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20. Quisquilie sulla volontà di potenza
10 Settembre 2001
Caro Zeno,
Heidegger scrive nel saggio “L’ Epoca dell’immagine del mondo”, in Holzwege:
“...Nell'imperialismo planetario dell'uomo tecnicamente organizzato, il
soggettivismo dell'uomo raggiunge quel culmine da cui l'uomo non scenderà che
per adagiarsi sul piano dell'uniformità organizzata e per installarsi in essa.
Questa uniformità è infatti lo strumento più sicuro del dominio completo cioè
tecnico della Terra. La libertà moderna della soggettività si fonda
completamente nell’oggettività corrispondente. L'uomo non può svincolarsi da
questo destino della sua essenza moderna, né può sospenderlo con una decisione
sovrana. Ma l'uomo può, nella sua meditazione preparatoria, comprendere che
l'esser - soggetto da parte dell'umanità non è stato, e non sarà l'unica
possibilità dell'essenza futurativa dell'uomo storico...”
L’immagine del mondo moderno si rivela oggi nel dominio della Tecnica e
nell’oblio dell’essere.
Ma afferma Heidegger, riprendendo il verso poetico di Hölderlin : “là dove sta
il pericolo sta anche la via di salvezza...Wo die Gefhar ist, ist das Rettende
auch...”
Siamo immersi e apparteniamo al pensiero calcolante, al pensiero della
rappresentazione ove è il soggetto a determinare l’oggetto, secondo specifiche
imprescindibili categorie, quelle della certezza e della correttezza dello
sguardo conoscitivo, che riducono l'ente alla sua semplice presenza oggettuale e
fenomenica; così, riconoscere di appartenere nella propria essenza, a questa
modalità di pensiero, vuol dire avere la capacità del riconoscimento e del
superamento del pensiero tecnico, che si fonda su una ragione strumentale che
tutto riduce a mezzo, strumento. La storia dell’oblio dell’essere, partendo
dall’idealismo platonico, arriva al suo apice nella modernità con il Cogito
cartesiano prima, e il Soggetto kantiano poi. L’essere ridotto all’ente nel suo
apparire fenomenico, alla mera cosa, trova il suo unico fondamento nel Soggetto
che lo rappresenta, e che rimane il solus ipse subsistens nell’universo. Il
mondo è tutto chiuso nella coscienza. L’uomo è il centro dell’universo. Il
Soggetto, poi, attraverso il superamento dello Spirito Assoluto hegeliano,
raggiunge con Nietzsche e Schopenhauer la forma del puro Volere; l’Io quale
fondamento supremo del sistema conoscitivo e metafisico prende il posto di Dio,
e diventa Volontà di Potenza. Oggi, nel mondo dominato dalla Tecnica, l’essere
si manifesta come Imposizione: tutto l’essente umano e naturale è ridotto a mera
cosa, e diviene un serbatoio messo a disposizione del volere manipolatorio della
specie egemone tecnicamente organizzata, che con agire violento domina, anzi
sembra dominare il mondo, ma è essa stessa sottomessa a tale dominio. L’essente
diventa dunque, in questo momento, puro Valore, e nella logica del mercato, dove
tutto è a disposizione diviene merce di scambio e consumo: l’essente è ridotto a
mero Denaro. La presa di coscienza, dice Heidegger, può salvare, forse, solo se
l’uomo, accorgendosi di appartenere al suo stesso dominio violento e
manipolatorio che lo imprigiona e lo condiziona, facendolo pensare e agire
nell’ottica del calcolo, si avvia verso una modalità di pensiero, capace di
superare il pensiero tecnico; e questo avviene essenzialmente attraverso la
poesia e l’arte, dato che il linguaggio è la casa dell’essere, nella parola sta
la sua manifestazione, e l’uomo ne è il custode . Nel pensiero meditante l’uomo
trasforma così il suo agire manipolatorio e violento, in un agire
salvaguardante, capace di relazionarsi all’Essere in un atteggiamento di ascolto
e di abbandono che significa: abbandonare il posto di soggetto misurante e
calcolante assunto nell’epoca della tecnica, e assumere quello di custode della
Verità, accettando la misura che proviene dall’Essere stesso; ascoltare vuol
dire farsi misurare dalle cose, accettare l’incalcolabile nella sua
enigmaticità, sottomettersi ad esso.
