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5. DIKE
Avvengono cose così deliziose nel mondo da convincermi sempre
più che se il nulla discendesse sui mondi occultandoli e recuperandoli alla
notte originale sarebbe un accadimento giusto: una santa soluzione.
Nel Mississipi due milioni di votanti decideranno tra alcuni giorni, con un
referendum, se bisogna cambiare o non cambiare la vecchia bandiera della
confederazione sudista.
E’ pronto un nuovo stendardo con un cerchio di stelle per sostituire la croce
del Sud.
Ma cos’era la bandiera a forme di croce di Sant’Andrea?
E’ stato il vessillo degli stati secessionisti che combatterono contro gli stati
dell’American Union per impedire l’abolizione della schiavitù. E’ stato, ed è,
il simbolo del Ku Klux Klan e di tutti i sogni farneticanti ed egemonici della
razza bianca. E’ stato il simbolo della lotta per preservare la schiavitù nel
cuore del sud fino alla resa degli undici stati secessionisti ad Appomatox,
nell’aprile del 1865. E’ stato anche il vessillo portato con onore sui campi di
battaglia dai generali della Confederazione Jackson e Lee. E’ stata la bandiera
di una confederazione che conteneva nei suoi confini 5.500.000 uomini liberi e
3.500.000 schiavi. E’ stato ed è simbolo d’infamia per gli afro americani
d’America e per tutti gli uomini che amano la libertà.
La cosa assai strana è che un nero su due non voglia cambiare la vecchia
bandiera utilizzata dal Ku Klux Klan. Si può capire che i bianchi, che ricordano
la guerra civile, siano reazionari e conservatori e vogliano mantenere la
vecchia bandiera, ma che lo facciano anche i neri è una cosa assurda,
incomprensibile. E già ci dicono che il referendum avrà come risultato la
preservazione della Croce del Sud. Vallo a capire il mondo.
Sorprendersi? Immaginate un piccolo africano nelle navi dei moderni negrieri.
Immaginate un piccolo tutsi cacciato da un monastero dalle suore Benedettine per
poi finire macellato a colpi di machete.
Sorprendersi?
Due suore: sorella Gertrude Consolata e sorella Maria Kisito, protette dalla
Chiesa in Belgio, sono state accusate di avere cacciato dal monastero di Sovu
migliaia di Tutsi, per farli massacrare dai miliziani estremisti di etnia Hutu.
Maria Kisito è, inoltre, accusata di aver dato taniche di petrolio ai miliziani
affinché bruciassero 500 tutsi rinchiusi in un garage. Gli altri disperati sono
stati macellati dagli hutu a colpi di machete. Le suore hanno collaborato al
massacro – lo affermano gli stessi assassini - per odio verso i Tutsi.
Il mondo gira.
L’Italia trema: il partito combattente si è scatenato e sta assorbendo, in un
infido progetto terroristico, tutte le sigle rivoluzionarie. Berlusconi è
minacciato di morte ma procede senza timori e litiga con il ministro
dell’interno Bianco. Si risveglia l’idra della rivolta di destra e tutte le
teste, mai recise, del mostro neo fascista ricominciano ad agitarsi. In special
modo nella curva laziale amica di Arkan. Bin Laden sogna di far saltare il
Vaticano polverizzandolo come le statue dei grandi Buddha distrutte dai
Talibani. I pirati informatici promettono un grande caos nei sistemi del mondo.
La rivolta di Seattle continua. Un sontuoso goal di Nakata ha coronato, a Udine,
un secondo tempo da fiaba della Roma e la Juve ed Evaristo Garbati hanno
ricominciato a scalpitare.
Nel Burundi 40 militari hanno tentato un golpe e fatto tremare le borse
mondiali.
La DIKE ha fissato i suoi occhi glaciali, che ricordano quelli di Medusa, su un
personaggio della brigata Zvornik, una forza serbo bosniaca che nel luglio del
95 massacrò 7000 musulmani, dopo aver preso Srebrenisca, un’enclave islamica. Il
tenente colonnello serbo bosniaco Dragan Obrenovic è stato arrestato come era
stato catturato Radislav Kristic. Del generale Madlic, un pesce troppo grosso,
se ne sta occupando la SFOR. La DIKE lascia fare, ma l’organizzazione sta
meditando da tempo la possibile eliminazione di un boia serbo bosniaco che abita
nella città di Sabac in Serbia: un mostro ricordato anche per i tormenti
inflitti ai prigionieri in un lager. La Sicilia sta superando se stessa: un
giornale di Cefalù che viene pubblicato dalla chiesa delle Madonie: Rivista ha
pubblicato un sondaggio: il 14% dei giovani siciliani ricorrerebbero, senza
scrupoli, e senza la minima esitazione, alla mafia per ottenere un posto di
lavoro.
