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19. Disquisizioni su presocratici frammenti
Dopo avere, in una maniera disumana, abusato del
piccolo mostro andai a fare la spesa con la perversa nipotina. Geltrude apparve
con un pantaloncino da sballo. La salutai dicendo: onore alla bellezza assolata.
Sorrise enigmaticamente come la Gioconda mentre Irene, in lutto con un immondo
bikini, esponeva le solide natiche - che avevo in quei giorni ugolinescamente
mordicchiato - alla luce del sole: una manifestazione epifanica. Nel negozietto
dei generi alimentari ebbi la fortuna di conoscere Concettina, la matrona -
zecchese o zeccana - che possedeva la casa ove ero stato sontuosamente
alloggiato. Invecchiando attiro fanciulle dementi, suore disperate, vecchie
checche depravate e fatiscenti megere. Concettina, non conoscendomi, mi fece una
corte snervante, mentre la piccola degenerata se la rideva a crepapelle. “Come
va?” mi chiese. Risposi: “Bene…ma le zanzare mi hanno divorato vivo…”
“Ah che tristezza….venga da me…qui non ci sono zanzare…è in alto…”
Non sapeva che stessi soggiornando nella casa curata dal figlio. Era un invito.
Dopo aver guardato, con infinito disprezzo, la piccola che rideva, Concettina
chiese: “E’ la sua figliola?”
“La figlia di mia sorella….”
La perfida ninfetta, a questo punto, cominciò la solita tiritera sul padre morto
di cancro con una precisa e disgustosa narrazione dello stadio finale
dell’agonia. Era poco credibile con quelle floride chiappe e quelle meravigliose
tettine, ma dopo pochi minuti, una folla di selvaggi zecchesi si era radunata
intorno alla fanciulla che narrava i tragici momenti del decesso del padre come
se fosse un indemoniato che vomitava disgustose sostanze verdastre.
“E poi…signora mia, morì con una strana erezione…sa…come il profeta Maometto… e
mia madre ne rimase sconvolta….”
L’attenzione per la sfarzosa narrazione cominciava a farsi intensa: gli uomini
mostravano un notevole interesse per l’erezione finale. Lei, impavida, riprese
con i tradimenti della madre e i Black Bloc. Un signore attempato le chiese: “Ma
non sei in lutto?”
“Certo” disse “ma come faccio a nuotare vestita di nero?”
Concettina abbandonò la giovane pervertita per concretizzare le sue subdole
proposte.
“Venga da me…” poi chiese “ ma dove abita?”
Risposi: “ A casa sua…da suo figlio…”
Una coltre gelida discese sui salami e sulle mortadelle del negozio, Concettina
cambiò discorso con una rapidità incredibile. Uscendo la ninfetta crudele mi
disse: “Hai fatto colpo nonnozozzo….peccato che abbia 98 anni….”
“Ormai rimedio solo puttanelle spiritose, froci sbracati e centenarie
assatanate.”
La mattina dopo partimmo, un bacio fugace a Geltrude mentre levitava tra i suoi
immondi desideri, un abbraccio al maestro del liscio e via. La voce in falsetto
ci raggiunse mentre ci allontanavamo: “Vi auguro tutto il bene!” Partimmo per
Roma.
Una sosta ad Albinia, che deve essere il posto più brutto del mondo, e, dopo
altre inenarrabili porcheriole notturne, partimmo, la mattina dopo, per la Città
Eterna. La casa della nonna materna, a Roma, era stata abbandonata per le
vacanze estive. Irene decise che non si correvano rischi.
Entrammo separatamente. Era una piacevole casa della borghesia pariolina con
tutta l’amabile cianfrusaglia che i benestanti accumulano attraverso gli anni.
In una stanza vidi un panda solitario che mi fece tenerezza: non c’è nulla di
più triste di un giocattolo o un bambolotto abbandonato.
La casa era cullata da una gradevole penombra. Appena arrivato mi sbracai – è il
termine giusto - su una vetusta poltrona. Guidando nel traffico incasinato di
Roma mi ero sentito male. Nella penombra intravidi un quadro di un avo appeso
alla parete. Doveva essere il trisnonno del grande deputato forzista o qualcosa
del genere.
Mi incuriosiva il volto pallido dell’uomo che ricordava vagamente quello di
Leopardi.
L’antenato mi scrutava con un certo interesse. “E chi è stò cazzo di coso?”
Sembrava pensare.
Era giallognolo, aveva l’aria malaticcia di un piccolo avvocato di provincia
immortalato da un pittore depravato. Se ne stava appeso alla parete infiorata a
squadrarmi con una certa curiosità.
Mentre l’osservavo sentii le manine della perversa fatina che trafficavano nella
patta.
Appena le umide labbra cominciarono a sfiorare il mostro addormentato, esso,
spavaldamente, si risvegliò. Eh Signore la carne fa cacare! E lo spirito pure!
Lo diceva pure Agostino che era perennemente arrapato. Mi sentivo a disagio,
mentre la scellerata ninfetta, con ragguardevole maestria, ingoiava il pene e il
polveroso antenato mi osservava. “Ma che troia abbiamo in casa”. avrà pensato
l’avo “ fa le seghe ai barboni e succhia il pippo agli assassini. Buon sangue
non mente. E’ il frutto dell’amore tra un cazzone e una mignotta…” I morti sono
consapevoli di tutto. Anche di esecuzioni e tradimenti. E mentre Irene agitava
la lingua - come se il pippo fosse un cremoso gelato - pensai a quello che avevo
letto in un libro tibetano: i morti desiderano disperatamente un corpo per
provare le sensazioni che l’Ade - Sheol nega loro. Senza corpo non provi nulla;
ma il desiderio resta. Provai un senso di pena verso il livido antenato che mi
guardava perplesso. “Beato te…gran figlio di puttana….tutte troie le Garbati: la
madre, la figlia, la nonna che si scopava un monsignore, anche la vecchia
bisnonna che non faceva altro che pensare ai cazzi… abbiamo generato un bordello
di succhiacazzi attraverso le generazioni…che capolavoro…un abominio…una Sodoma
e Gomorra provinciale…marchigiana…”
Quando l’esplosione primordiale era vicina la ninfetta mi disse: “Quando sborri
lo voglio sentire dentro…” Ma io volevo farla ingozzare e non dissi nulla.
