mille bambini? Che dice
Yutaka?
Sorride? Enigmaticamente sorride?
Vale la vita di milioni di inermi e innocenti creature la vita di un
sadico cacciatore?
O di un sadico vivisezionatore?
Conosco la risposta: non è giusto perché le regole del vivere civile
verrebbero meno se tutti si facessero giustizia da soli.
Suvvia... roba da buonisti, roba da boy scout, amico mio...
Ricorda quello che dice Raskòl’nikov? Io ho ucciso, sì, “ma loro fanno
morire gli uomini a milioni, e lo considerano ancora una virtù. Bricconi e
furfanti essi sono...”
Chiederebbe al Rodiòn Romànovich giapponese: “Perché hai ucciso il
vecchio...?
Lo condannerebbe gridando: “Hai commesso un delitto!”?
Ricorda la risposta di Raskòl’nikov alla sorella frastornata dalla
scoperta dell’omicidio?
“Delitto? Che delitto?... L’aver ucciso uno sozzo e malefico pidocchio,
una vecchia strozzina non utile a nessuno, la cui soppressione farebbe
perdonare cento peccati, che succhiava il sangue dei poveri, questo
sarebbe un delitto? Io né ci penso, né penso a lavarlo e perché da tutte
le parti ce l’hanno con questo: “Delitto, delitto”...” ed ancora: “Ebbene
io non capisco assolutamente: perché ammazzare la gente con le bombe, con
un assedio in regola, sarebbe una maniera più rispettabile? La paura
dell’estetica è il primo indizio dell’impotenza!... Mai, mai ne ho avuta
più chiara consapevolezza che adesso e meno che mai vedo nel mio atto un
delitto! Mai sono stato più forte e convinto di adesso!...”
Io penso, Yutaka, che la difesa dell’innocente, dell’inerme, del vinto
giustifica la violenza. Penso, per esempio, che non possa esserci pace nel
Medio Oriente fino alla creazione di uno stato palestinese. Penso che la
lotta contro i sopraffattori, gli oppressori di qualsiasi sorta, sia
sacrosanta. Io giustifico la violenza dei vinti, dei disperati, dei
perdenti. Lenin diceva: una classe operaia che non usa le armi merita di
restare schiava.
La cagnetta nera mi chiedeva? Un pulviscolo, una particella subatomica nel
mondo del Male. Ma anche quella esiste.
Lutero, rispondendo ad un’anima nobile che insisteva sulla bellezza della
vita, mormorava: “Leiden, Leiden; Kreuz, Kreuz...” che è, essenzialmente,
lo stesso concetto di Gautama Buddha: tutto ciò che vive soffre. Tutto.
Un abbraccio, Yutaka...
Federico
Dr. Maggi,
è da almeno un anno che sto cercando di far liberare una cagnetta nera che
vive in uno stato di totale desolazione in un casolare in rovina. La
povera bestia è legata ad una catena pesantissima che le ha cicatrizzato
il collo. Ogni giorno le porto del cibo, questa povera creatura mi sembra
l’immagine della deiezione. Ho provato a Castiglion Aretino con la USL,
l’hanno curata e poi riportata nelle stesse condizioni nel casale
diroccato. Vivo da poco in Italia e mi sorprendono le condizioni di molte
bestie in quest’area, fan pensare all’Arabia Saudita. Sto cercando di
convincere alcuni amici a prendere la cagnetta, ma inutilmente. Dal
momento che viaggio spesso mi è impossibile nutrirla tutti i giorni.
Sembra che appartenga ad un pastore, il quale per qualche incomprensibile
ragione la tiene in quelle desolanti condizioni. Il casolare si trova a
Montalgio nel vialone dei casoni leopoldini abbandonati.
Sarei felice di indicarglielo, se è interessato, e può gentilmente
aiutarmi.
Federico Nadali
E’ un mese che studio l’area. Sto attraversando un campo pieno d’acqua,
gli stivali sprofondano nella melma, sono le cinque della sera, vedo un
grande casolare abbandonato con due maestosi pini. Attraverso un
fiumiciattolo. Il cielo è di un colore rosa pallido con sfumature
grigiastre.