Intanto il volume di affari della mafia prospera, sale alle stelle: ha raggiunto
un livello pari al 15% del PIL: 300.000 miliardi di lire. Le fonti di
quest’enorme ricchezza provengono da usura, racket, prostituzione, gioco
d’azzardo, totonero, traffico d’armi, ecomafia, immigrazione clandestina,
smaltimento rifiuti eccetera… eccetera…
Se DIKE dovesse funzionare ad un livello di disumana efficienza sarebbe
necessario accoppare almeno un mezzo milione di persone nell’isola, nelle
vicinanze e altrove. Il cancro della corruzione che origina dal giro del denaro
facile, nero e riciclato si sta diffondendo inesorabilmente: questa è la natura
della bestia.
Ma affrontiamo le cose seriamente e piantiamola con i negrieri, i neri, la
mafia, che infanga il nome dell’Italia: il mondo non possiamo salvarlo. Hanno
sequestrato Villa Altachiara, per Raggio c’è rischio di accusa per truffa, e il
fido Tirso ha fatto bloccare la dimora della contessa Augusta Vacca. Il
messicano, poveretto, ora dorme in albergo. Queste sono cose serie, non le
minchiate degli Hutu e dei Tutsi.
*****
Evaristo….ma perché non posso leggere della Vacca ? E’ un fatto
interessante….sono note di cronaca….colore….ma quale smutandata era una donna
libera…smutandata….è invidia….siamo tutte troie….e ricominci con il Cavazzi….è
stato un momentaneo cedimento….falla finita…mi sono pentita…ma si è stato il
messicano….guardalo che faccia ha….ha gli occhi infidi…l’ha buttata giù dal
dirupo e si è fottuto tutti i soldi…è stato tutto organizzato….e quella
troietta…..quella gatta morta sa tutto……si…Susanna….quella gatta morta….quella
se la fotte Raggio….e che significa che è una bella fica ?….Ecco la bella
fica….e allora? Si….se la ride Tirso Chazaro…una spintarella e giù…50
miliardi……si…con tutti quei soldi…e allora ? La depressione non viene ai
ricchi…? Sono esclusi loro…? Ma senti un po’…si a me interessa perché è un
giallo affascinante….ma che c’entra Raggio con i socialisti? Si…Martelli…e
allora ? Ma si…mi piaceva è un tipo interessante….si…una fichetta….sei incazzato
per la Juve….ma no a Torino pareggiate con la Roma….stai calmo…pensa al tuo
padrone….al Berlusconi….e va bene se ne farà a meno della piscina….hai ragione
la Vacca con tutti quei soldi si va ad ammazzare…ed era ancora piacevole….. si
un po’ gonfia….alcolismo e droghe ? Boh! Ma dimmi tu…ora la villa non è più di
nessuno…non è vero che la dava a tutti….ora ci si mette pure tua madre….mamma
non la dava a tutti…era innamoratissima di Raggio….ma perché la chiami troia….?
E va bene qualche volta l’avrà data…e tuo figlio mamma…. scusa… non scopa…la
Mazzioli non se l’è fatta?
Si, nega….brutta come la fame con i baffi e i peli sul petto e lui se l’è fatta…
E certo loro sono uomini…possono farlo…hai ragione mamma….ma si…ancora co stò
Cavazzi…ti ci metti pure tu mamma…..ma si….abbiamo sofferto tutti…ma quello è
incazzato per la Juve non per il Cavazzi…si le corna….tutti ridono….te lo dico
io chi ride…Sensi ride……vi fotte Sensi…ma che fai spacchi un piatto ? Ma sei
fuori di testa?…Calmati!
Ma si sono tutti drogati nella Juve….ora anche Davids ….si il mandrillone….e va
bene il nandrolone….no non sono ignorante……tutti drogati…dalla cretina al
mandrillone….si va bene creatina….e va bene….se Trezeguet si è mangiato un gol
davanti alla porta è colpa di Sensi?
Ma via….le cazzate che spari…e tu stà zitta mamma che sei stata sempre
dell’Inter e ora hai cambiato…e poi votavi comunista e ora ti sei messo con
quello spergiuro….e va bene….la minaccia di morte….ma andate a cacare…guarda tua
figlia ride…..io esco…bello spettacolo….bye…bye….non lo vincete il
campionato….noooooooo………
*****
Quello che inorridisce è l’immunità che alcuni boia dell’Olocausto si godono
nelle loro terre: un caso classico è Wolfang Emden che vive pacificamente a
Ochtendung, nei pressi di Coblenza, completamente immemore degli orrori
trascorsi, e travestito da pagliaccio, se la ride beato, mentre organizza feste
per il carnevale nel suo paese. Questo simpatico, bonario signore è il boia di
Caiazzo.
Friedrich Engel, l’ex SS della Benedicta, che ha fatto massacrare 246 ostaggi in
Liguria passa il tempo coltivando i fiori. Un animo sensibile, , come Berlusconi
un perseguitato dai rossi.
Shunbernig vive felice nella Carinzia di Heider ed ha una bella drogheria.
“Misha” Michael Seifert il boia di Bolzano, nato in Estonia, se la spassa a
Vancouver.
Heinrich Shubert, ex Rittmeister della Wehrmacht ed ex ufficiale nazista,
accusato dell’eccidio di Chiusa Penio in provincia di Cuneo, vive pacifico a
Darmstadt godendosi la pensione da geometra.
