5. DIKE

Avvengono cose così deliziose nel mondo da convincermi sempre più che se il nulla discendesse sui mondi occultandoli e recuperandoli alla notte originale sarebbe un accadimento giusto: una santa soluzione.
Nel Mississipi due milioni di votanti decideranno tra alcuni giorni, con un referendum, se bisogna cambiare o non cambiare la vecchia bandiera della confederazione sudista.
E’ pronto un nuovo stendardo con un cerchio di stelle per sostituire la croce del Sud.
Ma cos’era la bandiera a forme di croce di Sant’Andrea?
E’ stato il vessillo degli stati secessionisti che combatterono contro gli stati dell’American Union per impedire l’abolizione della schiavitù. E’ stato, ed è, il simbolo del Ku Klux Klan e di tutti i sogni farneticanti ed egemonici della razza bianca. E’ stato il simbolo della lotta per preservare la schiavitù nel cuore del sud fino alla resa degli undici stati secessionisti ad Appomatox, nell’aprile del 1865. E’ stato anche il vessillo portato con onore sui campi di battaglia dai generali della Confederazione Jackson e Lee. E’ stata la bandiera di una confederazione che conteneva nei suoi confini 5.500.000 uomini liberi e 3.500.000 schiavi. E’ stato ed è simbolo d’infamia per gli afro americani d’America e per tutti gli uomini che amano la libertà.
La cosa assai strana è che un nero su due non voglia cambiare la vecchia bandiera utilizzata dal Ku Klux Klan. Si può capire che i bianchi, che ricordano la guerra civile, siano reazionari e conservatori e vogliano mantenere la vecchia bandiera, ma che lo facciano anche i neri è una cosa assurda, incomprensibile. E già ci dicono che il referendum avrà come risultato la preservazione della Croce del Sud. Vallo a capire il mondo.
Sorprendersi? Immaginate un piccolo africano nelle navi dei moderni negrieri. Immaginate un piccolo tutsi cacciato da un monastero dalle suore Benedettine per poi finire macellato a colpi di machete.
Sorprendersi?
Due suore: sorella Gertrude Consolata e sorella Maria Kisito, protette dalla Chiesa in Belgio, sono state accusate di avere cacciato dal monastero di Sovu migliaia di Tutsi, per farli massacrare dai miliziani estremisti di etnia Hutu. Maria Kisito è, inoltre, accusata di aver dato taniche di petrolio ai miliziani affinché bruciassero 500 tutsi rinchiusi in un garage. Gli altri disperati sono stati macellati dagli hutu a colpi di machete. Le suore hanno collaborato al massacro – lo affermano gli stessi assassini - per odio verso i Tutsi.
Il mondo gira.
L’Italia trema: il partito combattente si è scatenato e sta assorbendo, in un infido progetto terroristico, tutte le sigle rivoluzionarie. Berlusconi è minacciato di morte ma procede senza timori e litiga con il ministro dell’interno Bianco. Si risveglia l’idra della rivolta di destra e tutte le teste, mai recise, del mostro neo fascista ricominciano ad agitarsi. In special modo nella curva laziale amica di Arkan. Bin Laden sogna di far saltare il Vaticano polverizzandolo come le statue dei grandi Buddha distrutte dai Talibani. I pirati informatici promettono un grande caos nei sistemi del mondo.
La rivolta di Seattle continua. Un sontuoso goal di Nakata ha coronato, a Udine, un secondo tempo da fiaba della Roma e la Juve ed Evaristo Garbati hanno ricominciato a scalpitare.
Nel Burundi 40 militari hanno tentato un golpe e fatto tremare le borse mondiali.
La DIKE ha fissato i suoi occhi glaciali, che ricordano quelli di Medusa, su un personaggio della brigata Zvornik, una forza serbo bosniaca che nel luglio del 95 massacrò 7000 musulmani, dopo aver preso Srebrenisca, un’enclave islamica. Il tenente colonnello serbo bosniaco Dragan Obrenovic è stato arrestato come era stato catturato Radislav Kristic. Del generale Madlic, un pesce troppo grosso, se ne sta occupando la SFOR. La DIKE lascia fare, ma l’organizzazione sta meditando da tempo la possibile eliminazione di un boia serbo bosniaco che abita nella città di Sabac in Serbia: un mostro ricordato anche per i tormenti inflitti ai prigionieri in un lager. La Sicilia sta superando se stessa: un giornale di Cefalù che viene pubblicato dalla chiesa delle Madonie: Rivista ha pubblicato un sondaggio: il 14% dei giovani siciliani ricorrerebbero, senza scrupoli, e senza la minima esitazione, alla mafia per ottenere un posto di lavoro.
Intanto il volume di affari della mafia prospera, sale alle stelle: ha raggiunto un livello pari al 15% del PIL: 300.000 miliardi di lire. Le fonti di quest’enorme ricchezza provengono da usura, racket, prostituzione, gioco d’azzardo, totonero, traffico d’armi, ecomafia, immigrazione clandestina, smaltimento rifiuti eccetera… eccetera…
Se DIKE dovesse funzionare ad un livello di disumana efficienza sarebbe necessario accoppare almeno un mezzo milione di persone nell’isola, nelle vicinanze e altrove. Il cancro della corruzione che origina dal giro del denaro facile, nero e riciclato si sta diffondendo inesorabilmente: questa è la natura della bestia.