L’ingoio fu magistrale, mentre l’avo sorrideva sornione. Alla conclusione della
porcheriola mi rivolsi mentalmente verso il dipinto e mormorai: “Mi scusi!” Poi
dissi: “Quel signore ha visto tutto….”
E Irene rispose: “Tanto lo sa che siamo tutte troie…”.
Alle 19,30 l’Italia avrebbe spezzato la schiena all’infida Lituania.
L’Italietta tremava nell’aspettazione della vittoria che l’avrebbe qualificata
ai mondiali.
*****
Heidegger afferma che il detto di Anassimandro non può essere analizzato con la
logica moderna, attraverso la nostra maniera di rappresentare le cose. L’uomo -
dice - sta per impadronirsi della terra come un usurpatore. Sta violando il
regno segreto della Natura. Sta cercando di appropriarsi delle cose attraverso
la dominazione planetaria. Ma quest’uomo in rivolta non conosce l’essere che è
fondamento delle cose. E non sa dire cosa una cosa “è”. Il mondo e le cose sono
divenuti per lui oggetto di una spietata volontà di conquista. L’essere, nella
sua aurorale semplicità, è ora sepolto nell’oblio. Le teorie filosofiche sono
assolutamente inutili davanti a questo sconvolgimento. Tutte le teorie sono
immerse nell’errare che deriva dalla confusione che l’uomo instaura fra essere
ed ente. Ma come è possibile venire fuori da questa tenebra?
Se ne esce solo se l’essere capovolge l’oblio che proviene da se stesso. E se
l’essenza dell’uomo trovasse riposo nel pensiero della verità dell’essere? In
tal caso – dice Heidegger - il pensiero deve poetare l’enigma dell’essere. Nel
tempo dell’oblio dell’essere resta impensata la relazione tra esser - presente
ed essente – presente, cioè tra essere ed ente. Nei tempi dell’inizio aurorale
ente ed essere sembrano cose differenti. Poi l’essere si trasforma nell’errare e
diviene l’essere – presente – supremo: il sommo ente. L’essere diventa Dio e si
trasforma in ente. Cancellando la differenza tra essere ed ente, l’essere
diviene nell’oblio un ente supremo che gli uomini chiamano Dio. L’immaginazione,
quindi, muta l’essere in ente, lo trasfigura nella cosa più immensa, e lo
reifica in un super - ente. Per questa ragione, l’essenza dell’essere cade nella
dimenticanza.
L’oblio dell’essere - Heidegger dice – è l’oblio della differenza fra l’essere e
l’ente, poiché l’oblio dell’essere rientra nel destino dell’essere e non è un
errore degli uomini. La dimenticanza corrisponde alla struttura essenziale
dell’essere. La storia dell’essere comincia con l’oblio dell’essere, quando
l’essere cela in se stesso la propria essenza, che è la diversità tra essere ed
ente. E nella dimenticanza essere ed ente si manifestano differenti. La traccia
primordiale della differenza tra essere ed ente svanisce ed è celata
dall’essere. L’oblio, che non è mancanza degli uomini, è l’evento che decide la
storia occidentale. Mentre si sospende e si cela, l’essere dà luogo alle varie
epoche storiche. Ogni epoca raggiunge il suo apice aurorale per poi discendere
verso la tenebra dell’oblio. Quando l’epoca raggiunge il punto più oscuro si ha
il capovolgimento e una nuova manifestazione dell’essere, e l’essere si rivela
attraverso la poesia poetante. Ora stiamo avvicinandoci alla fase finale del
ciclo e abbiamo raggiunto l’estrema povertà. L’ente è ora egemonico sulla terra
ed ha imposto il suo prepotente dominio. In questa fase di dominazione dell’ente
– dice Heidegger – trionfano: umanesimo, volontarismo, soggettivismo artistico e
cristianità moribonda con il suo Sommo Bene. Ora, la notte del mondo è discesa.
L’oggettivazione è trionfante. La tecnica è imperante e le cose che crebbero
nella calma, nel tempo dei nostri avi, subiscono la manipolazione della tecnica.
Il tiranno sconvolge il silenzio delle cose. La loro recondita essenza è violata
dalla contraffazione. Heidegger cita Rilke che scrive che per i suoi antenati
una casa, una fontana, un mantello erano cose infinitamente più intime delle
cose attuali. Ogni cosa, in quei tempi conservava l’umano. Ora dall’America –
dice il poeta- ci raggiungono cose vuote ed indifferenti, pseudo cose, aggeggi
per vivere, quisquilie e minutaglia. Una casa, una vite, nel senso americano,
non corrispondono più alle cose che davano speranza ai nostri padri. Incedendo
banalmente, la civiltà della tecnica trasforma l’essenza umana e la frastorna.
Rilke continua: il mondo si rattrappisce. Le cose si dissolvono. Ora, esistono
solo nella vibrazione del denaro. Nel sonetto del secondo Studenbuch scrive: “il
bronzo rimpiange la casa.” Il bronzo vuol tornare nel ventre dei monti
squarciati fuggendo fabbriche e scrigni; e quando tornerà, le montagne
serreranno la fenditura violenta, creata dagli uomini, e lo lasceranno riposare
nel loro grembo oscuro.
