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18. Il Giardino di Tantalo: l’apparenza insostanziale della sostanza
9 Agosto 2001
Zeno,
la sai l'ultima? Maria Sung ha avuto già un marito napoletano e Milingo ha
confessato di essere caduto in un tranello del perfido e dispettoso Satana. Che
ti avevo detto? che storia ridicola!
Però Maria Sung la capisco...scherzo...si scherzo...è inutile che dici che non
scherzo...non farò mai una fine così misera per un uomo...Ma lo mandasse al
diavolo! Lei invece, cosa fa?
ha deciso di lasciarsi morire per Milingo e stremata dagli stenti ha dovuto
abbandonare piazza San Pietro. Al suo posto stanno digiunando altre donne della
setta. Non è incredibile!?
Sai come si sono conosciuti Milingo e la Maria? Milingo aveva un terribile mal
di schiena e ha chiesto le cure ad un centro di agopuntura, che guarda caso era
gestito da membri della setta del terribile Moon, e guarda caso lei era la
dottoressa addetta a fare l'agopuntura al povero cardinale acciaccato. Così tra
un ago e l'altro c'è scappato prima il bacetto e poi l'Agone Nero è entrato
nella Cruna Gialla. Ecco il tranello di Satana! E’ scattata la trappola
dell'amore e del matrimonio.
Satana ha detto: adesso ti frego io...con il sesso ti frego ...(Milingo parla in
questi termini- ha un rapporto personale con Satana come Don Abbondio con
Peppone - e di solito vince sempre lui, grande esorcista; ma stavolta gli è
andata male). Maria fa la povera vittima sedotta e abbandonata, il suo ex -
marito napoletano l’ha abbandonato senza spiegazioni. Fu una tragedia per il
povero uomo. Ed ecco la vendetta: adesso è lei a dover soffrire per un
abbandono. Satana ha colto più piccioni in una fava: ha fregato Milingo, si è
vendicato della Maria, ha usato Moon, e fa vedere i sorci verdi al Vaticano, e
se la spassa all'Inferno facendosi due risate; tutti nel pentolone li ha buttati
e gira e rimesta, mentre qui in superficie tutti sono presi dal tragicomico
dramma afro - coreano e sono preoccupati per la sopravvivenza dei due poveri
amanti. Milingo è dimagrito, e ha acquistato in fascino però: è un bell'uomo
ora, ma ama ormai la sua sposa come una sorella, purtroppo, mentre Maria si sta
dissolvendo d’amore, sognando ancora notti infuocate con il suo tenero e
appassionato amante, e non si da pace. Insomma alla fine hanno fatto una bella
dieta che li ha ringiovaniti. Erano belli grassi al tempo della loro unione
felice, ma a volte soffrire per amore serve almeno a perdere i chili di troppo,
dunque a qualcosa serve.
A proposito di amore e di sesso sto leggendo il libro sull'Erotismo Cinese che
mi hai regalato è interessantissimo: svela i segreti salutari e mistici del
sesso. Ci sono delle illustrazioni stupende, molto eloquenti. L'arte di amare
viene definita dai cinesi l'arte dello Yin e Yang.
Che accade se ci si astiene dal sesso? Risponde il saggio: è una cosa
assolutamente inammissibile.
Yin e Yang, i principi femminile e maschile che regolano la vita, hanno le loro
variazioni come tutte le cose. L'uomo è soggetto alla legge dello Yin e Yang
come è soggetto ai cambi di stagione. Senza coito lo Schen, lo spirito non può
svilupparsi, lo Yin e lo Yang rimangono chiusi, repressi, e non possono
esplicarsi e rinvigorirsi a vicenda sprigionando energia. Se una persona espelle
il vecchio e respira il nuovo, certamente si rinvigorisce. Ma se il povero Stelo
di giada rimane inattivo è destinato a perire. Allora deve seguire la tecnica
del movimento, che serve a prolungare la vita. La donna e l'uomo raggiungono la
soddisfazione in questo bilanciamento di energie che avviene nell'unione, lo
Stelo di Giada penetra la Grotta Rossa, in questo movimento oscillante di
reciproco piacere: la volontà si rafforza, la mente si rischiara, cresce il
senso di benessere, di sazietà, non si sente più né caldo né freddo, i corpi
respirando insieme all'unisono, raggiungono il piacere e esperimentano la pace
spirituale e cosmica. Questo perché lo Yin e Yang sono necessari a ogni
movimento nell'universo, sono elementi complementari, non c'è esplicazione
dell'uno senza l'altro. L'uomo e la donna sono come il cielo e la terra, sono
destinati all'unione, l'uomo monta la donna come una giumenta in calore, e la
cavalca come un cavallo al galoppo, e sono principi eterni che sprigionano
l'energia che alimenta la vita. Chi infrange questo equilibrio, chi tenta di
dividere questi due principi, chi si astiene dal sesso crea la disarmonia in sé
e nell'universo.
E inoltre... dice il saggio Hsu–Hsaio-Mu-Chi:
Perché cercare l'Elisir dell'Immortalità
quando tu puoi bere
dalla Fontana di Giada?