Ma affrontiamo le cose seriamente e piantiamola con i negrieri, i neri, la mafia, che infanga il nome dell’Italia: il mondo non possiamo salvarlo. Hanno sequestrato Villa Altachiara, per Raggio c’è rischio di accusa per truffa, e il fido Tirso ha fatto bloccare la dimora della contessa Augusta Vacca. Il messicano, poveretto, ora dorme in albergo. Queste sono cose serie, non le minchiate degli Hutu e dei Tutsi.


*****


Evaristo….ma perché non posso leggere della Vacca ? E’ un fatto interessante….sono note di cronaca….colore….ma quale smutandata era una donna libera…smutandata….è invidia….siamo tutte troie….e ricominci con il Cavazzi….è stato un momentaneo cedimento….falla finita…mi sono pentita…ma si è stato il messicano….guardalo che faccia ha….ha gli occhi infidi…l’ha buttata giù dal dirupo e si è fottuto tutti i soldi…è stato tutto organizzato….e quella troietta…..quella gatta morta sa tutto……si…Susanna….quella gatta morta….quella se la fotte Raggio….e che significa che è una bella fica ?….Ecco la bella fica….e allora? Si….se la ride Tirso Chazaro…una spintarella e giù…50 miliardi……si…con tutti quei soldi…e allora ? La depressione non viene ai ricchi…? Sono esclusi loro…? Ma senti un po’…si a me interessa perché è un giallo affascinante….ma che c’entra Raggio con i socialisti? Si…Martelli…e allora ? Ma si…mi piaceva è un tipo interessante….si…una fichetta….sei incazzato per la Juve….ma no a Torino pareggiate con la Roma….stai calmo…pensa al tuo padrone….al Berlusconi….e va bene se ne farà a meno della piscina….hai ragione la Vacca con tutti quei soldi si va ad ammazzare…ed era ancora piacevole….. si un po’ gonfia….alcolismo e droghe ? Boh! Ma dimmi tu…ora la villa non è più di nessuno…non è vero che la dava a tutti….ora ci si mette pure tua madre….mamma non la dava a tutti…era innamoratissima di Raggio….ma perché la chiami troia….? E va bene qualche volta l’avrà data…e tuo figlio mamma…. scusa… non scopa…la Mazzioli non se l’è fatta?
Si, nega….brutta come la fame con i baffi e i peli sul petto e lui se l’è fatta…
E certo loro sono uomini…possono farlo…hai ragione mamma….ma si…ancora co stò Cavazzi…ti ci metti pure tu mamma…..ma si….abbiamo sofferto tutti…ma quello è incazzato per la Juve non per il Cavazzi…si le corna….tutti ridono….te lo dico io chi ride…Sensi ride……vi fotte Sensi…ma che fai spacchi un piatto ? Ma sei fuori di testa?…Calmati!
Ma si sono tutti drogati nella Juve….ora anche Davids ….si il mandrillone….e va bene il nandrolone….no non sono ignorante……tutti drogati…dalla cretina al mandrillone….si va bene creatina….e va bene….se Trezeguet si è mangiato un gol davanti alla porta è colpa di Sensi?
Ma via….le cazzate che spari…e tu stà zitta mamma che sei stata sempre dell’Inter e ora hai cambiato…e poi votavi comunista e ora ti sei messo con quello spergiuro….e va bene….la minaccia di morte….ma andate a cacare…guarda tua figlia ride…..io esco…bello spettacolo….bye…bye….non lo vincete il campionato….noooooooo………