L’assassino di Spalato Otto Von Ludendorf, sottotenente della divisione delle SS
Prinz Eugen che massacrò, nel 1943 a Spalato, 800 soldati che si erano arresi -
un crimine simile a quello perpetrato a Cefalonia - se la spassa beato.
Ce ne furono di massacri dopo il tradimento italiano: Cefalonia, Spalato,
Korica, Scarpanto, Lero e altri.
Ci sono molti mostri in congedo nel mondo.
Secondo DIKE di 182.000 persone sospette di crimini di guerra ed orrori, solo
5000 sono state condannate; ma quanti assassini riuscirono a fuggire per la “via
dei topi” e ad approdare in Argentina. Alcuni pesci grandi furono concessi da
quell’avara e furbesca nazione: Juan Bohne il terminator degli handicappati,
Eduard Roshmann il comandante del ghetto di Riga, Bilanovic Sakic il
responsabile del campo di concentramento di Jasenovac in Croazia, il comandante
altoatesino Josef Schwammberg del ghetto di Przemsy, Eric Priebke e Adolf
Eichmann che fu rapito.
L’Argentina ospitò anche il biellorusso Radislaw Ostrowski e il croato Ante
Pavelic che mai furono trovati.
Con i macellai dell’Olocausto funziona così: i pesci grandi li cercano e alcune
volte li trovano
(e per pesci grandi intendo tipi come Eichmann, Barbie, Priekbe, Reider, Hass,
Malloth, Schubernig, Engel, Mengele, Rauff quello del camion - camera a gas,
Fridolin Guth quello del colpo di stato che liquidò Dolfus e brillante
torturatore dei partigiani francesi) i servizi segreti israeliani o il Centro
Wisesenthal. Ma quelli piccoli spesso li ignorano, e lasciano che questi squali
concludano pacificamente le loro esistenze nuotando tra limpide acque. A questi
piccoli squali, i massacratori ignorati da stati nazionali e dai servizi
segreti, pensa “Il Fuoco della Shoa”.
I servizi israeliani o gli stati nazionali spesso arrestano e processano anche i
mostri minori, ma dove non arrivano loro, come ho detto, arriva “Il Fuoco della
Shoa”, che ha infiltrato la rete import - export che protegge questi morti -
viventi ad Amburgo, e silenziosamente li elimina.
Dietro a questa arcana organizzazione ci sono ingenti capitali ebrei. Vecchi
signori, terribilmente rancorosi, hanno deciso di vendicare gli orrori passati e
hanno costruito una società segreta che è impossibile infiltrare e che colpisce
silenziosamente, evitando il clamore dei media come la peste.
Se qualcuno indica un nome , un luogo, ove è rifugiato un boia, “Il Fuoco della
Shoa”, dopo aver scrupolosamente analizzato il caso, si attiva e manda un suo
giustiziere a terminare la vita del mostro. Il giustiziere non conosce il
funzionamento dell’organizzazione - che assomiglia vagamente ad una setta
massonica pur essendo profondamente laica e antireligiosa - riceve un ordine e
parecchi soldi per attivarsi e organizzare l’esecuzione. Poi è solo; e se lo
arrestano non sa niente. E se lo uccidono ancor meno. Si dice che “Il fuoco
della Shoa” prima di diventare “DIKE”, un’organizzazione internazionale che
trascende l’olocausto e punisce ogni genere di misfatti, fosse governata da un
gruppo di ebrei filantropi (se così è, si possono definire questi angeli
vendicatori).
Più tardi, aprendosi ai gentili, la società segreta si strutturò differentemente
utilizzando notevoli capitali laico – pagani - cristiani. Si dice che i
giustizieri di DIKE siano almeno dieci e che questi “terminator” siano
considerati come assassini etici, come angeli vendicatori, e che siano molto ben
pagati per portare a termine le varie operazioni, e che debbano essere sempre
pronti, in qualsiasi momento del giorno o della notte per partire e colpire.
“Conditio sine qua non” delle varie operazioni di DIKE è la segretezza.
Una volta eseguita la vendetta deve calare una coltre di silenzio.
Ogni operazione deve occultarsi in una profonda foschia. Meno se ne parla e
meglio è.
La persona che ha subito il torto orrendo è informata che il boia è stato
eliminato ma che ora è necessario tacere. E la persona tace perché se parla
svanisce.
Si dice che almeno 120 esecuzioni siano state portate a termine da DIKE – Fuoco
della Shoa tra il 1980 e il 2000. Quando i media illuminano un angolo oscuro
della storia dei massacri, DIKE attende. Per esempio l’organizzazione stava
dando ordini per giustiziare Helmut Shorig, ma dopo l’intervento della stampa
internazionale, ha sospeso l’operazione. Se i riflettori illuminano un caso,
DIKE, immediatamente, lo abbandona. La natura della bestia è la inesorabile
vendetta e il susseguente occultamento.
Che lavoro faccio?
Io sono un giustiziere di DIKE. Ma non posso raccontarlo a Irene o a Ines.
Come ho spiegato Heinrich Muller l’ho braccato ed ucciso, nel 1987, nella città
guatemalteca di Antigua, nel Calle Ancha de los Herreros, vicino alla Colonia
Candelaria.