Ciao…splendente Stelo di Giada...
Irene
*****
Arrivai alle tre di notte nella casa di Swiss Cottage vicino alla chiesa di St.
Peter. Avevo in mano la pistola con il silenziatore. Salii. La porta era aperta.
Heidi aveva, minuziosamente, eseguito il piano. Entrai nella stanza da letto
lentamente. C’erano due uomini incatenati, nudi e coperti con tatuaggi, la Meyer
si stava agitando su un pene eretto. Mi videro: dire che fossero sgomenti è dir
poco. Erano allibiti. Ero giunto nel pieno del gioco sadomaso. Pance candide,
birra, vino, catene e cuoio nero. Heidi li aveva indotti a quel gioco
peccaminoso spiegando che quella era la casa di un’amica della madre, che
sarebbe tornata l’indomani. C’era roba da sniffare su un piatto cinese di
porcellana. I nazisti si erano lasciati incatenare ridendo. David Warpool,
quando giunsi, mi sembrò vicino all’orgasmo, mentre Andrew Pole se la rideva
beato.
“What the fuck….” gridò Warpool vedendomi.
Puntai la pistola verso la testa dell’inglese e dissi: “Non perdiamo tempo…Heidi
è un’ebrea che ha avuto la famiglia massacrata a Theresienstadt ed io sono qui
per quella cosuccia riguardante Simon Lazzari….Il vecchio ebreo che avete
massacrato per 5000 sterline….I hope you remember?”
Warpool si agitò eccessivamente scuotendo le catene: non ci pensai un momento e
sparai.
Mai perdersi in chiacchiere in situazioni analoghe: non serve a nulla.
Lo centrai in piena fronte: si distese elegantemente mentre il pene si
afflosciava: almeno potevo farlo venire, pensai.
“Ecco” dissi “così va meglio. Un po’ di serenità non fa male….lei sa Andrew cosa
sguinzaglia il male nel mondo? La dismisura. Così dicono i greci…il suo amico
s’incazza troppo…”
Pole aveva la bocca spalancata dall’orrore.
“Figlio di puttana” e rivolto a Heidi urlò “ fucking whore…”.
Fu rapidissima la Meyer, mi chiese: “Me lo faccia uccidere questo figlio di
puttana.
Non ho mai accoppato un nazista….e questo figlio di troia è il peggiore di
tutti…infierì sul vecchio: lo sa, no?…Calci mentre moriva….urlava: vi dovevano
sterminare tutti….”
Le passai la pistola. Fece fuoco. Andrew strombazzò verso la barca fatiscente di
Caronte.
“Alle quattro esatte arriva Sam Duigan.” disse Heidi “lo eliminiamo subito, ma
il quarto lo lascerei vivere. E’ innocente. E’ l’unico che non voleva la morte
di Lazzari. Si chiama Bernard Oldham e vive a Burnley. Lo considerano un
traditore. Non prenderò parte alla sua morte. Sarebbe un atto immondo.”
“Mi sembra giusto” risposi. “Sarà difficile convincere il mio amico….ma lo
risparmieremo…”
Era nuda Heidi: una bellezza nervosa, anoressica. Le dissi: si copra.
Rispose: “No…una cosa me la deve - oltre i soldi naturalmente - una bella
scopata. Sono smodatamente eccitata….”
“Qui no….è piuttosto macabro.”
“Invece qui è ideale perché mi ripaga, parzialmente, della violenza oscena che
il mio popolo ha subito…”
“Ma questi non sono SS, sono dei poveri cristi che pagano per la loro
imbecillità da hooligans…”.
“Lei non li conosce…questi stanno facendo risorgere l’orrore…e vanno affrontati
risolutamente…”
La carne è debole e il tempo volava: osservavo quel corpo nervoso.
Alle quattro arrivò Sam Duigan. Gli sparai, senza preamboli, appena entrato:
aveva pisciato sul corpo di Lazzari. Non c’è cosa più futile che spiegare, a
coloro che saranno giustiziati, la ragione della violenza che stanno per subire.
E’ meglio concludere con rapidità l’operazione e farla finita.
Dopo la morte di Sam, Heidi mise in fila i corpi. Sembrava una danza macabra
medioevale. Un minuetto moderno della morte. Si spogliò nuovamente e cominciò a
sbottonarmi i logori Jeans.
Sfilò la pancia di gomma piuma e mi levò baffi e parrucca. La carne è fragile e
lo spirito ancora di più: non resisto mai. Mentre ondeggiava sul pene, come una
Kalì furiosa, mi fece pensare alla Lamia di Apollonio da Tiana: il vampiro
dell’antichità cantato da Yeats e descritto da Burton in “Anatomy of Melancony”.
Fottermi l’Heidi tra i morti mi faceva un certo senso, ma la Meyer era una forza
della natura e sapeva dare piacere. Per non venire subito cercai di guardare il
volto rasserenato di Poole. Dopo un’altra notevole galoppata, la girai, la
montai da dietro e gli versai nel ventre lo spirito vitale. Un urlo micidiale
salutò il completamento dell’orgasmo.