*****

Quello che inorridisce è l’immunità che alcuni boia dell’Olocausto si godono nelle loro terre: un caso classico è Wolfang Emden che vive pacificamente a Ochtendung, nei pressi di Coblenza, completamente immemore degli orrori trascorsi, e travestito da pagliaccio, se la ride beato, mentre organizza feste per il carnevale nel suo paese. Questo simpatico, bonario signore è il boia di Caiazzo.
Friedrich Engel, l’ex SS della Benedicta, che ha fatto massacrare 246 ostaggi in Liguria passa il tempo coltivando i fiori. Un animo sensibile, , come Berlusconi un perseguitato dai rossi.
Shunbernig vive felice nella Carinzia di Heider ed ha una bella drogheria.
“Misha” Michael Seifert il boia di Bolzano, nato in Estonia, se la spassa a Vancouver.
Heinrich Shubert, ex Rittmeister della Wehrmacht ed ex ufficiale nazista, accusato dell’eccidio di Chiusa Penio in provincia di Cuneo, vive pacifico a Darmstadt godendosi la pensione da geometra.
L’assassino di Spalato Otto Von Ludendorf, sottotenente della divisione delle SS Prinz Eugen che massacrò, nel 1943 a Spalato, 800 soldati che si erano arresi - un crimine simile a quello perpetrato a Cefalonia - se la spassa beato.
Ce ne furono di massacri dopo il tradimento italiano: Cefalonia, Spalato, Korica, Scarpanto, Lero e altri.
Ci sono molti mostri in congedo nel mondo.
Secondo DIKE di 182.000 persone sospette di crimini di guerra ed orrori, solo 5000 sono state condannate; ma quanti assassini riuscirono a fuggire per la “via dei topi” e ad approdare in Argentina. Alcuni pesci grandi furono concessi da quell’avara e furbesca nazione: Juan Bohne il terminator degli handicappati, Eduard Roshmann il comandante del ghetto di Riga, Bilanovic Sakic il responsabile del campo di concentramento di Jasenovac in Croazia, il comandante altoatesino Josef Schwammberg del ghetto di Przemsy, Eric Priebke e Adolf Eichmann che fu rapito.
L’Argentina ospitò anche il biellorusso Radislaw Ostrowski e il croato Ante Pavelic che mai furono trovati.
Con i macellai dell’Olocausto funziona così: i pesci grandi li cercano e alcune volte li trovano
(e per pesci grandi intendo tipi come Eichmann, Barbie, Priekbe, Reider, Hass, Malloth, Schubernig, Engel, Mengele, Rauff quello del camion - camera a gas, Fridolin Guth quello del colpo di stato che liquidò Dolfus e brillante torturatore dei partigiani francesi) i servizi segreti israeliani o il Centro Wisesenthal. Ma quelli piccoli spesso li ignorano, e lasciano che questi squali concludano pacificamente le loro esistenze nuotando tra limpide acque. A questi piccoli squali, i massacratori ignorati da stati nazionali e dai servizi segreti, pensa “Il Fuoco della Shoa”.
I servizi israeliani o gli stati nazionali spesso arrestano e processano anche i mostri minori, ma dove non arrivano loro, come ho detto, arriva “Il Fuoco della Shoa”, che ha infiltrato la rete import - export che protegge questi morti - viventi ad Amburgo, e silenziosamente li elimina.
Dietro a questa arcana organizzazione ci sono ingenti capitali ebrei. Vecchi signori, terribilmente rancorosi, hanno deciso di vendicare gli orrori passati e hanno costruito una società segreta che è impossibile infiltrare e che colpisce silenziosamente, evitando il clamore dei media come la peste.
Se qualcuno indica un nome , un luogo, ove è rifugiato un boia, “Il Fuoco della Shoa”, dopo aver scrupolosamente analizzato il caso, si attiva e manda un suo giustiziere a terminare la vita del mostro. Il giustiziere non conosce il funzionamento dell’organizzazione - che assomiglia vagamente ad una setta massonica pur essendo profondamente laica e antireligiosa - riceve un ordine e parecchi soldi per attivarsi e organizzare l’esecuzione. Poi è solo; e se lo arrestano non sa niente. E se lo uccidono ancor meno. Si dice che “Il fuoco della Shoa” prima di diventare “DIKE”, un’organizzazione internazionale che trascende l’olocausto e punisce ogni genere di misfatti, fosse governata da un gruppo di ebrei filantropi (se così è, si possono definire questi angeli vendicatori).
Più tardi, aprendosi ai gentili, la società segreta si strutturò differentemente utilizzando notevoli capitali laico – pagani - cristiani. Si dice che i giustizieri di DIKE siano almeno dieci e che questi “terminator” siano considerati come assassini etici, come angeli vendicatori, e che siano molto ben pagati per portare a termine le varie operazioni, e che debbano essere sempre pronti, in qualsiasi momento del giorno o della notte per partire e colpire.
“Conditio sine qua non” delle varie operazioni di DIKE è la segretezza.
Una volta eseguita la vendetta deve calare una coltre di silenzio.
Ogni operazione deve occultarsi in una profonda foschia. Meno se ne parla e meglio è.
La persona che ha subito il torto orrendo è informata che il boia è stato eliminato ma che ora è necessario tacere. E la persona tace perché se parla svanisce.
Si dice che almeno 120 esecuzioni siano state portate a termine da DIKE – Fuoco della Shoa tra il 1980 e il 2000. Quando i media illuminano un angolo oscuro della storia dei massacri, DIKE attende. Per esempio l’organizzazione stava dando ordini per giustiziare Helmut Shorig, ma dopo l’intervento della stampa internazionale, ha sospeso l’operazione. Se i riflettori illuminano un caso, DIKE, immediatamente, lo abbandona. La natura della bestia è la inesorabile vendetta e il susseguente occultamento.