*****
5 settembre 2001
Caro Zeno,
…..sai, oggi sono stata in bici al tramonto, sempre sulla pista ciclabile lungo
il Tevere, verso ponte Milvio. C'era un cielo fantastico che si rifletteva nel
fiume gonfio, ma era una piena tranquilla: l'acqua brillante e pulita dalle
piogge, scorreva lentamente attraversata da alcune canoe, mentre sulle due
sponde, le fronde degli alberi, ancora verdeggianti, la accarezzavano dolcemente
immerse nella corrente, il cielo era attraversato da nuvole rosa e viola su uno
sfondo azzurro pallido e tutto questo viola rosato colorava il riflesso
tondeggiante degli antichi ponti sull'acqua; l'aria trasparente e pulita rendeva
l'atmosfera tersa e luminosa, come in certi quadri dei paesaggi romani di Van
Wittel. Ho pensato a te perché ami quella luce chiara, nitida che vivifica
l'aria e i paesaggi, rendendoli quasi immagini astratte, metafisiche. Poi la
notte ho fatto un sogno, stimolata dal vento di tempesta, riguardante il cielo e
il fiume. Ricordo un particolare: il cielo sembrava un fiume in piena ricolmo di
fasci di rami e composizioni floreali che viste dal basso sembravano fatte di
vetro colorato, avevano l'effetto della vetrata e la luce le attraversava
illuminandone i colori tenui. Il cielo scorreva tumultuoso e veloce, come in una
pellicola di film, trasportando tutto questo materiale. Il vento era forte e
faceva paura, ma io ero distratta da quelle strane, caleidoscopiche composizioni
di vetro colorato e mi sentivo serena, anche se non capivo come il cielo fosse
diventato un fiume d'acqua in piena…..
Irene
*****
La vita è fatta così: l’Italia, ricolma di stelle (ha ritrovato Del Piero,
Vieri, miracolosamente non infortunato, e il pupone d’oro in grande spolvero) si
presenta in terra di Lituania come un’armata di cavalieri teutonici pronti a
conquistare terre pagane. La Lituania, una formazione parrocchiale e limitata, è
stata massacrata dalla Georgia e dall’Ungheria – due squadre tragicamente
mediocri - che insieme le hanno rifilato dieci goal. I lituani - dai nomi arcani
come Stankevicius e Gleveckhs - sono a livello di Cipro, di Malta, del
Lussemburgo; una squadra di serie C italiana li batterebbe L’Italia ha sedici
punti in classifica, la Lituania uno. La nazionale è quarta nella graduatoria
mondiale della FIFA, la Lituania novantaquattresima. Ma il pallone è rotondo. E
lo spirito soffia dove vuole. I bestioni lituani marcano ad uomo e cancellano le
stelle italiane. Un bel vedere: il pendolo schopenhaueriano oscilla tra noia e
sofferenza. I nostri sono a corto di preparazione, sospirano gli scribacchini
della pelota: Del Piero non esiste, Vieri non tocca palla, Tommasi, un baluardo
nella Roma trionfante, vacilla, Tacchinardi non se ne parla nemmeno. Oscurità
completa per Zambrotta e Pancaro. Cannavaro così, così. Un’angoscia tragica. -
Comincio ad accarezzare Irene. - I nostri pareggiano ma rischiano la sconfitta:
una miseria assoluta. Buffon ci salva: il che è tutto dire. Il mondo è
misterioso e la palla é rotonda. Gli inglesi affrontano i tedeschi a Monaco, e i
tedeschi non perdono mai in casa. Albione deve vincere a tutti i costi: ci
credono in pochi.
Giorni fa sono stati umiliati dall’Olanda di Van Gaal, spumeggiante e pratica.
Una lezione di calcio grandiosa. Perdono 2-0, in casa, ma potrebbero racimolare
almeno quattro pallini.
Tremebondi per l’umiliazione olandese, affrontano la Germania a Monaco, nello
Stadio Olimpico e le rifilano un risultato inaudito: cinque sberle in faccia:
una vergogna nazionale.
Roba da seppellirsi vivi. E potevano essere sette briscole: una disfatta
raccapricciante, storica, epocale per il mondo teutonico. Intanto, la gloriosa
Olanda di Van Gaal, che aveva umiliato gli inglesi, arriva a Dublino per
chiudere i conti con una rocciosa Irlanda. La deve battere a tutti costi.
Se batti l’Inghilterra fuori casa come puoi avere problemi a liquidare
l’Irlanda?
Ma il pallone è rotondo e la vita è strana. I tulipani dominano. Schiacciano gli
irlandesi e si fottono una borsa piena d’occasioni. I cosmici goleador, costati
miliardi, fanno penosamente cilecca.. Alla fine, dopo aver rischiato morte ed
eliminazione, l’Irlanda produce un sofferto ma squisito golletto. Fischio
finale: l’Irlanda ha vinto. L’Olanda, che ci aveva massacrato, per poi
soccombere ai rigori, nell’Europeo - in una partita tragicamente sfortunata - è
fuori dalla Coppa del Mondo. Una tragedia nazionale e internazionale. Anch’io ci
rimango male.
La squadra di Kluivert, Van Nilsteroy, Hasselbank, Davids, Overmars esce dalla
Coppa del mondo devastata. C’è ancora una misera speranza ma è troppo esigua. La
vita è strana e il pallone è come la vita: gira, vola, prende direzioni
incredibili perché è rotondo e calciato da piedi pazzi.
Undici poveri cristi umiliano i miliardari italioti. Undici giocatori della
Lituania costano quanto una coscia di Totti, una caviglia di Del Piero o una
natica di Vieri. L’umile Irlanda cancella la grande Olanda. Tristezza e
giustizia: i giochi arcani di Dike. E mentre sto riflettendo sugli eventi del
pallone e della vita, cosa succede? Irene mi salta sulle gambe ed io dimentico
tutto.
“Vaffanculo co stò cazzo di pallone…” mormora..
Su e giù, su e giù, mentre il povero antenato osserva esterrefatto. Squilla il
telefono.
Eugenio si sta sbellicando dalle risate. Hanno portato Orione dal veterinario.