Trascinai i cadaveri nella cantina e li depositai nella fossa preparata. C’era
del cemento pronto per suggellare il misfatto. Eugenio aveva preparato tutto.
Più tardi avrebbe coperto i morti con una lastra di marmo, per poi deporre e
murare sulla superficie un’urna d’alabastro, contenente le ceneri di Simon
Lazzari. Così le aveva chiesto di fare il vecchio ebreo. “Se mi accoppano, fa
come Achille con Patroclo: sacrifica gli assassini sulla mia tomba. Il tempo
dell’imbecillità bonaria va trasceso…occorre risolutezza….”. Eugenio aveva
esaudito il cupo desiderio: gli assassini erano ora allineati nella tomba. La
casa era stata acquistata per quello scopo.
Eugenio l’avrebbe abitata, dopo aver venduto quella di Wimbledon, per coprire il
giusto misfatto.
Abbracciai Heidi e le diedi una busta gonfia di sterline e mi diressi, dopo
averla fatta uscire ben camuffata, verso la stazione di Swiss Cottage. Il primo
treno verso il centro partiva alle 5,15.
Da un manifesto sulla piattaforma il volto gonfio di Francis Bacon mi sovrastò:
angoscia chiama angoscia come abisso chiama abisso. I baffi mi si stavano
scollando dal volto. Mentre il treno della Jubilee Line fragorosamente ci
raggiunse, una checca attempata stava facendo sforzi immani per sedurre un
giovane asiatico.
*****
30 agosto 2001
Caro Zeno,
oggi su Repubblica ho letto un interessante articolo sulla Rinascita degli dèi
(dialogo tra Bowie e Calasso). La questione è la seguente: può, oggi, la
letteratura esistere da sola e ambire all’assoluto, in un mondo mediatico
immerso da immagini e parole? Può la letteratura trovare un contatto con gli dèi
e farli entrare nella storia degli uomini?
Calasso analizza il senso della letteratura nella sua essenza poetica, nella sua
capacità di trasmettere il soprannaturale, e vede la sua capacità di ambire
all’assoluto già nella mitologia del pantheon vedico. Per lui metrica e
letteratura, nella tradizione letteraria indiana, costituiscono un blocco
fondante dell’universo e non qualcosa di aggiunto, sovrapposto.
La forza della parola e il rapporto tra mente e linguaggio nella poesia e nella
letteratura viene, secondo lui, portato alla luce in Occidente, nella sua
essenza e nella sua massima espressione, da poeti e filosofi romantici come
Novalis, Schlegel e Hölderlin. Nella poesia di quest’ultimo gli dèi tornano come
figure potenti, capaci di ferire e uccidere. Hölderlin dice “Apollo mi ha
colpito” e si riferisce al fatto che lo aveva invaso una certa follia. Calasso
pensa che quando la poesia e la letteratura raggiungono il loro stato di
assolutezza e indipendenza la mente prevale sul linguaggio, e questo accade
anche nella poesia di Mallarmé. E prevale come manas. Perché “mente” deriva dal
sanscrito “manas”, da cui deriva anche la latina “mens”. Egli usa i termini
vedici di manas (mente) e vac (parola) e ne analizza la funzione nella
letteratura. Dal rapporto tra le due dimensioni dipende un contatto con il
trascendentale. Infatti nei più antichi testi indiani si dice che senza l'azione
congiunta di Manas e Vac, mente e parola nessun sacrificio può raggiungere gli
dei.
Ma Manas ha un peso maggiore di Vac. E in una certa scrittura poetica prevale la
mente sulla parola. Dice Calasso - analizzando il rapporto tra scrivere e
possessione - che la parola “ispirazione” è stata eufemizzata, e che in essa è
diventato sempre più difficile riconoscere il “delirio divino” di cui scriveva
Platone. Ed è quello l'evento mentale con cui gli dei si manifestano nella
letteratura, in genere attraverso certi esseri femminili, le ninfe. Perché gli
dèi non portano solo felicità, ma anche disordine e pazzia. Dal Fedro di Platone
in poi si connette la scrittura con la possessione, e dunque nell'ispirazione
c'è un lato oscuro e temibile.
L'articolo è interessante soprattutto per interpretare la tua scrittura e la tua
poesia, dove la mente prevale sempre sulla parola, il Manas sul Vac e dove gli
dèi appaiono come silenti interlocutori dei mortali avvolti da un enigmatico
mistero e da una strana luminosità.
Voglio leggere il libro “La letteratura e gli dei”, deve essere interessante
vero? Tu l'hai letto tempo fa e mi hai detto che ti ha anche ispirato…
Domanda: ma tu hai una ninfa ispiratrice?