Che lavoro faccio?
Io sono un giustiziere di DIKE. Ma non posso raccontarlo a Irene o a Ines.
Come ho spiegato Heinrich Muller l’ho braccato ed ucciso, nel 1987, nella città guatemalteca di Antigua, nel Calle Ancha de los Herreros, vicino alla Colonia Candelaria.
Quello è stato il mio piccolo capolavoro. Ma ne ho fatti fuori parecchi in Polonia: ho eliminato Taddeus Miskolz che tradì i suoi amici ebrei durante i giorni della sollevazione nel ghetto di Varsavia. L’ho cercato tra Olsztyn e Dobre Miasto, e l’ho raggiunto a Radostowe.
Atanas Kaszlu, un ex SS lituano l’ho rincorso tra Vilnius, Marjiampolè e Kalvarija e l’ho eliminato a Sestokaj. Oltre essere stato un SS, aveva anche organizzato un pogrom
A Genthin vicino a Brandemburg e Postdam ho eliminato Willi Stocherz un dottore macellaio del campo di Belsen.
Ad Amburgo nel quartiere Lokstedt, famoso centro di ex SS ed ex agenti della Gestapo, ho eliminato Wolfgang Rastorf un notorio Gruppenfurher molto attivo negli stati baltici.
Michael Swaube, orrendamente presente a Ravensbruck l’ho inseguito in Moldavia durante un viaggio di affari. Ho guidato dietro a lui per molti chilometri tra Chisianau, Capriana e Orhei facendogli credere che ero dei servizi segreti moldavi e lo seguivo per proteggerlo.
Dopo averlo eliminato, ho fatto quello che Simon Lazzari fece più tardi in Romania: ho visitato il complesso monastico a Capriana.
Con Ralf Kehm, il mostro di Vught, il campo di concentramento situato in Olanda, ho fatto una vacanza: l’ho tallonato a Creta, viaggiava beato tra Irakleio, Marathos, Perama e Arkadi. Quest’ultimo posto gli è stato fatale. L’ho centrato in testa da 200 metri e l’ho nascosto, stecchito,
tra cespugli di rosmarino.
In Sud America ho cercato due SS: Laden Fritz e Sigfried Bund.
Laden, un SS del campo di Theresienstadt in Cecoslovacchia, grande amico di Anton Malloth, l’ho seguito in Colombia da Cartagena a Barranquila, e poi da Santa Maria fino a Riohacha e in quest’ultima città l’ho ucciso mentre usciva da un casino di alta classe: un viaggio d’affari cum scopata e appuntamento finale con Lady Death.
In Bolivia nella città di San Pedro ho rintracciato Sigfried Bund attivo a Treblinka e Sobiror in Polonia e l’ho eliminato attirandolo in una trappola. Lo avevo conosciuto a Conception, spacciandomi per un neo nazista italiano. E’ stato dolce fulminarlo.

Alcuni non si sono accorti di morire.
Storchez è morto coraggiosamente.
Kaszlu codardamente, implorando.
Kehm, per nulla pentito, inneggiando al Terzo Reich.
Swaube profondamente pentito e afflitto: invitandomi a finirlo. Cosa che ho fatto contro voglia e in un senso commosso: ammiro il coraggio davanti alla morte.
Heinrich Muller quello di Wannsee è morto sorridendo, anzi ha tentato di sputarmi.

DIKE, nel 1998, mi ha anche pagato per vendicare due innocenti massacrati da mafiosi.
Ho eliminato, a Mazara del Vallo, tra via Vaccara e via Sansone, non molto lontano dal campo sportivo, Matteo Mancuso, un luogotenente del capofamiglia del Brancaccio Giuseppe Graviano, mentre visitava la cittadina per ragioni riguardanti i rapporti tra i clan e i colombiani.
E a Erice ho eliminato Salvatore Messina detto “u femminaro”, un luogotenente di Motisi, capofamiglia del quartiere Pagliarelli, sparandogli in faccia in via Spada presso l’Addolorata alle tre della notte.

La mia ultima esecuzione? Un SS italiano Parrucci Adelfo che conosceva Carlo Manfredo Nicolis di Robilant ed era stato anche amico di Delfo Zorzi, quello delle bombe di Piazza Fontana.
Un autentico Waffen - SS decorato al valore, un ex Obersturm - fuerer che non si perdeva mai una messa per i caduti di Salò perché era intensamente religioso.
La storia delle SS italiane la conosciamo: si squagliarono come neve al sole.
Un po’ come i cacciatori in Italia e nel mondo. Nel 1943 erano quasi 20.000, due anni più tardi si ridussero a circa 6000. I battaglioni di Debrica, Vendetta e i Kampfgruppen Heldmann furono particolarmente noti per la loro brutalità nella repressione antipartigiana. Il Parrucci si distinse in una sanguinaria operazione, in un memorabile rastrellamento nell’Ossola operando con il Kampfgruppen Noweck. Il reprobo, nel 1997, era ritornato a far politica con la Fiamma di Rauti.
DIKE, nel 2000, mi diede precise informazioni e lo rintracciai con facilità a Novara, abitava in una casa vicino a Corso Vercelli e aveva messo su una fabbrichetta di scarpe nella zona di Morno. Un giorno lo seguii per la statale 32 mentre guidava verso Oleggio, e prima di arrivare in quel luogo lo fermai e lo feci secco. Non gli lasciai neanche il tempo di dire “Viva il Duce!”.
Poi proseguii per Pallanza e cercai, inutilmente, di sedurre, nell’albergo ove soggiornavo, un grazioso tre stelle, una cameriera dalla volgarità dirompente. Ma non andò bene: troppo poco tempo. Mi consolai pensando che almeno Adelfo lo avevo spedito a soggiornare nel grembo di Wotan, nel Wallhala dei prodi guerrieri nordici..