Quello è stato il mio piccolo capolavoro. Ma ne ho fatti fuori parecchi in
Polonia: ho eliminato Taddeus Miskolz che tradì i suoi amici ebrei durante i
giorni della sollevazione nel ghetto di Varsavia. L’ho cercato tra Olsztyn e
Dobre Miasto, e l’ho raggiunto a Radostowe.
Atanas Kaszlu, un ex SS lituano l’ho rincorso tra Vilnius, Marjiampolè e
Kalvarija e l’ho eliminato a Sestokaj. Oltre essere stato un SS, aveva anche
organizzato un pogrom
A Genthin vicino a Brandemburg e Postdam ho eliminato Willi Stocherz un dottore
macellaio del campo di Belsen.
Ad Amburgo nel quartiere Lokstedt, famoso centro di ex SS ed ex agenti della
Gestapo, ho eliminato Wolfgang Rastorf un notorio Gruppenfurher molto attivo
negli stati baltici.
Michael Swaube, orrendamente presente a Ravensbruck l’ho inseguito in Moldavia
durante un viaggio di affari. Ho guidato dietro a lui per molti chilometri tra
Chisianau, Capriana e Orhei facendogli credere che ero dei servizi segreti
moldavi e lo seguivo per proteggerlo.
Dopo averlo eliminato, ho fatto quello che Simon Lazzari fece più tardi in
Romania: ho visitato il complesso monastico a Capriana.
Con Ralf Kehm, il mostro di Vught, il campo di concentramento situato in Olanda,
ho fatto una vacanza: l’ho tallonato a Creta, viaggiava beato tra Irakleio,
Marathos, Perama e Arkadi. Quest’ultimo posto gli è stato fatale. L’ho centrato
in testa da 200 metri e l’ho nascosto, stecchito,
tra cespugli di rosmarino.
In Sud America ho cercato due SS: Laden Fritz e Sigfried Bund.
Laden, un SS del campo di Theresienstadt in Cecoslovacchia, grande amico di
Anton Malloth, l’ho seguito in Colombia da Cartagena a Barranquila, e poi da
Santa Maria fino a Riohacha e in quest’ultima città l’ho ucciso mentre usciva da
un casino di alta classe: un viaggio d’affari cum scopata e appuntamento finale
con Lady Death.
In Bolivia nella città di San Pedro ho rintracciato Sigfried Bund attivo a
Treblinka e Sobiror in Polonia e l’ho eliminato attirandolo in una trappola. Lo
avevo conosciuto a Conception, spacciandomi per un neo nazista italiano. E’
stato dolce fulminarlo.
Alcuni non si sono accorti di morire.
Storchez è morto coraggiosamente.
Kaszlu codardamente, implorando.
Kehm, per nulla pentito, inneggiando al Terzo Reich.
Swaube profondamente pentito e afflitto: invitandomi a finirlo. Cosa che ho
fatto contro voglia e in un senso commosso: ammiro il coraggio davanti alla
morte.
Heinrich Muller quello di Wannsee è morto sorridendo, anzi ha tentato di
sputarmi.
DIKE, nel 1998, mi ha anche pagato per vendicare due innocenti massacrati da
mafiosi.
Ho eliminato, a Mazara del Vallo, tra via Vaccara e via Sansone, non molto
lontano dal campo sportivo, Matteo Mancuso, un luogotenente del capofamiglia del
Brancaccio Giuseppe Graviano, mentre visitava la cittadina per ragioni
riguardanti i rapporti tra i clan e i colombiani.
E a Erice ho eliminato Salvatore Messina detto “u femminaro”, un luogotenente di
Motisi, capofamiglia del quartiere Pagliarelli, sparandogli in faccia in via
Spada presso l’Addolorata alle tre della notte.
La mia ultima esecuzione? Un SS italiano Parrucci Adelfo che conosceva Carlo
Manfredo Nicolis di Robilant ed era stato anche amico di Delfo Zorzi, quello
delle bombe di Piazza Fontana.
Un autentico Waffen - SS decorato al valore, un ex Obersturm - fuerer che non si
perdeva mai una messa per i caduti di Salò perché era intensamente religioso.
La storia delle SS italiane la conosciamo: si squagliarono come neve al sole.
Un po’ come i cacciatori in Italia e nel mondo. Nel 1943 erano quasi 20.000, due
anni più tardi si ridussero a circa 6000. I battaglioni di Debrica, Vendetta e i
Kampfgruppen Heldmann furono particolarmente noti per la loro brutalità nella
repressione antipartigiana. Il Parrucci si distinse in una sanguinaria
operazione, in un memorabile rastrellamento nell’Ossola operando con il
Kampfgruppen Noweck. Il reprobo, nel 1997, era ritornato a far politica con la
Fiamma di Rauti.
DIKE, nel 2000, mi diede precise informazioni e lo rintracciai con facilità a
Novara, abitava in una casa vicino a Corso Vercelli e aveva messo su una
fabbrichetta di scarpe nella zona di Morno. Un giorno lo seguii per la statale
32 mentre guidava verso Oleggio, e prima di arrivare in quel luogo lo fermai e
lo feci secco. Non gli lasciai neanche il tempo di dire “Viva il Duce!”.