Ines
*****
Un uomo mi commuove nell’antichità: Plutarco. La sua solitaria battaglia per
difendere gli animali è grandiosa. E’ terribilmente moderna. Il Cristogesù se la
spassa sterminando maiali e rendendo gli alberi di fico sterili, mentre alcuni
uomini, con le loro scopette e con le loro penne, si ergono a baluardo contro la
tirannia specista trionfante e cercano disperatamente, questi solitari, di far
ragionare la massa dei cavernicoli e di variare la logica distorta delle loro
religioni antropomorfiche che decretano che il massacro degli animali è cosa
accetta agli dei e gradevole alle narici demiurgiche. Buddha, Vardhamana
Mahavira e i grandi Tirthakara, i costruttori dei ponti, insegnano che uccidere
un altro essere vivente è come uccidere se stessi e provare compassione per un
essere vivente è come provarla per se stessi, mentre il futuro Pantacrator -
consustanziale con il padre - quello della singolarità del Big Bang che proietta
spazio, cose, tempo dal nulla (se così si può dire) - se la spassa con battutine
inani sulla “kunaria” della Sirofenicia (che nella mia perversa immaginazione
sculetta sempre sublime). E mentre, il Cristogesù, se la gioca a Cerasa con i
diavoli, il cristo pagano, Apollonio di Tiana, nello stesso periodo, perambula
per il mondo evitando di divorare animali e di indossare indumenti di pelle o di
lana.
Apollonio transita attraverso dodici regni. Da Augusto fino a Nerva. Anche
Pitagora evita di indossare indumenti di pelle o di lana e non insozza, non
contamina gli altari con il sangue. Offre dolci di miele agli dei, non cadaveri,
c’informa Filostrato. Empedocle, pure, aborre i sacrifici come gli orfici. E
pensa che le anime siano cadute nella materia per un’antica colpa, e che la
ruota della vita le porta a trasmigrare nei corpi degli animali e degli umani.
Se ti divori un agnello – afferma - forse, ti stai pappando tua nonna, dice.
La ragione della caduta?
L’antico fio d’Anassimandro: le cose pagano per essere nate.
E perché le cose pagano per esistere?
Risponde a questa domanda metafisica e fondamentale Arginno di Posillipo: “E chi
lo sa?”
e suggella la ricerca filosofica con questa storica risposta.
Più lapidaria la Regina d’Inghilterra: “ Boh!”
Ma com’è possibile che Plutarco scriva queste cose, intorno al 100 d.C., mentre
i cristiani appaiono, attraverso la storia, ottusamente chiusi verso il problema
della sofferenza animale?
Certo, io non dovrei parlare, giacché sguazzo nella contaminazione: ho appena
eliminato tre nazisti. Nel sangue ci nuoto. Sto, in sordina, ad ascoltare il
frammento di Nietzsche suonato da Eugenio, che sta, a sua volta, assorbendo
tumultuosamente la notizia che Bernard Oldham, perché innocente, non sarà ucciso
e che i morti saranno solo tre. E questa diminuzione della vendetta non gli va
proprio a genio. Destine sta imperversando su Milingo, su un programma di gay e
la morte di Versace. Plato ha una cacarella liquida da far spavento. Sto
sbracato su un divano con Orione tra i cuscini, con un whisky scozzese in mano e
penso a Lamia.
Ce la racconta Filostrato la storia di Lamia. Ma la fonte originale è Damis.
Un discepolo di Demetrio: Menippo di Licia, un giorno, incontra una donna
straniera con cosce e tette da sballo. Menippo è bello e forte. Ha un fisico
atletico. Sembra uno dei palestrati di Venice, Los Angeles. La donna, una
fenicia come quella della “kunaria” del Cristogesù, gli dice:
“Ho preso una cotta da morire per te. Quando vuoi puoi saltarmi sopra e sotto
come preferisci.”
Menippo incredulo strabuzza gli occhi. La donna fa capire che è ricca e vive
nella suburbia piccola - borghese di Corinto. Il filosofo non regge: la carne è
debole e lo spirito fa schifo - come lo capisco: e si strafotte la bellezza
straniera per giorni.
Un giorno Apollonio di Tiana lo incontra, lo squadra incuriosito e gli dice:
“Guarda bello, che quella troia che ti sventri è un serpente che ti ingoierà
vivo…“ e gli chiede ”non te la sposerai mica quella zoccola?”
“Per gli dei” risponde Menippo “me la sposo domani…è una cocca da sballo…”
Apollonio arriva al matrimonio e osserva tutto il fulgore della ricchezza
dispiegato durante l’evento nuziale: roba da Hollywood, osserva e dice: “Tutta
quest’abbondanza che vedi, Menippo, è pura illusione. Hai sentito parlare del
giardino di Tantalo che esiste e non esiste?”
“Certo, l’ho letto in Omero” risponde Menippo.
E Apollonio: “Quello che vedi è l’apparenza insostanziale della sostanza…”
Stupenda definizione dell’apparenza. Ed incalza: “Quella dolcezza che ti sta
vicino è un vampiro che ti succhierà il sangue e ti si trangugerà tutto. Il
sesso è l’arma che i vampiri usano per raggiungere il proprio scopo: cioè
divorarti.”