Dopo Londra devo preparare un viaggio in Croazia e giustiziare un vecchio frate, devoto di Alojzije Stepinac, che fu attivo nei campi di sterminio degli Ustascia. Abita in un città chiamata Varazdin e pare sia diventato un santo. E’ molto amico di padre Draganovic, ex colonello ustascia, che vive attualmente, in raccolta preghiera, presso San Gerolamo degli Illiri ed è intimo amico e padre spirituale di Sakic Bilanovic il responsabile del campo di concentramento di Jasenovac in Croazia.

Questo è il mio lavoro.


*****

26.4.2001

Caro Zeno,
…sto riflettendo sul tuo ciclo di poesie “Voce di silenzio sottile”: sembra che la tua ricerca poetica adesso sia tutta centrata sul Sacro e il suo luogo: sulla percezione dell'Assoluto o di una qualche Realtà Ultima che si rivela in un oscuro e buio mistero.
L'Ascolto è rivolto a qualcosa di più definito di quello di “Simia Dei”, ove sempre è presente la dimensione del profano; lì l'ispirazione poetica tocca aspetti differenti a seconda dei gruppi di poesie che nascono in luoghi e momenti diversi della tua vita, anche lontani negli anni. Si passa dalle poesie filosofiche sull'Essere, come quelle dei primi gruppi a quelle sulla condizione umana come quelle del Graal, alle poesie ilari del ciclo di Oz, o a quelle ironiche della Santa Mignotta. Nel nuovo ciclo l'ascolto del poeta è rivolto a dimensioni ancora più profonde nell'animo e sembra esservi una vera e propria ricerca di Dio, ma una ricerca che si muove nel buio e nel vuoto e che affronta il Nulla e lo scandaglia in tutte le sue recondite parti.
Qui prevale la Notte, il Buio e la dimensione inconscia, mentre nel “Simia Dei” sembra prevalere il Giorno, la Luce e la dimensione del quotidiano.
Ma sono solo due aspetti di un unico momento quello della visione interiore, quello della visione del Sublime, dell'Universale, quello della ricerca e scoperta dell'ignoto.
Questa è solo una prima riflessione, ma non ho assorbito bene tutte le poesie per sentirle veramente e avrei tante altre cose da dirti, ma un poco alla volta, e mentre leggo e vivo nella tua voce, sto assimilando il tuo linguaggio poetico. Le tue poesie sono filosofiche, tu sei un Poeta filosofo.
Hai letto "I discepoli di Sais di Novalis?" L'ho trovato oggi a metà prezzo: la filosofia diventa poesia e dice che il poeta è colui che trova l'ignoto a partire dal noto.
"Per loro (i poeti) la natura possiede tutte le variazioni di un animo infinito ed essa, con cambiamenti improvvisi e trovate, incontri e deviazioni ingegnose, con grandi idee e bizzarrie, li sorprende più dell'uomo più ingegnoso e vivace. Si rimprovera ai poeti di esagerare e si
considera il loro linguaggio improprio e immaginifico quasi solo per giustificarli, addirittura ci si accontenta, senza approfondire, di attribuire alla loro fantasia quella natura sorprendente che vede e sente qualcosa che altri non vedono e non sentono e che, in una amabile follia, fa e disfà il mondo reale come li aggrada; ma a me sembra che i poeti siano ben lontani dall'esagerare quanto invece occorrerebbe, che essi percepiscano solo oscuramente l'incanto di quella lingua e che giochino con la fantasia come un bambino con la bacchetta magica del padre"……….