Poi proseguii per Pallanza e cercai, inutilmente, di sedurre, nell’albergo ove
soggiornavo, un grazioso tre stelle, una cameriera dalla volgarità dirompente.
Ma non andò bene: troppo poco tempo. Mi consolai pensando che almeno Adelfo lo
avevo spedito a soggiornare nel grembo di Wotan, nel Wallhala dei prodi
guerrieri nordici..
Dopo Londra devo preparare un viaggio in Croazia e giustiziare un vecchio frate,
devoto di Alojzije Stepinac, che fu attivo nei campi di sterminio degli
Ustascia. Abita in un città chiamata Varazdin e pare sia diventato un santo. E’
molto amico di padre Draganovic, ex colonello ustascia, che vive attualmente, in
raccolta preghiera, presso San Gerolamo degli Illiri ed è intimo amico e padre
spirituale di Sakic Bilanovic il responsabile del campo di concentramento di
Jasenovac in Croazia.
Questo è il mio lavoro.
*****
26.4.2001
Caro Zeno,
…sto riflettendo sul tuo ciclo di poesie “Voce di silenzio sottile”: sembra che
la tua ricerca poetica adesso sia tutta centrata sul Sacro e il suo luogo: sulla
percezione dell'Assoluto o di una qualche Realtà Ultima che si rivela in un
oscuro e buio mistero.
L'Ascolto è rivolto a qualcosa di più definito di quello di “Simia Dei”, ove
sempre è presente la dimensione del profano; lì l'ispirazione poetica tocca
aspetti differenti a seconda dei gruppi di poesie che nascono in luoghi e
momenti diversi della tua vita, anche lontani negli anni. Si passa dalle poesie
filosofiche sull'Essere, come quelle dei primi gruppi a quelle sulla condizione
umana come quelle del Graal, alle poesie ilari del ciclo di Oz, o a quelle
ironiche della Santa Mignotta. Nel nuovo ciclo l'ascolto del poeta è rivolto a
dimensioni ancora più profonde nell'animo e sembra esservi una vera e propria
ricerca di Dio, ma una ricerca che si muove nel buio e nel vuoto e che affronta
il Nulla e lo scandaglia in tutte le sue recondite parti.
Qui prevale la Notte, il Buio e la dimensione inconscia, mentre nel “Simia Dei”
sembra prevalere il Giorno, la Luce e la dimensione del quotidiano.
Ma sono solo due aspetti di un unico momento quello della visione interiore,
quello della visione del Sublime, dell'Universale, quello della ricerca e
scoperta dell'ignoto.
Questa è solo una prima riflessione, ma non ho assorbito bene tutte le poesie
per sentirle veramente e avrei tante altre cose da dirti, ma un poco alla volta,
e mentre leggo e vivo nella tua voce, sto assimilando il tuo linguaggio poetico.
Le tue poesie sono filosofiche, tu sei un Poeta filosofo.
Hai letto "I discepoli di Sais di Novalis?" L'ho trovato oggi a metà prezzo: la
filosofia diventa poesia e dice che il poeta è colui che trova l'ignoto a
partire dal noto.
"Per loro (i poeti) la natura possiede tutte le variazioni di un animo infinito
ed essa, con cambiamenti improvvisi e trovate, incontri e deviazioni ingegnose,
con grandi idee e bizzarrie, li sorprende più dell'uomo più ingegnoso e vivace.
Si rimprovera ai poeti di esagerare e si
considera il loro linguaggio improprio e immaginifico quasi solo per
giustificarli, addirittura ci si accontenta, senza approfondire, di attribuire
alla loro fantasia quella natura sorprendente che vede e sente qualcosa che
altri non vedono e non sentono e che, in una amabile follia, fa e disfà il mondo
reale come li aggrada; ma a me sembra che i poeti siano ben lontani
dall'esagerare quanto invece occorrerebbe, che essi percepiscano solo
oscuramente l'incanto di quella lingua e che giochino con la fantasia come un
bambino con la bacchetta magica del padre"……….
Ines
*****
Già Ines…
Una volta feci un giro della Polonia con un piccolo gruppo misto condotto da un
professore di storia che si chiamava Augustyn Szeroka. A Czestochowa uscendo da
un incontro inquietante con la Madonna nera trovai, nei pressi della chiesa, una
donna - che sapevo era una suora e che faceva parte del mio gruppo - afflitta,
quasi scossa, piegata dall’esperienza della traboccante espressione di fede. Mi
avvicinai e sapendo che era con il gruppo di Szeroka immaginai che fosse
italiana.
“Si sente male?” Chiesi. Non stava male, era sconvolta. Mi disse: “Delle volte
penso a simili manifestazioni come espressioni di puro paganesimo: la fede è
un’altra cosa” e sorrise.
C’era un sentimento incandescente in quella chiesa affollata e ne ero rimasto
sconvolto.
La osservai. Un pallore grigiastro, ma sotto quel lividore c’era un volto vivo
con occhi indagatori.