Insomma roba da Hannibal Lecter: ti fottono e ti cannibalizzano. Mi vergogno a
dirlo: ci sarei cascato pure io. Lamia ascolta il saggio barbone e s’incazza:
“Ma che vuole questo sbrodolone suonato? Buttatelo fuori a calci da questa
casa….”
Ma mentre urla, tutta la paraphernalia dell’illusione comincia a svanire: oro,
argento, schiavi, cuochi si diradano come una bruma leggera scossa dal vento. A
questo punto il vampiro, si comporta come i demoni di Gerasa davanti a Gesù.
Lamia angosciata e terrorizzata prega Apollonio di non torturarla e confessa:
“Si…mi fotto i ragazzetti…me li succhio vivi e poi li divoro.”
Lamia affascinò Goethe - che descrisse gli eventi narrati da Damis a Filostrato
in una poesia:
“Die Braut Von Korinth” - e sedusse anche Keats che scrisse il suo “Lamia”.
La stessa storia fu narrata da Robert Burton nella “Anatomy of Melancholy.”
Lamia ieri notte ha accoppato un nazista, mi è saltata sulle gambe, si è messa
alla pecorina, e poi è svanita come una bruma leggera. Ho due buchi sul collo e
ho perso molto sangue.
*****
1 settembre 2001
Wer bist du, Unbegreiflicher: du Geist.....
Chi sei tu, Incomprensibile: tu Spirito,
come dove e quando sai trovarmi,
tu (accecamento) che fai così intimo
l'intimo spazio che si chiude e su sé ruota.
L'amante che una donna stringe a sé, non l'ha vicino.
Tu sei la sola unica vicinanza. E chi non hai
impregnato di te quasi tu fossi a un tratto
dei suoi occhi il colore?
Ah, chi vedesse in uno specchio musica,
vedrebbe te e apprenderebbe il tuo nome.
Rilke - Roma marzo 1910
Ines
*****
Empedocle urla la sua rabbia: “Quando cesserete quest’orrore? Quando cesserete
di massacrare bestie innocenti? Il padre solleva il coltello sul figlio e gli
taglia la gola pregando gli dei.
Pazzo! Cieco!” Urla il filosofo e racconta: “sono stato un fanciullo, una
fanciulla, un arbusto, un grillo, un uccello, un muto pesce nelle onde.” Questa
dottrina la chiamano “metensomatosis”.
Per lavare una vetusta, metafisica, primordiale colpa, l’anima deve incarnarsi
in numerosi corpi.
Deve vagare nell’orrore dei massacri della terra.
Perché?
Per un’antica colpa commessa ai primordi.
Avvenuta quando?
Oltre lo spazio - tempo. Tanto per dire.
Empedocle ti mette in guardia: attento, l’animale che sacrifichi agli dei
potrebbe essere tuo padre morto incarnatosi in un agnello: una simile visione
promuove la compassione universale.
Empedocle si strappa i capelli per l’orrore e Pitagora si china disperato su
stesso, mentre Agostino, morto nel 430 d.C. - quindi molto più tardi - scrive
che un tempo frequentava il circo per vedere i cani che sbranavano le lepri; lo
frequentava per distrarsi. Empedocle muore nel 430 a.C., Agostino 860 anni dopo.
Il filosofo si dispera per la violenza verso gli esseri viventi, il santo si
sollazza guardando dei cani sbranare una lepre, come i mafiosi che adorano i
filmati ove si mostrano iene che divorano cerbiatti o roba del genere. Un altro
santo, San Francesco di Sales, morto nel 1622, ci informa che cacciare è un
passatempo innocente.
Siete depressi?
E allora spappolate una lepre o fate a pezzi una tortora.
Vostra moglie non ve l’ha data? E allora accoppate cinghiali e cinghialini.
Vedrete che vi passa la rabbia…un po’ di sangue e tutto svanisce. Avete sparato
ad un cervo? E’ vero che ora vi sentite meglio? Certo: per curare la melanconia
non c’è cosa migliore che sbudellare un essere vivente.
Tra Pitagora e Francesco di Sales passano 2119 anni. Il filosofo consiglia la
compassione verso gli esseri viventi, il santo suggerisce lo sterminio come
diversione. Non abbiamo progredito.
Quante volte ho riletto il frammento d’Anassimandro: “Le cose fuori da cui è il
nascimento alle cose che sono, sono quelle verso cui si sviluppa anche la
rovina, secondo ciò che deve essere: le cose che sono, difatti, subiscono l’una
dall’altra punizione e vendetta per la loro ingiustizia, secondo il decreto del
tempo.”
Perché le cose che esistono subiscono la punizione meritata l’una dall’altra?
Perché subiscono la rovina per la loro ingiustizia - dal momento che sono -
secondo il decreto del tempo?
Ho sempre pensato che le cose abbiano forzato il decreto ferreo della necessità
per apparire.