Ines


*****


Già Ines…
Una volta feci un giro della Polonia con un piccolo gruppo misto condotto da un professore di storia che si chiamava Augustyn Szeroka. A Czestochowa uscendo da un incontro inquietante con la Madonna nera trovai, nei pressi della chiesa, una donna - che sapevo era una suora e che faceva parte del mio gruppo - afflitta, quasi scossa, piegata dall’esperienza della traboccante espressione di fede. Mi avvicinai e sapendo che era con il gruppo di Szeroka immaginai che fosse italiana.
“Si sente male?” Chiesi. Non stava male, era sconvolta. Mi disse: “Delle volte penso a simili manifestazioni come espressioni di puro paganesimo: la fede è un’altra cosa” e sorrise.
C’era un sentimento incandescente in quella chiesa affollata e ne ero rimasto sconvolto.
La osservai. Un pallore grigiastro, ma sotto quel lividore c’era un volto vivo con occhi indagatori.
Un volto bello e sofferto, con delle labbra carnose. Con un tocco di trucco quel viso avrebbe acquistato un grande splendore. Un sorriso dolcissimo e sotto il vestito era facile intuire un corpo ben fatto. Era alta un metro e settanta circa, aveva capelli castani corti. Le offrii una sigaretta che lei rifiutò. Era profondamente disturbata dall’esperienza di Czestochowa. Mi chiese cosa facevo, era l’ottobre del 1998 e sparai quattro fesserie: dissi che avevo a che fare con l’arte contemporanea.
Mi disse che aveva insegnato Filosofia presso un Liceo ecclesiastico a Roma, e che ora lavorava presso una biblioteca. Si era laureata in Teologia all’Università di Tubinga, aveva studiato filosofia a Friburgo, approfondendo la fenomenologia di Husserl e Heidegger. Viveva ancora nel convento delle Sorelle Adoratrici del Preziosissimo Sangue a Roma, l’ordine di cui faceva parte. Mi disse anche che intendeva lasciare il convento per cose che non poteva rivelare.
E m’incuriosì oltremodo. Mi chiese dove abitavo. Le dissi in Umbria e le accennai che se decideva di lasciare il convento l’avrei potuta ospitare per tutto il tempo necessario, senza che lei dovesse concedermi nulla. Fui molto chiaro e lei sorrise. Ma intuii immediatamente che aveva una grande voglia di concedersi.
Suor Ines così si chiamava, vedendo un libro che avevo in mano mi chiese cosa stavo leggendo. Spiegai che quello che stavo leggendo riguardava qualcosa che, pur in contrasto con quella espressione di fede polacca che avevamo appena visto, era un bel esempio di ricerca dell’illuminazione interiore. Ines mi guardò con curiosità sorridendo e devo dire che la immaginai immediatamente nuda in un letto, il verme che rode il cervello mai muore: siamo fatti male. E spesso me ne vergogno. La suora aveva qualcosa di inquietante e infantile allo stesso tempo, e una curiosità molto viva. Aprii il libro e dissi: “Stavo leggendo che nel monte Hiej, in Giappone, ci sono dei monaci della setta Tendai, che raggiungono il “satori” correndo grandi distanze. Li chiamano Kaihigyo e sono dei santi maratoneti e invece di finire in cima ad una colonna, come gli stiliti bizantini, corrono, per anni, come matti…. Ecco leggo: partono dal loro monastero vicino a Kyoto, e galoppano per 1000 giorni, e lo fanno dal lontano 1885: per raggiungere l’illuminazione ci vogliono sette anni di corse. Altro che Madonne nere! I primi 300 giorni si allenano correndo per 40 chilometri al giorno per 100 giorni senza alcuna interruzione. Nel quarto e quinto anno corrono per 40 chilometri al giorno per 200 giorni consecutivi. Nel sesto anno corrono per 60 chilometri al giorno per 100 giorni consecutivi; e nel settimo anno 84 chilometri al giorno per 100 giorni consecutivi. Virtualmente si pappano due maratone al giorno e lo fanno esclusivamente per ottenere l’illuminazione che chiamano “satori”. Sono dei vegetariani, come me, e quando corrono fissano un punto a una sessantina di metri e rilassano le spalle, tenendo la schiena dritta e il naso in linea con l’ombelico….Pensi, sorella, corrono con sandali di paglia e non con le scarpe supersoniche di Adidas o di Nike e si portano dietro alcune cose: candele, cibo, coltello, è una corda chiamata la “corda della morte” che utilizzano in caso di fallimento. Proprio così: se falliscono hanno due scelte: impiccarsi o sbudellarsi. Ci sono steli lungo la via del monte che indicano i luoghi ove i monaci, che non ce l’hanno fatta, si sono suicidati. E fanno una certa impressione. Inoltre praticano il “doiri” che consiste in un digiuno di sette giorni, in quella settimana il monaco ripete mantra e cantici buddhisti circa 100.000 volte al giorno. Nel “doiri” il monaco si confronta con la morte, e in seguito a questa esperienza acquista strani poteri sensoriali. Acquisisce una trasparenza particolare.
Anche gli atei, che hanno assistito all’epilogo della corsa, affermano che dopo il “doiri” i monaci assomigliano a Buddha viventi. Quando i mille giorni stanno per concludersi moltissimi giapponesi vanno a vedere la conclusione della maratona metafisica perché pensano che i monaci, dopo il sovrumano sforzo, acquisiscano poteri taumaturgici. Questo evento è qualcosa di straordinario…” conclusi.