E’ l’ora degli spiriti, l’ora della spaccatura dei mondi. Più uccido
questi miserabili e meno ho paura dei fantasmi. Finalmente la casa del
satrapo Cuzzoni, grandi alberi, finestre ad arco romanico, grande
ristrutturazione, questi zotici sorprendono. Cerco il ponte per
attraversare il secondo fiumiciattolo, la notte comincia a coprirmi come
un oscuro mantello, gli alti arbusti mi proteggono.
Nella borsa ho la spada dell’Angelo della morte: una Wildcat.277 e
un’altra pistola con il silenziatore.
Silenzio e rapidità estrema, sono vestito di nero e mi sento un po’
coglione mascherato da killer, ma così ha voluto il mio karma che è ora
intriso di sangue. Paziente procedere, calma. Dopo l’esecuzione mai
spettri o sogni terribili, mai incubi, perfetta serenità, abbracciato alla
gatta malata riposo tra le braccia degli angeli... ma quali angeli? Esimio
lettore, quali angeli? Questo è il problema.
E come può un ateo fottersi la testa con gli angeli?
Dr. Maggi,
Ritornando da un mio viaggio in Scozia ed in Inghilterra ho visitato di
nuovo la cagnetta. Dal messaggio che ho ricevuto Lei considera le
condizioni dell’animale soddisfacenti. Vede, io sono una vittima di questa
interpretazione italiana della tollerabilità delle condizioni: tra cani e
gatti, tra Londra e Montalgio ho raccolto complessivamente nove animali,
alcuni hanno girato il mondo con me. Ultima una cagna abbandonata da un
assassino gravida e ferita, che mi ha regalato uno stupendo cucciolo, il
quale mi ha metodicamente devastato la casa. Non le dico le difficoltà che
questa moltitudine di esseri mi crea. Nel visitare, come ho detto, questa
povera bestia legata da una pesantissima catena che le ha marchiato il
collo, ho notato che non esisteva alcuna protezione durante il periodo di
intenso gelo che ha preceduto questi giorni, quelle che lei chiama
condizioni tollerabili sono per me condizioni semplicemente barbariche.
Questo delinquente, che è il torturatore effettivo di questa povera
creatura, poteva essere obbligato a coprirla durante il grande gelo. E voi
dovevate far in modo che lo facesse. Dal momento che sono io che pulisco
l’area stracolma di defecazioni, cambio l’acqua sporca, raccolgo il pelo
che perde continuamente mi permetta di contraddirla. Questa bestia non sta
bene e va curata. La perdita del pelo può derivare da carenze vitaminiche
o da un’infestazione parassitaria o da qualcos’altro.
Il mio lavoro consiste nell’invitare giornalisti nelle zone turistiche e
promuoverle. Giorni fa vicino a Napoli, la visione di cani abbandonati
nelle strade ha ridotto un’operazione di lancio di un’area del 50%. Se io
scrivessi una lettera a sette giornalisti tedeschi e a quattro americani,
sensibilissimi ai problemi della natura e al maltrattamento degli animali,
stia sicuro, dottore, che questo centro di umanesimo rinascimentale e di
alta qualità della vita verrebbe bollato per quello che in effetti è: un
luogo ove le bestie vengono trattate in maniera ignominiosa.
Mi dispiace disturbarla nuovamente, forse dovremmo fare un giro in
macchina insieme, ci sono bestie tenute in recinti di un metro quadrato in
condizioni vergognose.
Forse è tempo che qualcuno faccia qualcosa...
Federico Nadali
Calarsi nelle fronde, tra gli arbusti divorati dal gelo, attendere nelle
vicinanze, pregare nell’immoto silenzio della notte, pregare gli angeli
della giustizia che vedono il Male ma nulla possono: poiché il sistema
metafisico dell’Oltre è un sistema totalmente impotente. Evitare il cane
legato che abbaia. La notte scende con i suoi terrori. La signora dalle
gloriose natiche è ad Arezzo ma il mostro ritornerà presto. Partiamo.
Entro nella casa da una finestra, la vecchia mi viene incontro.