Dopo aver annusato gli odori dell’ambulatorio che detesta, il cucciolone è
saltato sulle gambe di Destine e non voleva più scendere. I veterinari, le
infermiere, i clienti lo hanno notato e hanno cominciato a ridacchiare; dopo un
minuto, c’erano almeno dieci persone che osservavano la povera donna schiacciata
dal cane impaurito e piangevano dal gran ridere. Ma Orione se ne fotteva
dell’ilarità generale e non scendeva. Alla fine lo hanno portato di peso
nell’ambulatorio. Squittiva come un porcellino. Eugenio (lascia che i morti
seppelliscano i morti…) se la rideva beato. Aveva dimenticato il massacro.
“Chissà che gli avrà detto Osei quando è tornato a casa….”
“Che gli avrà detto?” chiesi.
“Avrà detto: ma che hai fatto lo stronzo? Ci siamo fatti conoscere pure qui?
Lo sanno tutti che siamo una nazione di pagliacci…ora c’è pure Berlusconi…e
anche tu hai rovinato l’onore nazionale….ma come….ti sei cagato sotto? Questi
già dicono che vinceranno la Coppa del Mondo….e chi li tiene più…e tu ci fai
fare una figura di merda? Lo sanno che sei italiano…lo sai, no? Un po’ di
dignità…”
“Eh signora mia…ci facciamo conoscere dappertutto…” aggiunsi, mentre stringevo
la tetta di Irene. Eugenio rideva. Come farà a dormire con tre morti in cantina
e le ceneri dell’amico è una cosa che continuamente mi chiedo.
“Sei con la suora o con la ninfetta depravata?”.
“Sono in splendida solitudine…” risposi mentre Irene faceva le fusa.
“La solitudine cura l’anima ferita…”
“Ti avevo detto di non chiamare….”
“Sto chiamando da una cabina telefonica…”
“Lo spero bene…”
“Una curiosità…ma quella sera fatidica…hai fatto un’orgia con gli immortali?”
Ed intendeva i nazisti defunti. C’era arrivato attraverso la logica matematica.
“Sai cos’è l’essenza della professionalità?”
“Dai…spara la cazzata…”
“Mai confondere le cose…vai a dormire che sei vecchio….e non scopare che ti
viene la coccola…troppe emozioni….”
E misi giù.
“Mi sarai sempre fedele?” Chiese Irene mentre mi galoppava allegramente.
“In eterno…” risposi.
Sempre, sempre negare: la menzogna è una maschera aurea.
*****
7 Settembre 2001
Caro Zeno,
il filosofo è chi riesce a scandagliare la realtà e il mondo materiale e
spirituale con vari strumenti: la prosa, la poesia, l'arte e la politica;
filosofo è chi riesce ha parlare e descrivere quello che Heidegger definisce
l'incalcolabile, per questo filosofia e poesia sono molto vicine e a volte usano
linguaggi simili. Il filosofo cerca sempre la strada che porta verso una verità
e da lì riparte, e in questo cammino è estremamente umile. L'habitus del
filosofo è l'umiltà di fronte al cammino della conoscenza: il filosofo se è
stanco, si piega come un giunco ma non si spezza e non si ferma mai. Tu sei
così: sei un filosofo. A te da fastidio quando dico a qualcuno che tu sei un
filosofo; e hai ragione, perché non è facile, per un profano o un estraneo,
capire questa parola che nel senso comune significa una professione che rende la
persona presuntuosa e saccente; il filosofo per il mondo accademico è colui che
sa o che pensa di sapere tutto sui massimi sistemi. Per me, invece, è il
contrario. Al filosofo non occorrono lauree in filosofia o teologia, per me
essere filosofo è un modo di essere della persona ed è soprattutto una
vocazione, un modo di vivere. Il filosofo ha una tensione in sé che lo porta
verso la ricerca continua della sua essenza, e non è colui che sa - come vuole
il senso comune - ma colui che sa di non sapere nulla. Il filosofo vive
nell'abisso per scelta e attraverso un suo peculiare percorso spirituale
raggiunge il proprio Abgrund. Oggi ho trascritto un bellissimo frammento da una
tua lettera sull'apparire dell'Essere, il Nulla e la Libertà. Tu dici: “ …
l’essere è percepito oscuramente perché l’essere è nella sua struttura un moto
che crea ad opera la propria crescita in un vacuo; la libertà dell’individuo è
la possibilità di scelta in quel vacuo, così che l’uomo è totalmente libero di
creare il “suo mondo”: Ma rimane il problema grandioso dell'autenticità. L'uomo
raggiunge questo stato di "santità esistenziale" quando inconsciamente o
consciamente percepisce il vuoto nell'essere e l'accetta.”. Vivere nell'abisso
vuol dire vivere nell'autenticità; e il filosofo ci riesce e come un funambolo
si libra sul vuoto ma non cade.
Mi hai parlato di un diario filosofico?
Ines
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E perché i poeti nel tempo della povertà? Si chiede Heidegger. E dice: la notte
è discesa sul mondo. L’epoca è caratterizzata dall’assenza di Dio. Ma la
mancanza di Dio, come la visse Hölderlin, non esclude la persistenza della fede
cristiana. La mancanza di Dio significa che non c’è più un Dio “che raccolga le
cose, ordinando, in questo raccoglimento la storia universale e il soggiorno
degli uomini in essa”. Non solo gli dei sono fuggiti ma il loro splendore si è
dileguato.