E che si siano manifestate contro il volere degli dei, che avrebbero preferito
conservare il nulla luminoso e aborrivano essenti e individuazione. Prima del
tempo – spazio, agli albori - anzi prima degli albori - c’è un tremendo evento
metafisico che decreta la singolarità del Big Bang: altro che emanazione giocosa
di Brahama!
Qualcosa d’indescrivibile accade e produce la materia. Provoca la materia e
l’individuazione.
Ma cosa? Che cosa decreta che le cose paghino per il fio di esistere?
Che cosa dà inizio all’orrore dei mondi demiurgici?
Il frammento di Anassimandro è semplicemente stupendo è come un’intuizione
luminosa in una notte di vento.
Un altro grande brano è l’apparizione numinosa di Febo iperboreo presso l’isola
Thynias.
Una volta vagavo in Louisiana. Mi fermai presso un fatiscente garage per fare
benzina,
non ricordo neanche il nome di quel luogo abbandonato da Dio tra Creole e Grand
Chenier, il benzinaio era un uomo nero, con il volto scavato e gli occhi di
brace. Stava leggendo un libro con intensa attenzione. Gli chiesi di riempirmi
il serbatoio.
“Full….man…please..”
Il nero depose dolorosamente il volume. Doveva tornare nel mondo, prima di
concludere l’operazione, si allontanò per prendere qualcosa. Lessi il titolo del
libro: gli Argonauti di Apollonio Rodio. Non me l’aspettavo. Dopo aver riempito
il serbatoio il vecchio mi guardava incuriosito.
Dissi: “ Vedo che legge Gli Argonauti.”
Rispose: “Si. E’ un libro stupendo.” E poi affabilmente: “Di dove è lei ?”
“Sono romano.”
“Lo sa che non mi sono mai mosso da questa nazione? Sono arrivato fino a San
Francisco e a New York, ma l’Europa non l’ho mai vista.”
“Com’è il libro?”
“ Stupendo…ho provato un’intensa sensazione per la manifestazione del divino.
Posso leggerle il brano?”
“Si…me lo legga” ero incuriosito.
Il vecchio prese il libro e cominciò a leggere: “Ora, quando la luce immortale
non è sorta e non è più tutta tenebra, ma un lieve bagliore si è diffuso nella
notte, ed è quando coloro che si sono svegliati dicono che albeggia, a quell’ora
entrarono nell’isola deserta Thynias, e spossati dalle fatiche scesero sulla
riva. E loro, il figlio di Leto, arrivando dalla Licia e andando verso il popolo
innumerevole degli Iperborei, apparve; aurei riccioli dai due lati fluivano a
grappoli, mentre procedeva; nella mano sinistra teneva un arco d’argento, sulle
spalle era appesa una faretra; e sotto i suoi piedi tutta l’isola tremava, e le
onde si innalzavano sulla spiaggia. Coloro che lo videro sentirono uno sgomento
indominabile. E nessuno osò guardare dritto negli occhi belli del dio.
Ristettero con le teste chine verso terra; ma lui, lontano, andava sul mare
attraverso l’aria.”
“Ecco il numinoso” disse “altro che le visioni di Santa Teresa…”.
Ero esterrefatto: risi.
Chiesi: “Conosce il greco?”.
“No…ma voglio studiarlo.”
“Quanti anni ha?”
“Settantuno.”
Mentre parlava arrivò un’immensa Cadillac rosa, sembrava quella della nonna d’
Elvis Presley.
Da quel roseo bastimento discese una colossale megera platinata.
“Ho un problema con il mio fottuto sterzo” disse ridendo.
Il nero rispose: “Ora lo controllo…”.
Infilò le mani sotto il cofano e cominciò a trafficare tra i vari aggeggi.
La megera sfilò da un pacchetto una sigaretta al mentolo e si allontanò per
fumarla.
Lo salutai, gli strinsi il polso, aveva la mano sporca d’olio.
“Good luck man! What you reading is simply great…”
Sorrise. “ I got to fix this fuckin’ thing!”
Il brano l’ho riletto ieri in un libro di Calasso e mi sono emozionato.
Splendido passaggio: l’essenziale manifestazione del numinoso che ti piega le
gambe e ti flette come un giunco scosso dal vento. Il vecchio nero, con le mani
oleate, era giunto presso l’isola deserta di Thynias e io non l’ho mai
dimenticato.
*****
A Piombino incontrai la mia perversa ninfetta. Troppo sangue era meglio cambiar
aria.
Ero presso il porto e stavo per salire sul traghetto della Mobylines, quando la
puttanella giunse
saltellando. Roba da sballo: tettine bene in mostra, jeans attillatissimi,
piccolo zaino nero.
Ci sedemmo a prendere un caffè: era necessario escogitare un piano.
“Coccabella…..che tipo di casa hai preso…?”
“Un posto chiamato da Concettina…nonnozozzo..”
“Non è che dica molto…”
“Magari…Concettina è la troia del paese…”
“ Possibile”
“Vedrai…il posto è bello e isolato…almeno così appare…”.
“Ascolta tesoro…se capiscono che sei una sedicenne mi arrestano…lo capisci…?”