Pistola puntata verso la testa canuta di sacra madre italiota.
Pasolini aveva regione a considerare le madri italiane come le vere
distruttrici della nazione.
Siamo affetti da un penoso mammismo.
“Siediti piezz’e core...” lego la vecchia che smadonna paurosamente e poi
comincia con il “non uccidermi...” si passa con estrema rapidità
dall’orgoglio ferito al frignare.
Piccolo cedimento di vecchia madre con il grande cuore di troia.
Chiudo in una stanza, imbavagliata, la nobile megera.
Cuzzoni deve essere fuori dalla grazia di Dio: quando frugo nei cassetti
trovo una cosa inconcepibile, in una pagina di un settimanale erotico, su
uno stupendo corpo nudo, c’è incollata la testa della Pivetti.
Immagino una potente masturbazione del mostro davanti a questa splendente
immagine della Irene dalle tette luminose, che in vita sicuramente non
possiede.
Dr. Maggi,
spero che sia l’ultima volta che scrivo, avendo lavorato trent’anni nella
burocrazia italiana mi rendo conto come può essere noioso essere
disturbati da problemi così minuti. Sfortunatamente siete gli unici ai
quali mi posso rivolgere per un problema di umanità e di giustizia. E a
voi mi rivolgo. Non ho scelte. Avevo l’impressione che sareste stati in
grado di poter far qualcosa. Lunedì ho avuto il grande piacere di
incontrare il gentile signore, che tiene incatenata da una vita, in
condizioni ignominiose, la povera bestia. E’ stato un incontro che mi ha
confermato quello che già pensavo di alcuni personaggi della zona: siamo a
livello di puro trogloditismo. Il caro pastore, dopo essersi precipitato
ad incontrarmi, mi ha invitato con estrema fermezza, e con controllata
violenza a non entrare più nella sua casa. La sua casa sarebbe quella
leopoldina semidistrutta e cadente dove tiene legata la povera cagna da
anni. Ho risposto: “che male faccio se do da mangiare a questa povera
bestia, che lei tiene in condizioni vergognose; dovrebbe essere contento.”
Mi ha invitato, con toni minacciosi, a non entrare nello spazio aperto
davanti alla sua casa. Secondo la sua logica trogloditica la cagna è un
suo oggetto personale che può far morire di stenti perché il diritto di
proprietà lo sancisce. E dal momento che le autorità se ne fregano il
troglodita è autorizzato a comportarsi in questa ignobile maniera.
Veramente edificante.
Risultato: sono tornato ieri a dar da mangiare alla cagna l’ho accarezzata
come al solito, l’ho pulita e poi me ne sono andato. Vi informo perché
questa vicenda potrebbe avere spiacevoli sviluppi, considerando il tono
minaccioso del pastore e la mia inflessibile volontà di aiutare la cagna.
Nel frattempo, Ristori, che fa ingenti sforzi per lanciare quest’area sarà
contento di sapere che ho informato i giornalisti stranieri di questi
eventi inviando traduzioni inglesi delle lettere.
Tutto questo per una cagna? Tutto questo per un essere vivente che soffre,
che sia umano o animale non cambia. E se un giorno, dovessi trovare
Ristori sotto un ponte, senza il suo albergo e senza il suo ingente
capitale, cercherò di aiutarlo come ho aiutato la povera bestia, perché in
fondo, Dr. Maggi, questo significa essere autenticamente umani.
E’ d’accordo? Ne dubito assai...
Federico Nadali
Rumore di macchina, freni e manovra.
Rapidità e fermezza.
Sorprendere il reprobo Cuzzoni, non farlo pensare, intimidirlo, stordirlo.
Esco dalla porta. Lo chiamo: “Cuzzoni!..”
Riflettere con rapidità: una bestia di novanta chili può essere difficile
da gestire.
Il primo colpo gli spappola il ginocchio.
Grida, la vecchia mamma freme, non c’è nulla come il cuore d’una vecchia
madre che ti ha custodito nelle sue budella contorte.
Cade, gli sono sopra: “una morte leggera fratello per tutto il male
fatto... le bestie che massacravi agonizzavano... tu te ne vai rapido... è
clemenza... è angelica misericordia... uno svanir rapido dal mondo...”