Il tempo della notte del mondo è il tempo dell’estrema povertà. E in questa
somma indigenza l’uomo non riconosce la mancanza di Dio e nel momento del
massimo abbandono bivacca nella banalità. Per lui l’assenza di Dio non è
mancanza. A causa di quest’assenza viene meno il fondamento. Viene a mancare il
terreno ove l’uomo e il mondo si radicano. Nel momento che le tenebre investono
il mondo è necessario riconoscere l’abisso. E per riconoscere l’abisso - dice
Heidegger – occorre discendere nel fondo del baratro; e per far questo è vitale
che esistano mortali in grado di farlo. Gli dei ritornano se gli uomini
preparano un luogo ove essi possano rivelarsi e sussistere. Ma prima è
necessario che lo splendore della divinità si diffonda sulle cose, poiché gli
dei ritornano solo quando il tempo è compiuto. Ma il periodo della grande
indigenza e delle tenebre è lungo. La miseria del tempo è quando l’indigenza non
è compresa dai mortali.
Il dominio della civiltà della tecnica cancella la comprensione della notte del
mondo e dell’indigenza. La grande povertà non origina dall’errare ma dal destino
dell’essere.
Forse – dice Heidegger – quest’epoca del mondo sta giungendo al culmine della
povertà estrema.
Ma lungo è il tempo del dolore. I mortali potranno raggiungere la svolta solo se
ritroveranno la loro essenza. Heidegger, arcanamente, dice che i mortali devono
raggiungere l’abisso prima dei celesti, perché sono investiti dalla non presenza
dell’essere. Hölderlin afferma che l’abisso è il tutto ritenente. Dice che il
mortale deve giungere prima dei celesti nell’abisso, e scoprire i segni che
contiene in sé; i segni dell’abisso sono le tracce degli dei fuggiti. I poeti -
dice Heidegger - citando Hölderlin, sono coloro che cantano errando, da terra in
terra, nella santa notte e seguono le tracce degli dei fuggiti. La traccia degli
dei fuggiti è il sacro. Essere poeta nel tempo della grande indigenza significa
cantare ispirandosi alla traccia degli dei. Nel tempo della notte del mondo il
poeta canta il sacro. Hölderlin definisce sacra la notte del mondo. Se i mortali
non vogliono vivere in maniera tragicamente vuota devono udire il canto dei
poeti. Più avanza la notte più procede l’indigenza. Più avanza la notte e più è
difficile trovare le tracce degli dei. Più avanza la notte e più disperato
diventa per un mortale ritrovare le tracce dei celesti; ma ognuno procede fino a
dove è possibile, afferma Hölderlin.
*****
L’altro giorno ho ascoltato il teologo inglese Don Cupitt, quello del “Mito del
Dio Incarnato” che
Diceva - con le lacrime agli occhi e la voce rotta dall’emozione - che il Dio da
lui conosciuto un tempo non c’è più. Quel Dio è morto. Un teologo luterano,
rispondendo ad una domanda di un intervistatore, chiariva il concetto della
morte di Dio: se non c’è qualcosa oltre il Big Bang allora c’è solo la notte
nera dell’anima. Faceva un’impressione tremenda vedere Don Cupitt davanti
all’oceano, come una figura di Caspar David, persa tra le struggenti, solitarie
spiagge della Pomerania, osservare l’orizzonte lontano. Il teologo sembrava
dire: una volta parlavo con Dio come con mio padre; ora nessuno mi ascolta; non
c’è più nessuno lassù, o sotto di me, o intorno a me. Don Cupitt mi ha fatto
pensare alle parole del folle nello Zarathustra nicciano:
“Chi ha cancellato con un colpo di spugna l’orizzonte?”
Se non c’è Dio, resta solo l’ingiustizia fondamentale, resta l’inganno
perpetrato da secoli e secoli.
Che gli vai a dire allo stilita, che se ne stava appollaiato per anni su una
colonna?
“Scusi, signore abbiamo sbagliato…”
Che gli racconti alle suore di clausura?
“Care signore…ci siamo confusi…piccolo errore!”
Se non c’è Dio, resta l’innocenza del reale - tanto per usare un eufemismo
nicciano - che tradotto in soldoni significa: “Guarda cocco che c’è solo
l’oceano d’orrore e niente più…e non ti fare illusioni...esiste il fenomeno ma
il noumeno te lo scordi….”
E restano i Gulag, i campi di concentramento, le violenze, le ingiustizie
fondamentali, la fame del mondo, i massacri delle bestie e nient’altro. Ci sono
i macelli, la vivisezione, la tortura e poi nulla.
Non ci sono angeli vendicatori che attendono i reprobi alle soglie della morte.
“E gli angeli consolatori?” Chiede la vecchia, che li ha, in ogni istante della
sua vita, invocati.
“Eh signora mia….una pia frode per farci sopportare l’orrore. Il terrore è
sovrabbondante ed occorrono romantici palliativi.”
Se si chiede, però, ai grandi scienziati: “Scusate signori, per curiosità, ma
che c’è dietro alla esplosione primordiale che fa scaturire spazio, tempo, cose,
quisquilie e rock n’roll? Che c’è dietro al Big Bang?”
Gli scienziati rispondono in varie maniere. Uno dice: “Lasciamo perdere queste
menate sull’orologiaio che spinge il pulsante..cresciamo. Sono oscene e
infantili pippate e sono “mentally degrading”. Non c’è nulla dietro al Big
Bang.”
Un altro dice: “Abbiamo procastinato il problema ma non l’abbiamo risolto,
abbiamo semplicemente trasferito il dilemma basilare; Dio potrebbe anche essere
l’essenza originale - se così si può dire - esterna alla singolarità che ha dato
l’impulso primordiale.” E questo lo dice un matematico d’Oxford - non un parroco
di Ragusa - , Roger Penrose che afferma che abbiamo solo spostato il problema.
Un altro dice: “Tra il 1960 e il 1970 Dio ha preso una mazzata tremenda in
testa. Il sistema delle fedi è collassato. La radio- astronomia ci ha fatto
pervenire il bisbiglio dell’inizio del Tutto, il mormorio sedato, accorato della
creazione (tanto per usare una parola stralogora). Il primo mormorio ascoltato
proveniva dalle Pulsar, da quei grumi d’intensa densità. Poi siamo giunti al
bisbiglio degli albori. Per alcuni il suono dell’energia residuale del big Bang
è il mormorio dell’assenza di Dio, per altri quello della “creatio ex nihilo”..”