“Una nuova esperienza il carcere….”
“Senti non fare la spiritosa….io sono tuo zio ed abbiamo avuto un lutto in
famiglia…”
“ E’ morto mio padre…cancro….”
“Va bene….e io ti ho strappato dal dolore…io sono il fratello di tua madre….”
“E per farmi superare lo strazio, a causa della morte del fascista, mi
sbudelli….”
“Ecco…e tu t’ingozzi un cuscino quando vieni…e non urli….hai capito tesoro? “
“Whaaaaaaaaaa…….”
“Brava…fai la spiritosa….”
“Molto divertente…whaaaaaaa…”
Mentre stavo guidando, trafficava, spudoratamente, con la mia patta.
“Guarda che sbatto contro un muro….”
“Va bene….me la succhio dopo la lumaca….sei stato fedele?”.
“Fedelissimo….”
Da Portoferrario procedemmo verso Marciana Marina, poi risalimmo verso Marciana;
in quel luogo ameno scoprii che stavamo girando senza assicurazione: m’incazzai
tremendamente.
“Dai…non incazzarti nonnetto zozzo…rovini tutto….che hai fatto in questi giorni
?”
“Ho lavorato….”
“E precisamente?”
“Ho accoppato tre persone….”
“Molto spiritoso…non ti ci vedo proprio ad ammazzare la gente…non strappi
neanche i fiori…”
Dopo un viaggio da capogiro arrivammo in un posto chiamato Zanca: un cumulo di
case sospeso sul mare. Concettina aveva una casa rosa divisa in dieci
appartamenti. La nostra casa era separata dall’edificio principale, ma era
troppo vicina al mondo umano. Ci salutò un distinto signore con una voce da
Taliban diocesano. Una voce simile a quella che, nei film di Fellini, hanno i
segretari dei cardinali. Si presentò: si chiamava Edmondo. Eravamo finiti in un
mostruoso suk isolano.
La casa era isolata ma non potevamo evitare la presenza di baluba - leghisti e
di aitanti studenti meridionali pieni di brio, sentimento e amore per la vita.
Per arrivare alla spiaggia bisognava discendere per un dirupo spaventoso e
assolato. Più tardi, quando andammo a nuotare in quel luogo abbandonato da Dio e
dagli uomini, pensai di morire di fatica. La coccola era alle porte. Il sole
ardeva smodatamente e bruciava l’energia residuale. L’alternativa era la
spiaggia di Capo Sant’Andrea: una specie di Rimini superiore con tutta
l’italianità godereccia e indecentemente sbracata tra scostumati pargoli.
“ Dove cazzo mi hai portato ?…” chiesi distrutto.
Edmondo, il proprietario del residence con la voce da castrato, aveva una
piacevole consorte: Geltrude. Una casalinga che sembrava librarsi tra desideri
repressi e perverse oscenità.
Irene non ci pensò un momento.
“Una troia da niente quella lì….lo tradisce….”
“Ma come fai a dirlo?”
“Annuso le troie…l’ho imparato studiando mia madre…”
Geltrude parlava sempre del pupo malato, ma era facile intuire le serpi che si
dimenavano nel suo ventre di casalinga frustrata. Spiegai ad Edmondo la tragedia
della piccola Irene.
“Cancro dove?” chiese.
“Cancro al fegato.”
Irene imperversò con una descrizione repellente degli ultimi giorni del padre e
dello strazio della madre. Questo racconto diventò, a causa della perfida
immaginazione della ninfetta, ogni giorno più elaborato. La madre aveva un
amante che era un leader dei Black Bloc (che non hanno capi), la nonna, una
devota di Padre Pio (che aveva rifiutato il miracolo), gestiva segretamente un
bordello. Il suo fidanzato era un marocchino notevolmente dotato. Geltrude,
eccitatissima, chiese delucidazioni al riguardo, ricevendo una risposta
sussurrata e lapidare in un orecchio: “mezzo metro di roba..” Io ero gay ed ero
l’amico di un ex amante di Versace. Edmondo, che non faceva altro che succhiarsi
con gli occhi la piccola debosciata, non appariva convinto della storia.
Verso mezzogiorno entrammo in casa. Ero arrapato da far spavento.
La piccola è stanca e vuole riposare, spiegai. Le infilai un cuscino in bocca,
mentre rideva a crepapelle, e me la divorai. La pompai con una verve e una
passione eccezionale.
Dopo una gloriosa eiaculazione la giovane degenerata, sollevandosi, mi disse:
“Quanto la fai lunga…cagasotto…Maometto aveva una moglie di 12 anni e lui era il
profeta del Signore…”
“Di uno dei Signori…” risposi “ce ne sono parecchi…”
Restai per tre ore a succhiarmi la giovane depravata, poi, esausto, mi
manifestai nel suk e trovai Edmondo, insospettito, nei paraggi. Si aggiustava
l’osceno riporto sul cranio e sorrideva.
Dissi: "E’ un grande strazio…”
Rispose: “Me lo immagino...” e sorrideva.