Ines appariva interessata. Se ti seguono con la testa è fatta.
Proseguimmo il viaggio insieme. Alcuni giorni dopo, a Gdynia vicino Gdansk, non lontano dal porto, le toccai la mano per la prima volta e le dissi: “La desidero.”
Ines rispose che era molto contenta del mio desiderio e che aveva riposato - così disse - nei miei occhi cangianti. Il messaggio era chiaro.
Mi spiegò che i conventi sono luoghi ove spesso avvengono le peggiori nefandezze accentuate dalla solitudine e l’incessante desiderio della carne, poi mi disse con estrema franchezza che c’erano cose che non condivideva con la sua fede.
Ricordo che parlò della sua incomprensione della Trinità, del culto eccessivo della Vergine Maria, della sua convinzione che la resurrezione corporea di Gesù non fosse avvenuta , della veridicità dei vangeli, e poi di un blocco insormontabile: il trattamento della chiesa riguardo gli animali, per lei assolutamente incomprensibile. Aveva sfornato in cinque minuti una serie di pensieri eretici passando da Ario a Nestorio per gettarsi con l’ascia alle radici della fede.
Tra un anno pensai sarebbe diventata atea.
A Gdnask la baciai per la prima volta, aveva dei jeans ed una maglia nera ed era andata a visitare un prete in una chiesa vicino ad una strada chiamata Chlebnika, vicina al fiume chiamato Mottawa. Era andata a portare un pacco al parroco, una suora polacca l’aveva pregata di farlo; prendemmo un taxi per arrivarci, ma ritornando chiedemmo al taxista, che pretendeva di essere pagato in dollari, di lasciarci vicino ai bastioni del castello, a Biskupia Gorka, e lì, non lontano dal campo sportivo, in un punto solitario, appassionatamente la baciai. E non fu un bacio fuggente ma una rimestare furioso di lingue mentre le mie mani le accarezzavano il seno e il monte di venere. Non si ritrasse. Da come reagiva capii che provava un forte desiderio. Tornammo in albergo ma non venne immediatamente nella mia stanza. Ne io insistetti. Ma quella notte bussò e a Gdnask passai una delle migliori notti della mia vita. Le succhiai il seno fino a farlo sanguinare e poi la vulva. E quando la montai dovetti serrarle la bocca per non farla mugolare troppo forte. E fu una cosa grandiosa. Non era vergine.

A Gdynia andai perché DIKE cercava Taddeus Miskolz.
Il mio contatto francese con DIKE, Francois Venge, un nome - maschera, mi aveva informato che dovevo incontrare un certo Joszef Garwatoski, detto “Orchideè” o “la Rita”, in quella città baltica. Avrei unito l’utile al dilettevole: un viaggio interessante con una ricerca di lavoro.
Francois mi aveva dato un indirizzo, un numero di telefono e altre informazioni.
Mi spiegò che Orchidea si prostituiva e il boia Taddeus era un suo affezionato cliente.
Secondo Francois Rita sapeva dove si trovava Miskolz.
Una sera la chiamai telefonicamente e lei contenta di aver trovato un cliente italiano mi invitò.
Tra le mignotte di ogni tipo abbiamo un gran nome, siamo un popolo di puttanieri, di artisti e di grandi navigatori. Joszef era un transessuale e aveva vissuto in Italia, lo chiamavano l’Orchidea per la sua preferenza per il colore quaresimale: il viola. La sera abbandonai la mia giovane suora al suo destino e presi un taxi che mi condusse verso l’arcano fiore.
Il mio albergo era nella Starowieska, il taxi si diresse verso la Slaska la seguì poi prese la Zwycieestwa e la Wielkopolska e mi portò in un quartiere chiamato Karwiny.
Mi feci lasciare in quel luogo remoto per proseguire a piedi verso una zona chiamata Wielki Kack.
In un isolato, in via Orna, trovai la casa del germoglio tenebroso.
Joszef mi accolse affabilmente in un tripudio di bambole, foto, porcellane e piante e mi offrì un Whisky scozzese. La casa era tutta dipinta di rosa. Rita aveva una parrucca con riccioli biondi, una miniskirt nera da capogiro e una camicetta di seta viola. Sul suo volto si intuiva quello che gli inglesi chiamano “the five o’clock shadow” l’ombra della barba delle cinque della sera.
Il fiore era truccato leggermente ma le labbra risaltavano per un rossetto vermiglio.
La bocca notoria era accentuata: era la porta che introduceva il cliente nella città di Sodoma e nei luoghi delle infinite delizie. Orchidea cominciò ad esaltare l’Italia, dove si era trovata benissimo, sciorinando una serie di letali banalità sulle doti dei maschi italiani. Sul tavolo di vetro tra arabeschi e piatti di pessima porcellana c’era una foto del suo adorato cantante Michael Jackson con Elizabeth Taylor. Se c’è qualcosa che identifico con la decadenza dell’Occidente è proprio questa immagine dell’assurda coppia: l’immagine mi colpisce come perversa e conturbante. Una vecchia attrice che si stringe ad un quarantenne che fa finta di essere Peter Pan: che profonda tristezza! Orchidea notando che stavo osservando la foto sulla rivista, mi parlò del suo amore per il cantante. Le risposi dicendo che era un peccato che si fosse fatto un bagno nella varechina e si fosse aggiustato il naso con un ferro da stiro. Il fiore tenebroso rise e mi spiegò che il povero Jackson aveva una malattia della pelle e che io ero crudele e che, malgrado tutto, lui-lei adorava il suo Michael, il suo idolo.
Il suo italiano era scarso ma il su inglese era abbastanza comprensibile, continuammo così per un bel pezzo, fino al momento, che essendo divenuta troppo audace con le sue dita inanellate, le dovetti spiegare la ragione della mia visita. Ritirò la mano che stava accarezzando la mia patta ed ascoltò. Mostrai una busta piena di dollari e le dissi: tutto questo in cambio di una semplice informazione. Rita Orchidea nèe Joszef Garwatoski mi guardò incuriosita e spaventata.
Non temere - le dissi - tutto quello che desidero sapere è dove si trova Taddeus Miskolz.
Mi chiese chi ero. Spiegai che ero della polizia italiana e che cercavamo il polacco per violenze fatte ad un bambino in Italia. Ce ne volle: Orchidea faceva la svenevole e la preziosa, ma quando spiegai che cose più grandi di lei si stavano muovendo e che lei avrebbe avuto grossi guai se si fosse rifiutata di darmi l’indirizzo di Miskolz, allora, e solo allora, e con grande tremore, digrignare di denti e possenti contorcimenti delle mani, cercò di concordare il prezzo.
Chiese 5000 dollari. Risposi che non gliene davo più di 3000.
Alla fine accettò. Ma per concludere l’affare pretese, come “conditio sine qua non” dell’accordo una semplice cosa che non le potevo assolutamente rifiutare.
Mi guardò negli occhi intensamente e poi scivolò elegantemente verso la mia patta.
Ero scioccato e perplesso ma pensai: Miskolz vale bene un pompino e la lasciai fare.
Si denudò, mostrò un piccolo ma solido seno e due gambe nodose.
Era in ginocchio con la parrucca riccioluta che si muoveva e cominciò a lavorare sulla mia stravolta lumaca. Devo dire che la visione del pomo d’Adamo ondeggiante dava un certo fastidio, ma non ci misi molto ad ottenere una decente erezione perché quella bocca era un marchingegno micidiale:
succhiava come un aspirapolvere tedesco. Cercai di immaginare, con i poteri declinanti della mia mente e chiudendo gli occhi, che quella fosse la bocca di Ines. Mi vergogno di dirlo: godetti profondamente. Rita ingoiò il liquido emettendo un suono gutturale indefinibile: un gorgoglio di piacere. E disse: “I bet this suck was the best ever!”
Confermai e aggiunsi: “Notevole…”.
Era sera. Le chiesi di chiamarmi un taxi. Scrisse un numero di telefono e un indirizzo.
Le diedi il pacchetto di dollari, accesi una sigaretta, la baciai sulla fronte e partii.
Ines mi attendeva. Quando giunsi chiese: non sei mica stato con un’altra donna?
“Assolutamente no!” Risposi. E non mentivo.