Ma il filosofo di Posillipo che direbbe? Cosa chiederebbe agli scienziati?
“Guaiò…ma perché se la materia svanisce nel nulla dal nulla non può originare?”
La singolarità ci porta alle porte di una fortezza impenetrabile e granitica che
racchiude il più profondo mistero. Un altro scienziato dice: “Ma siamo veramente
speciali?”
Tra non molto il sole morente brucerà il sistema solare e di quest’esigua
coscienza, che gioca con i mondi, non rimarrà neanche una labile traccia.”
Un altro dice: “Il varco del mistero si chiude con le nuove cosmogonie. Prima la
breccia era grande - se si pensa al medioevo - ora questo varco è diventato una
fessura. Questa fenditura è la domanda cosmogonica essenziale che pone il Big
Bang ed è anche l'interrogazione fondamentale della coscienza - derivante dal
Big Bang - che contempla e analizza l’universo”
Un altro dice: “Ho deciso di diventare prete” si chiama John Polkinghorne e
trova la teologia più interessante dell’astrofisica. Esterrefatti gli scienziati
lo guardano. E questo signore non è Beckham, il marito della Spice Girl, ma un
professore di fisica e di teologia dell’università di Oxford. E se gli domandi:
“Scusi…ma lei parla con il signore del pulsante?”
“Certo” ti risponde “tutte le sere mi metto a pecoroni e mi faccio una bella
chiacchierata col babbone del bottone primordiale; proprio come Agostino,
Ireneo, Antonio e i santi eremiti del deserto..” E stiamo parlando di un fisico
con i controcazzi.
Un altro dice: “Il mistero fondamentale non l’abbiamo neanche sfiorato, ma
questo non nega che la forza - si fa per dire - che ha voluto le cose non sia
un’essenza, fondamentalmente, aliena alla coscienza” in ducati sonanti: lo
scienziato dice: un motore primo che sosta in glaciali, rarefatte, zone
extramondane - che zone non sono. Un impulso originale - esterno allo spazio –
tempo - che ha spinto il pulsante ma che, in fondo, se ne impipa di quello che
ha prodotto con quell’atto primordiale.
Un altro dice: “Nel DNA dell’universo, nella sua struttura essenziale, è
presente l’ordine, quindi io credo che il mistero fondamentale non l’abbiamo
neanche sfiorato” E ci siamo.
In questo momento cosa pensano i grandi scienziati?
Avendo sbattuto il grugno contro il disegno contenuto nell’universo, pensano che
ci siano due possibilità: la prima è che esistano miliardi e miliardi di
universi e che, da questa sovrabbondanza di sistemi, ne sia spuntato uno che ha
prodotto la coscienza.
La seconda è che l’universo sia unico e abbia prodotto la coscienza seguendo un
disegno che deve originare, necessariamente, da una forza o da una volontà
creatrice.
Insomma se la seconda opzione prevalesse, dopo essere stati presi a calci e
buttati fuori della centralità cosmica, ci siamo ritornati per un’altra via.
La terra, pulviscolo insignificante perso tra le galassie? E allora?
La coscienza non è un problema logistico. La coscienza appare dove può.
Perché le cose invece di niente?
Provate a chiedere al filosofo di Posilippo: “nun saccio…” risponderebbe.
Intanto tutto crolla. Il cattolicesimo, malgrado le pittoresche invenzioni del
papa polacco non tiene. Si, Wojtyla si agita con le sue babbucce di porpora -
come dice Lombardi Vallauri - ma scatena solo la vuota “paraphernalia” che
maschera momentaneamente l’evidenza del crollo orbitale, la danza sfrenata
sull’abisso dell’oblio. E le conversioni nel terzo mondo? Quelle rappresentano
il miglioramento che precede la morte. Il cristianesimo è il malato, allo stadio
finale, che dice alla moglie, pochi istanti prima di tirar le cuoia: “Mi sento
bene…ciccia mia…”. Sarà una lunga agonia sia per il cristianesimo che per il
cattolicesimo che sta svanendo con la sua astrusa trinità, la sua inconcepibile
transustanziazione e le sue strambe assunzioni in cielo.
In Inghilterra l’unica religione che avanza spedita è l’Islam. La crescita è
dovuta al desiderio di radici forti, di fedi inossidabili, all’anelito verso la
sicurezza che, tradotto in senso metafisico, spinge le anime tribolate verso
Allah, un babbone che non scherza, imperscrutabile, misteriosamente in controllo
di tutto, che alla fine di questo sfascime di vita ti concede di fottere
ragazzette stupende in un bordello iperuranico. Almeno lì i beati se la spassano
con il loro nuovo pene ultraterreno. Pensate dove si è arrivati: atterriamo su
Marte, comprendiamo il principio dell’universo ma crediamo ancora a bordelli
celesti. E c’è gente che si sbudella con la dinamite sognando simili cose. Mi
faccio saltare le cervella in un bar di Tel Aviv ma poi mi strafotto una
settantina di uri. Certo con queste ninfette celesti scatenate è comprensibile
che sia cresciuto l’Islam in Inghilterra e che si espanda a più non posso.
Ma si! Mettiamo al mondo un disperato dopo l’altro: ecco l’ingiunzione
demiurgica.
Dal cappello delle fedi del Regno Unito, intanto, spuntano delle sorprese: 420
satanisti, 5000 pagani, che credono in Giove e in Apollo - Febo, 2500 seguaci di
Zoroastro e altre credenze singolari. Nel Regno Unito solo il 12% è seguace di
qualcosa, il restante 88% ha fedi solo nominali ed è o agnostico o ateo. Più la
fede è tollerante e aperta al mondo più si disintegra con rapidità. La Chiesa
d’Inghilterra, paurosamente, si squassa. Che tristezza: le grandi cattedrali
vuote sotto la pioggia, il silenzio di Dio, gli splendidi, inutili cori dei
fanciulli, il raccoglimento rispettoso nel nulla. Le umide chiese neogotiche
sono divenute - come dice Nietzsche - il sepolcro di Dio. “Chi ha cancellato con
un colpo di spugna l’orizzonte?”