Un volto bello e sofferto, con delle labbra carnose. Con un tocco di trucco quel
viso avrebbe acquistato un grande splendore. Un sorriso dolcissimo e sotto il
vestito era facile intuire un corpo ben fatto. Era alta un metro e settanta
circa, aveva capelli castani corti. Le offrii una sigaretta che lei rifiutò. Era
profondamente disturbata dall’esperienza di Czestochowa. Mi chiese cosa facevo,
era l’ottobre del 1998 e sparai quattro fesserie: dissi che avevo a che fare con
l’arte contemporanea.
Mi disse che aveva insegnato Filosofia presso un Liceo ecclesiastico a Roma, e
che ora lavorava presso una biblioteca. Si era laureata in Teologia
all’Università di Tubinga, aveva studiato filosofia a Friburgo, approfondendo la
fenomenologia di Husserl e Heidegger. Viveva ancora nel convento delle Sorelle
Adoratrici del Preziosissimo Sangue a Roma, l’ordine di cui faceva parte. Mi
disse anche che intendeva lasciare il convento per cose che non poteva rivelare.
E m’incuriosì oltremodo. Mi chiese dove abitavo. Le dissi in Umbria e le
accennai che se decideva di lasciare il convento l’avrei potuta ospitare per
tutto il tempo necessario, senza che lei dovesse concedermi nulla. Fui molto
chiaro e lei sorrise. Ma intuii immediatamente che aveva una grande voglia di
concedersi.
Suor Ines così si chiamava, vedendo un libro che avevo in mano mi chiese cosa
stavo leggendo. Spiegai che quello che stavo leggendo riguardava qualcosa che,
pur in contrasto con quella espressione di fede polacca che avevamo appena
visto, era un bel esempio di ricerca dell’illuminazione interiore. Ines mi
guardò con curiosità sorridendo e devo dire che la immaginai immediatamente nuda
in un letto, il verme che rode il cervello mai muore: siamo fatti male. E spesso
me ne vergogno. La suora aveva qualcosa di inquietante e infantile allo stesso
tempo, e una curiosità molto viva. Aprii il libro e dissi: “Stavo leggendo che
nel monte Hiej, in Giappone, ci sono dei monaci della setta Tendai, che
raggiungono il “satori” correndo grandi distanze. Li chiamano Kaihigyo e sono
dei santi maratoneti e invece di finire in cima ad una colonna, come gli stiliti
bizantini, corrono, per anni, come matti…. Ecco leggo: partono dal loro
monastero vicino a Kyoto, e galoppano per 1000 giorni, e lo fanno dal lontano
1885: per raggiungere l’illuminazione ci vogliono sette anni di corse. Altro che
Madonne nere! I primi 300 giorni si allenano correndo per 40 chilometri al
giorno per 100 giorni senza alcuna interruzione. Nel quarto e quinto anno
corrono per 40 chilometri al giorno per 200 giorni consecutivi. Nel sesto anno
corrono per 60 chilometri al giorno per 100 giorni consecutivi; e nel settimo
anno 84 chilometri al giorno per 100 giorni consecutivi. Virtualmente si pappano
due maratone al giorno e lo fanno esclusivamente per ottenere l’illuminazione
che chiamano “satori”. Sono dei vegetariani, come me, e quando corrono fissano
un punto a una sessantina di metri e rilassano le spalle, tenendo la schiena
dritta e il naso in linea con l’ombelico….Pensi, sorella, corrono con sandali di
paglia e non con le scarpe supersoniche di Adidas o di Nike e si portano dietro
alcune cose: candele, cibo, coltello, è una corda chiamata la “corda della
morte” che utilizzano in caso di fallimento. Proprio così: se falliscono hanno
due scelte: impiccarsi o sbudellarsi. Ci sono steli lungo la via del monte che
indicano i luoghi ove i monaci, che non ce l’hanno fatta, si sono suicidati. E
fanno una certa impressione. Inoltre praticano il “doiri” che consiste in un
digiuno di sette giorni, in quella settimana il monaco ripete mantra e cantici
buddhisti circa 100.000 volte al giorno. Nel “doiri” il monaco si confronta con
la morte, e in seguito a questa esperienza acquista strani poteri sensoriali.
Acquisisce una trasparenza particolare.
Anche gli atei, che hanno assistito all’epilogo della corsa, affermano che dopo
il “doiri” i monaci assomigliano a Buddha viventi. Quando i mille giorni stanno
per concludersi moltissimi giapponesi vanno a vedere la conclusione della
maratona metafisica perché pensano che i monaci, dopo il sovrumano sforzo,
acquisiscano poteri taumaturgici. Questo evento è qualcosa di straordinario…”
conclusi.
Ines appariva interessata. Se ti seguono con la testa è fatta.
Proseguimmo il viaggio insieme. Alcuni giorni dopo, a Gdynia vicino Gdansk, non
lontano dal porto, le toccai la mano per la prima volta e le dissi: “La
desidero.”
Ines rispose che era molto contenta del mio desiderio e che aveva riposato -
così disse - nei miei occhi cangianti. Il messaggio era chiaro.
Mi spiegò che i conventi sono luoghi ove spesso avvengono le peggiori nefandezze
accentuate dalla solitudine e l’incessante desiderio della carne, poi mi disse
con estrema franchezza che c’erano cose che non condivideva con la sua fede.