Colpo secco alla testa, un fiore purpureo germoglia da un escrescenza
porosa che si forma sulla pelata.
Grande silenzio poi il cane abbaia, si agita furiosamente.
Messaggio delle Brigate Verdi attaccato su un albero: “Abbiamo giustiziato
un torturatore…”.
La troia rientrando troverà l’osceno consorte con il cranio spappolato:
immagino i gridolini di piacere prima di slegare la vecchia. O forse la
lascerà soffocare, potrebbe essere una soluzione.
Ma sedurre la signora Cuzzoni comporta troppe difficoltà ed io avanzo
verso la decrepitudine.
Torno a casa, notte gelida, cullato dai tuoi venti amorosi.
Oscurità stupenda che benignamente mi assorbi e culli.
Ali nere dell’Angelo della Morte, un frusciare immacolato di oscuro.
Sono crollato in una melmosa pozzanghera, Max mi accoglie con profonda
gioia.
Le bestie sono esseri superiori.
Esimio lettore, questo umano – verme mi sfida mi fissa, “qui non ce lo
voglio, è casa mia non si permetta.” Questo troglodita della Valdichiana,
mi sfida.
Quante pecore hai inculato, mostro? Quanto male hai fatto?
Questa bestia disgraziata mi mette le zampe intorno al collo ed attende
sempre la mia venuta, ha conosciuto solo il mio amore e lui vuol impedirmi
di toccarla, accarezzarla.
Figlio di puttana, penso, tu stai sfidando il tuo annientamento: una morte
violenta e l’eterno silenzio del nulla. La catastrofica fine del tuo
misero ego, del tuo spurio esistere ti sta guatando.
Essere malvagio, calamità vergognosa, escrescenza purulenta della terra.
Calmiamoci, non esageriamo nella retorica, esimio lettore, è di cattivo
gusto: una parvenza di controllo!
Forse John in un futuro, durante un romantico viaggio in Italia potrà
scrivere un dramma, una tragedia ditirambica. Si potrebbe usare, per il
pastore, un asse infuocato e infilarglielo nel culo, come lo infilarono a
Edoardo II, re – checca per antonomasia.
Non una cattiva idea: accoppare il pastore con un ferro infuocato
nell’ano.
Maggi: Vede... questa non è l’Inghilterra è la Toscana......
Federico: Me ne ero accorto, Dottore... ci abito...
Maggi: Dico, questa è la Toscana... non la Svezia...
Federico: Dottore, sono Italiano... lo ha capito...?
Maggi: Sì... certo... e allora?
Federico: Certo... sono disgrazie che capitano...
Maggi: Non ama il proprio paese?
Federico: No.
Maggi: Il cane ha tutto... spazio... cibo...
Federico: Lei scherza o è un incosciente...
Maggi: Si calmi...
Federico: Lei è un burocrate e non vuole essere disturbato...
Maggi: Lei sbaglia... non posso fare niente...
Federico: Porti via la bestia...
Maggi: Non possiamo...
Federico: Un giorno la prenderò, è questione di tempo...
Maggi: E il pastore manderà i carabinieri...
Federico: Li mandi, io vi sputtano per mezzo mondo...
Maggi: Pensavo fosse un cacciatore...
Federico: Sì, ma sono contro la violenza gratuita.
Maggi: Con quello che accade nel mondo...
Federico: Che fa lei per il mondo? Fa qualcosa per i piccoli brasiliani?
Per lo Zaire? Per gli Hutu?
Maggi: E lei?
Federico: Io faccio molto per il mondo... lo riedifico...
Maggi: E cioè?
Federico: Tagliamo corto dottore, è in grado di aiutare quella povera
bestia o no? Le disquisizioni filosofiche non mi interessano...
Maggi: Il cane ha spazio e cibo.
Federico: Ha una crosta miserabile di pane e uno spazio stracolmo di
escrementi... ci farei vivere lei in quelle condizioni...
Maggi: Vede in Italia...
Federico: Non pontifichi... conosco questo dannato paese...
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