*****
Nel 1981, mentre leggevo le incredibili parole del folle di Nietzsche, stavo
raggiungendo Margaretha Lindstrom a Lund. L’avevo amata con ineffabile piacere
nel Common di Hampstead Heath: una scopata leggendaria, sotto le querce e tra
gli arbusti, tra gridolini soffocati e un profondo ansimare. Cosce da sballo
candide come la neve. Seni da leggenda con capezzoli rosei.
Labbra mendaci e immortali. Mentre mi stavo succhiando la monumentale ninfa e mi
avviavo, con la lingua, verso le parti più peccaminose e ascose, notai, farsi
largo tra le foglie, la testa di un
guardone debosciato: un potenziale Pacciani - figura gloriosa della toscanità
rinascimentale – mi scrutava con il suo viso da vispo fetente. Ci pensai due
secondi e mi dissi: “Non interrompo”
Scesi con la testa verso l’oscura cavità e slinguazzai con infinito piacere.
Dopo un breve, orale interludio, mi sollevai e montai l’anima benedetta da
dietro. Uno spasso queste peccatrici luterane, altro che le uri musulmane! E
mentre pompavo ansimando, sorridevo verso il Pacciani britannico, come per dire:
“Sapessi che delizia, gran figlio di puttana. Ci vorresti stare tu qua dentro…eh
?”
E lui, scuotendosi il pippo, se la godeva beato. Alla conclusione dell’atto
dissi alla sublime Margaretha: “Abbiamo fatto un’opera buona: un guardone si è
sparato una sega…” e la scandinava ninfa sorrise felice.
Ah l’apertura mentale delle nordiche luterane! Niente fetenzie metafisiche,
niente bollicine, niente: mi ami? mi desideri? niente eternità o romantiche
pippate. Ti prendono e ti scaricano, e dei guardoni se ne strafottono. “Lascialo
guardare quel povero coglione!…che male fa?” Insomma mentre mi avviavo a Lund
per raggiungere il ventre glorioso di Margaretha Lindstrom leggevo il brano
nicciano del folle che diceva: “Abbiamo ucciso Dio…”
“Non avete mai sentito parlare di quell’uomo pazzo che, in pieno mattino, accesa
una lanterna, si recò al mercato e incominciò a gridare senza posa: “Cerco Dio!
Cerco Dio!”. Trovandosi sulla piazza molti uomini non credenti in Dio, egli
suscitò in loro grande ilarità. Uno disse: “ L’hai forse perduto?” e altri: “S’è
smarrito come un fanciullo? Si è nascosto in qualche luogo? Ha forse paura di
noi? Si è imbarcato? Ha emigrato?”. Così gridavano, ridendo tra di loro…
L’uomo pazzo corse in mezzo a loro e fulminandoli con lo sguardo gridò: “Che ne
è di Dio? Io ve lo dirò. Noi l’abbiamo ucciso – io e voi! Noi siamo i suoi
assassini! Ma come potemmo farlo? Come potemmo bere il mare? Chi ci diede la
spugna per cancellare l’intero orizzonte? Che facemmo sciogliendo la terra dal
suo sole? Dove va essa, ora? Dove andiamo noi, lontani da ogni sole? Non
continuiamo a precipitare: e indietro e dai lati e in avanti? C’è ancora un alto
e un basso? Non andiamo forse errando in un infinito nulla? Non ci culla forse
lo spazio vuoto? Non fa sempre più freddo? Non è sempre notte, e sempre più
notte? Non occorrono lanterne in pieno giorno? Non sentiamo nulla dei becchini
che stanno seppellendo Dio? Non sentiamo l’odore della putrefazione di Dio?
Eppure gli dei stanno decomponendosi! Dio è morto! Dio resta morto! E noi
l’abbiamo ucciso! Come troveremo pace, noi più assassini di ogni assassino? Ciò
che vi era di più sacro e di più potente, il padrone del mondo, ha perso tutto
il suo sangue sotto i nostri coltelli. Chi ci monderà di questo sangue? Con
quale acqua potremo rendercene puri? Quale festa sacrificale, quale rito
purificatore dovremmo istituire? La grandezza di questa cosa non è forse troppo
grande per noi? Non dovremmo divenire Dei noi stessi per esserne all’altezza?
Mai ci fu fatto più grande, e chiunque nascerà dopo di noi apparterrà per ciò
stesso a una storia più alta di ogni altra trascorsa”. A questo punto l’uomo
pazzo tacque e fissò nuovamente i suoi ascoltatori; anch’essi tacevano e lo
guardavano stupiti. Quindi gettò a terra la sua lanterna che andò in pezzi
spegnendosi. “Vengo troppo presto, disse, non è ancora il mio tempo.
Quest’evento mostruoso è tuttora in corso e non è ancor giunto alle orecchie
degli uomini. Per esser visti e riconosciuti lampo e tuono hanno bisogno di
tempo, la luce delle stelle ha bisogno di tempo, i fatti hanno bisogno di tempo
anche dopo esser stati compiuti. Questo fatto è ancor più lontano della più
lontana delle stelle e tuttavia sono loro stessi ad averlo compiuto!”. Si
racconta anche che l’uomo pazzo, in quel medesimo giorno, entrò in molte chiese
per recitarvi il suo Requiem aeternam Deo. Condotto fuori e interrogato non fece
che rispondere: “Che sono ormai le chiese se non le tombe e i sepolcri di Dio?”.
Nietzsche. Così parlò Zarathustra.
Stavo leggendo queste lancinanti, strazianti parole quando la nave giunse in
porto.