Ricordo che parlò della sua incomprensione della Trinità, del culto eccessivo
della Vergine Maria, della sua convinzione che la resurrezione corporea di Gesù
non fosse avvenuta , della veridicità dei vangeli, e poi di un blocco
insormontabile: il trattamento della chiesa riguardo gli animali, per lei
assolutamente incomprensibile. Aveva sfornato in cinque minuti una serie di
pensieri eretici passando da Ario a Nestorio per gettarsi con l’ascia alle
radici della fede.
Tra un anno pensai sarebbe diventata atea.
A Gdnask la baciai per la prima volta, aveva dei jeans ed una maglia nera ed era
andata a visitare un prete in una chiesa vicino ad una strada chiamata
Chlebnika, vicina al fiume chiamato Mottawa. Era andata a portare un pacco al
parroco, una suora polacca l’aveva pregata di farlo; prendemmo un taxi per
arrivarci, ma ritornando chiedemmo al taxista, che pretendeva di essere pagato
in dollari, di lasciarci vicino ai bastioni del castello, a Biskupia Gorka, e
lì, non lontano dal campo sportivo, in un punto solitario, appassionatamente la
baciai. E non fu un bacio fuggente ma una rimestare furioso di lingue mentre le
mie mani le accarezzavano il seno e il monte di venere. Non si ritrasse. Da come
reagiva capii che provava un forte desiderio. Tornammo in albergo ma non venne
immediatamente nella mia stanza. Ne io insistetti. Ma quella notte bussò e a
Gdnask passai una delle migliori notti della mia vita. Le succhiai il seno fino
a farlo sanguinare e poi la vulva. E quando la montai dovetti serrarle la bocca
per non farla mugolare troppo forte. E fu una cosa grandiosa. Non era vergine.
A Gdynia andai perché DIKE cercava Taddeus Miskolz.
Il mio contatto francese con DIKE, Francois Venge, un nome - maschera, mi aveva
informato che dovevo incontrare un certo Joszef Garwatoski, detto “Orchideè” o
“la Rita”, in quella città baltica. Avrei unito l’utile al dilettevole: un
viaggio interessante con una ricerca di lavoro.
Francois mi aveva dato un indirizzo, un numero di telefono e altre informazioni.
Mi spiegò che Orchidea si prostituiva e il boia Taddeus era un suo affezionato
cliente.
Secondo Francois Rita sapeva dove si trovava Miskolz.
Una sera la chiamai telefonicamente e lei contenta di aver trovato un cliente
italiano mi invitò.
Tra le mignotte di ogni tipo abbiamo un gran nome, siamo un popolo di
puttanieri, di artisti e di grandi navigatori. Joszef era un transessuale e
aveva vissuto in Italia, lo chiamavano l’Orchidea per la sua preferenza per il
colore quaresimale: il viola. La sera abbandonai la mia giovane suora al suo
destino e presi un taxi che mi condusse verso l’arcano fiore.
Il mio albergo era nella Starowieska, il taxi si diresse verso la Slaska la
seguì poi prese la Zwycieestwa e la Wielkopolska e mi portò in un quartiere
chiamato Karwiny.
Mi feci lasciare in quel luogo remoto per proseguire a piedi verso una zona
chiamata Wielki Kack.
In un isolato, in via Orna, trovai la casa del germoglio tenebroso.
Joszef mi accolse affabilmente in un tripudio di bambole, foto, porcellane e
piante e mi offrì un Whisky scozzese. La casa era tutta dipinta di rosa. Rita
aveva una parrucca con riccioli biondi, una miniskirt nera da capogiro e una
camicetta di seta viola. Sul suo volto si intuiva quello che gli inglesi
chiamano “the five o’clock shadow” l’ombra della barba delle cinque della sera.
Il fiore era truccato leggermente ma le labbra risaltavano per un rossetto
vermiglio.
La bocca notoria era accentuata: era la porta che introduceva il cliente nella
città di Sodoma e nei luoghi delle infinite delizie. Orchidea cominciò ad
esaltare l’Italia, dove si era trovata benissimo, sciorinando una serie di
letali banalità sulle doti dei maschi italiani. Sul tavolo di vetro tra
arabeschi e piatti di pessima porcellana c’era una foto del suo adorato cantante
Michael Jackson con Elizabeth Taylor. Se c’è qualcosa che identifico con la
decadenza dell’Occidente è proprio questa immagine dell’assurda coppia:
l’immagine mi colpisce come perversa e conturbante. Una vecchia attrice che si
stringe ad un quarantenne che fa finta di essere Peter Pan: che profonda
tristezza! Orchidea notando che stavo osservando la foto sulla rivista, mi parlò
del suo amore per il cantante. Le risposi dicendo che era un peccato che si
fosse fatto un bagno nella varechina e si fosse aggiustato il naso con un ferro
da stiro. Il fiore tenebroso rise e mi spiegò che il povero Jackson aveva una
malattia della pelle e che io ero crudele e che, malgrado tutto, lui-lei adorava
il suo Michael, il suo idolo.