Parlammo del più e del meno e mi raccontò che era un campione di liscio. Vivendo
in quel posto desolato aveva due nobili svaghi: litigare con la moglie e danzare
il tango e il valzer a Portoferraio. La scoperta del nostro vegetarianismo
produsse gridolini di stupore oltre alla solita esclamazione da cavernicoli
italioti: “Ma allora che mangiate?”
“Diocristogesù…mi hai immerso in un suk..” dissi.
I baluba bossiani stavano arrostendo dieci chili di bistecche.
“Fuggiamo…nonnozozzo…sbudellami di nuovo….”
“Hai mai letto il frammento di Anassimandro?” chiesi alla piccola ninfa.
“No..non ricordo…”
*****
Anassimandro chiama àpeiron il fondamento eterno che fa originare le cose.
Tradotto in soldoni per i poveri di spirito l’àpeiron sarebbe il sostrato
metafisico che, restando immobile e giacendo nel silenzio armonioso, provoca il
Big Bang (se un concetto del genere ha un senso) e dopo aver esternato galassie
e cose, facendole fuoriuscire dalla quiete aurorale, le contiene nel suo grembo
immoto ed eterno. L’àpeiron è l’illimitato, l’infinito, l’archè, l’immenso, è
ciò che, esterno allo spazio - tempo, dà origine agli universi. E’ ciò che
unifica e produce l’universo o gli universi, è il tutto avvolgente e il tutto
sorreggente che assomiglia vagamente al Tao di Lao Tzu.
Per semplificare, l’àpeiron è come il futuro essere parmenideo che produce i
mondi. Da lui scaturisce il gioco dell’apparenza, che in questo caso apparenza
non è. L’àpeiron, dice Anassimandro, è eterno, immutabile; e così pensando, il
filosofo, comincia a costruire la casa luminosa dietro le cose. Nell’àpeiron i
contrari trovano quiete e si risolvono nella luce immutabile. Ma dall’àpeiron
scaturisce anche il mutabile, il fugace, il caduco. Dall’àpeiron.
sgorga il divenire. E anche lo scaturire del divenire si manifesta come un
processo eterno.
Nel divenire si dispiega l’eterno gioco dei contrari che, sviluppandosi, porta
alla nascita e al disfacimento delle cose. Anassimandro dice che la nascita di
una cosa è la violazione, la prevaricazione di un’altra. Una cosa nasce portando
la morte a un’altra cosa: un gioco infinito che scaturisce dall’àperion
immutabile. La trasgressione delle cose, che si manifestano nel cerchio
dell’apparire, e che nell’àperion si dissolvono, è il fio, la colpa originale:
il peccato di essere nate.
Il sorgere delle cose dalla quiete aurorale dell’àperion è la colpa originale.
Nella mente del filosofo, l’apparizione di una cosa, “sub specie temporis”, è
una violazione della calma immutabile dell’àpeiron che riposa nella sua
imperturbabilità aurorale. Questo gioco inaudito di contrari porta alla
distruzione e al disfacimento delle cose; ma tutto si riequilibra armoniosamente
quando le stesse cose, fuoriuscendo dal vortice del divenire, tornano nella
quiete originale.
Dalla pace aurorale, quindi, scaturisce il divenire. Dopo il gran gioco al
massacro del divenire (beati gli dei che si divertono a contemplarlo) tutto
ritorna alla pace originale dell’àpeiron.
E’ il nulla l’àpeiron?
Secondo Anassimandro l’àpeiron non è il nulla ma appare come un nulla luminoso.
E poi cosa è il nulla? Chi può definirlo?
L’àpeiron è il tutto contenente, è la legge metafisica, originale, primordiale
che governa l’universo o gli universi. E’ il sostrato luminoso che rende viva la
speranza perché nega che tutto precipiti nel caos della notte titanica.
L’àperion è ciò che imprigiona i titani del caos. E’ la base di tutte le future
costruzioni metafisiche. Come ho detto l’ àpeiron è ciò che fa scaturire la
singolarità del Big Bang: la primordiale esplosione che genera i mondi; il
nucleo d’immane intensità dal quale sarebbero scaturiti tempo, spazio, dei,
essenti e cose, e anche la disperata, solitaria coscienza, persa nell’abisso
dello spazio – tempo, capace misteriosamente di concepire l’àpeiron.
Quindici miliardi d’anni fa (un miliardo in più o in meno non cambia) l’àperion
produsse dal proprio grembo la singolarità che diede vita alle galassie - cioè
ai frantumi della primordiale esplosione - e alla radiazione fossile che permea
l’universo. L’àpeiron è il padre immobile e numinoso dell’esplosione primigenia.
Ma molti scienziati negano un sostrato primordiale e luminoso e dicono: “Big
Bang ma senza àperion, senza il babbo del Cristogesù, senza demiurgo gnostico,
senza Brahma.” che in ducati sonanti significa: esplosione primordiale ma senza
casa luminosa di dietro. Heidegger, invece, dice un’altra cosa e beato chi lo
capisce.
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