Oltre la barriera doganale c’era Margaretha ad attendermi. Pensai: “Va bene…il
babbone lo hanno seppellito sotto il sagrato della chiesa. Pazienza. Certo
l’odore non è dei migliori, la terra è appestata, ma che farci? Ora mi consolo
con quelle due cosce da sballo”
E mi avviai verso il candido, monumentale paradiso luterano dimenticando per due
giorni il folle di Nietzsche e il suo grido: “Chi ci diede la spugna per
cancellare l’intero orizzonte?”
*****
Certo, se uno potesse parlare con il babbone iperfisico sarebbe molto bello; da
piccolo parlavo sempre con Gesù, perché il padre, consustanziale con figlio e la
colomba - o il colombo non ricordo - mi metteva una terribile soggezione. I
santi parlano sempre con il padre o con Gesù; sono perennemente mormoranti. Più
sono santi e più mormorano. Più sono vicini alla luce originale e più
bisbigliano. Parlano sempre con il signore del pulsante, che pare abbia una
predilezione per il vecchio polacco. D’Alema, che attraversa brutti momenti, si
potrebbe consolare facendosi una salutare chiacchierata con il paparone del
cosmo e degli universi infiniti. “Signore, mi volevano tanto bene ed ora eccomi
qua disperato, abbandonato da tutti.
Ti rendi conto Signore che solo il 51% dei diessini mi confermerebbe come
presidente?
Una catastrofe. Avevo consensi bulgari, come Craxi, ed ora eccomi nella merda
olezzante.
Ed ascolta signore…sta attento: gli strafottuti figliocci di Prodi, gli
ulivisti, mi hanno dato un consenso ancora inferiore: il 35%. Dopo quello che ho
fatto, eterno Jahvé Sav’oat, che misera memoria storica….E sai Babbone quanti
vorrebbero sostituirmi? Il 31% dei compagni fetenti mi prenderebbe a calci nel
culo; compagni, si fa per dire, un’espressione logora, superata…..e il 47% degli
ulivisti mi fucilerebbe in una piazza. Figli di troia e di mortadelle bisunte.
Signore Iddio misericordioso il 47% mi odia, mentre Veltroni, il fottuto boy
scout, dopo averci elargito il suo sogno americano di merda, se ne sta beato a
rifondare la Città Eterna. Che mostruosa ingiustizia Jahvé….“I care” capisci? Un
vecchio compagno semidemente mi ha chiesto: “ Ma che c’entra Icaro?” Lui, Folena
e quel salumiere di Mussi ci hanno rovinato….ti rendi conto Signore?
E sai perché mi detestano? Perché dicono che ho fottuto Prodi. Quella mortadella
bislacca che ha cullato, nel suo seno grassoccio, Rutelli, la vipera piaciona. E
sai perché Signore Dio degli Eserciti i miei compagni non mi tollerano? Perché
navigo in quella fottutissima barca, mi copro con golfini di cashmere e non
permetto al cagnetto puzzolente e pidocchioso di Rechlin di pisciarmi sulle
scarpe che mi sono costate un milione di dollari. Tu pensa: li trascino “obtorto
collo” verso l’abbondanza tempestosa del capitalismo mondiale e quelli mi
sputano in faccia. Che tristezza Signore! Gliela do io “qualcosa di sinistra” a
quei fottuti pennivendoli e registi del cazzo!
Scusa Signore ….ma tu ti faresti pisciare su scarpe da un milione di dollari?
Dico…pelle d’animale rarissimo, magari ammazzato nella giungla del Congo….Perché
me le sono messe le scarpe da un milione di dollari? Ma perché il mondo cambia e
il comunismo è rimasto solo nel cervello di Wanda Osiris – Bertinotti. Si, che
vada a tirare pietre e a sfasciare vetrine con i suoi miserabili Black Bloc, lui
è buono solo a fare casini. Insomma, Signore Iddio, così il popolo ottuso fotte
i grandi statisti. Ecco il risultato: dicono che non sorrido e che intuiscono
quello che segretamente penso? Tu lo sai cosa penso Signore? Bravo….i miei
compagni fanno cagare: esatto! Mica una grande scoperta! Fanno cagare e
vomitare: siamo una sinistra di merda.
Ed invece, a causa della morte di Dio, il povero Massimo deve stare zitto,
ingoiarsi manciate di merda e sorridere. Altri tempi quelli di Don Camillo e
Peppone: quando si andava in chiesa si poteva parlare con il crocifisso che dava
ragione a tutti, anche alle mignotte e ai cacciatori.
Ora invece questo silenzio di Dio non si sopporta più. E va bene…sarà morto…ma
con qualcuno bisogna parlare. Pensate al paradiso dei Taliban, pensate a Kabul:
il regno dell’autentico Islam, un luogo ameno per nonnette inglesi e i loro
cagnolini di razza. Un tempo, in quella città benedetta da Allah a dal suo
profeta Maometto, abitavano 40.000 ebrei. Con la conquista del potere da parte
dei comunisti molti ebrei partirono. Poi arrivarono i nuovi buontemponi, i
Taliban, che hanno messo a posto le cose sistemando anche i Buddha secolari;
nella sacra Kabul sono rimasti solo due ebrei : Zebulon Simentov e Ishaq Levin.
E se la passano male, gli israeliti, sono stati accusati di istituire bordelli e
d’altre nefandezze. L’unica Torah che avevano è stata confiscata e i libri sacri
si stanno disintegrando nell’arca desolata. Ma loro litigano tra di loro: se
metti due gatti in una terra devastata e li lasci soli c’è il rischio che si
facciano a pezzi, così quei due poveri ebrei rimasti non si stringono l’uno
all’altro ma si fanno una guerra spietata. Vi pare che in condizioni del genere
non sia necessario farsi una chiacchierata con il buon Jahvé Sav’aot?
Andatelo a raccontare a Zebulon che Dio è morto, gli verrebbe un coccolone.
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