Il suo italiano era scarso ma il su inglese era abbastanza comprensibile,
continuammo così per un bel pezzo, fino al momento, che essendo divenuta troppo
audace con le sue dita inanellate, le dovetti spiegare la ragione della mia
visita. Ritirò la mano che stava accarezzando la mia patta ed ascoltò. Mostrai
una busta piena di dollari e le dissi: tutto questo in cambio di una semplice
informazione. Rita Orchidea nèe Joszef Garwatoski mi guardò incuriosita e
spaventata.
Non temere - le dissi - tutto quello che desidero sapere è dove si trova Taddeus
Miskolz.
Mi chiese chi ero. Spiegai che ero della polizia italiana e che cercavamo il
polacco per violenze fatte ad un bambino in Italia. Ce ne volle: Orchidea faceva
la svenevole e la preziosa, ma quando spiegai che cose più grandi di lei si
stavano muovendo e che lei avrebbe avuto grossi guai se si fosse rifiutata di
darmi l’indirizzo di Miskolz, allora, e solo allora, e con grande tremore,
digrignare di denti e possenti contorcimenti delle mani, cercò di concordare il
prezzo.
Chiese 5000 dollari. Risposi che non gliene davo più di 3000.
Alla fine accettò. Ma per concludere l’affare pretese, come “conditio sine qua
non” dell’accordo una semplice cosa che non le potevo assolutamente rifiutare.
Mi guardò negli occhi intensamente e poi scivolò elegantemente verso la mia
patta.
Ero scioccato e perplesso ma pensai: Miskolz vale bene un pompino e la lasciai
fare.
Si denudò, mostrò un piccolo ma solido seno e due gambe nodose.
Era in ginocchio con la parrucca riccioluta che si muoveva e cominciò a lavorare
sulla mia stravolta lumaca. Devo dire che la visione del pomo d’Adamo
ondeggiante dava un certo fastidio, ma non ci misi molto ad ottenere una decente
erezione perché quella bocca era un marchingegno micidiale:
succhiava come un aspirapolvere tedesco. Cercai di immaginare, con i poteri
declinanti della mia mente e chiudendo gli occhi, che quella fosse la bocca di
Ines. Mi vergogno di dirlo: godetti profondamente. Rita ingoiò il liquido
emettendo un suono gutturale indefinibile: un gorgoglio di piacere. E disse: “I
bet this suck was the best ever!”
Confermai e aggiunsi: “Notevole…”.
Era sera. Le chiesi di chiamarmi un taxi. Scrisse un numero di telefono e un
indirizzo.
Le diedi il pacchetto di dollari, accesi una sigaretta, la baciai sulla fronte e
partii.
Ines mi attendeva. Quando giunsi chiese: non sei mica stato con un’altra donna?
“Assolutamente no!” Risposi. E non mentivo.
I giorni susseguenti continuammo il giro delle città della costa baltica e
visitammo Szczecin, Kamién Pomorski, Koszalin, passeggiammo lungo la spiaggia di
Sopot e tra le fortificazioni di Kolobrzeg e giungemmo al luogo prediletto di
Ines: il castello dei Cavalieri Teutonici di Malbork.
Il maniero era impressionante. La giovane suora stava scrivendo un saggio sulle
crociate dei Cavalieri Teutonici e la storia della loro pulizia etnica in terra
prussiana.
Era affascinata dalla potenza di Marienburg (così era chiamato il maniero ai
tempi dei prussiani) un semicerchio di mura possenti, che esprimeva tutta
l’hybris teutonica dei monaci guerrieri.
Si diceva che il castello fosse la più possente fortezza europea e che poteva
ospitare fino a diecimila uomini e sostenere assedi per lunghi periodi di tempo.
Ines mi disse che nel saggio aveva analizzato la figura del Maestro Teutonico
Von Salza che divenne più possente del re d’Ungheria. Mi spiegò che quando i
cavalieri furono espulsi da quella terra, nel 1226, Corrado di Mazovia li
implorò ad intervenire per sottomettere le popolazioni pagane dell’area. I
cavalieri arrivarono e non si mossero più e in quelle terre misero radici.
Eliminarono gli originari prussiani, e con la benedizione del Papa, condussero
guerre di sterminio in nome della croce contro i selvaggi Lituani, i Polacchi
pagani, gli Estoni, e massacrarono in nome di Dio, Tartari e Musulmani e
spietatamente imposero, dove potevano, la loro egemonia. In una occasione, dopo
aver cantato solennemente il loro inno “Jesu Christo Salvator Mundi”,
massacrarono 10.000 cittadini di Danzica nel nome di Gesù e li sostituirono con
emigranti tedeschi. I germi della Lebensraum erano già presenti. Questi monaci
erano le SS della croce.
Il giro della Polonia continuò e visitammo Cracovia, Lublino, Lodz, Varsavia,
Wroclaw e Poznan.
Ritornammo e per un mese non vidi più Ines, poi giunse improvvisamente nel mio
eremo e si innamorò - anche lei come Irene - di Orione. E fu molto difficile
strappargliela in quelle notti d’amore: Orione non voleva mollarla.
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