I giorni susseguenti continuammo il giro delle città della costa baltica e visitammo Szczecin, Kamién Pomorski, Koszalin, passeggiammo lungo la spiaggia di Sopot e tra le fortificazioni di Kolobrzeg e giungemmo al luogo prediletto di Ines: il castello dei Cavalieri Teutonici di Malbork.
Il maniero era impressionante. La giovane suora stava scrivendo un saggio sulle crociate dei Cavalieri Teutonici e la storia della loro pulizia etnica in terra prussiana.
Era affascinata dalla potenza di Marienburg (così era chiamato il maniero ai tempi dei prussiani) un semicerchio di mura possenti, che esprimeva tutta l’hybris teutonica dei monaci guerrieri.
Si diceva che il castello fosse la più possente fortezza europea e che poteva ospitare fino a diecimila uomini e sostenere assedi per lunghi periodi di tempo. Ines mi disse che nel saggio aveva analizzato la figura del Maestro Teutonico Von Salza che divenne più possente del re d’Ungheria. Mi spiegò che quando i cavalieri furono espulsi da quella terra, nel 1226, Corrado di Mazovia li implorò ad intervenire per sottomettere le popolazioni pagane dell’area. I cavalieri arrivarono e non si mossero più e in quelle terre misero radici. Eliminarono gli originari prussiani, e con la benedizione del Papa, condussero guerre di sterminio in nome della croce contro i selvaggi Lituani, i Polacchi pagani, gli Estoni, e massacrarono in nome di Dio, Tartari e Musulmani e spietatamente imposero, dove potevano, la loro egemonia. In una occasione, dopo aver cantato solennemente il loro inno “Jesu Christo Salvator Mundi”, massacrarono 10.000 cittadini di Danzica nel nome di Gesù e li sostituirono con emigranti tedeschi. I germi della Lebensraum erano già presenti. Questi monaci erano le SS della croce.

Il giro della Polonia continuò e visitammo Cracovia, Lublino, Lodz, Varsavia, Wroclaw e Poznan.
Ritornammo e per un mese non vidi più Ines, poi giunse improvvisamente nel mio eremo e si innamorò - anche lei come Irene - di Orione. E fu molto difficile strappargliela in quelle notti d’amore: Orione non voleva mollarla.