Si rompe così l’identità soggettivistica di libertà e volontà: la riconquista
dell’autenticità scaturisce da un salto nell’abisso dell’Essere: l’attività
umana diventa allora ringraziamento, assunzione di un atteggiamento di umiltà e
accoglienza, piuttosto che di dominio. Il pensiero meditante nasce
dall'evocazione, dalla rimemorazione dell'essere attraverso la mediazione del
linguaggio poetico e artistico, che muovendosi nell’abisso, nella mancanza di
fondamento, libera l’atto conoscitivo dal dominio e si esplica dunque in tre
atteggiamenti fondamentali verso l’incalcolabile: l’Abbandono, l’Ascolto e il
Ringraziamento. La rimemorazione è la meditazione preparatoria verso l'essenza
futurativa dell'uomo, dice Heidegger: “Conoscere l'incalcolabile, cioè
preservarlo nella sua verità, è possibile all'uomo solo in virtù di una
interrogazione creatrice e in forme sorrette dalla forza di una riflessione
pura. Questa trasferisce l'uomo futuro in quel fra in cui egli appartiene
all'essere e resta tuttavia straniero nell'ente. Hölderlin ne sapeva qualcosa.
La sua poesia che si intitola An die Deutschen termina così:
Breve corso ha il tempo della nostra vita;
vedere e contare possiamo degli anni nostri il numero.
Ma occhio mortale vede forse
dei popoli gli anni?
E quand'anche nostalgica si levasse l'anima
al di là del tuo tempo,
triste ti aggireresti su un deserto lido
coi Tuoi, senza conoscerli.”
Ines
*****
Nel 325-327 Alessandro, sospinto dalla volontà di potenza, va a scassare le
palle anche in India e sconfigge Poro. La sua presenza in quei luoghi lascia -
come un’energia residuale - buddha togati di squisita bellezza: le meraviglie
del Gandhara. Nel 321, Ciandragupta fonda la dinastia Maurya, due anni dopo
Alessandro si spegne. Il fragile impero si spappola: i generali si fanno guerre
spietate, e spesso comiche. Ciandragupta amplia il regno Maurya sconfiggendo
l’ultimo re della dinastia Nanda, poi si scontra con Seleuco I Nicatore, lo
batte e lo respinge. Nel 297 Ciandragupta muore e gli succede Bindusara che, nel
297, sconfigge i Dekkan ed estende l’impero. Nel 272 gli succede suo figlio,
Asoka, che fonda il primo impero indiano. Asoka, nel 260, combatte una grande
battaglia a Kalinga - la moderna Orissa - ci scappa un’oscena carneficina:
100.000 morti. Il re passeggia per il campo ove migliaia d’esseri viventi sono
stati massacrati, riflette sull’orrore della guerra e si converte al Buddismo.
Com’è il mondo del tempo di Asoka?
Il dominio di Cartagine è solido e si estende sulle coste africane, su quelle
iberiche, sulla Sardegna e su parte della Sicilia. Roma si sta espandendo su
gran parte della penisola. L’impero d’Alessandro è diviso. Demetrio controlla,
nel 298, la Macedonia, ma la perde e, dopo varie peripezie, finisce prigioniero
di Lisimaco. Seleuco giunge in Europa ed è assassinato. I Galli conquistano
Macedonia e Grecia. Demetrio, il figlio d'Antigono recupera la Macedonia, ma i
Galli restano in Anatolia e creano uno stato brigante: un po’ come l’Albania
attuale. Sfrenate volontà si scontrano nello scacchiere mediterraneo: altro che
ecumenismo ellenico; siamo alla frammentazione totale. Pirro, re dell’Epiro,
arriva in Italia con i suoi elefanti. Nel 287 vince una futile battaglia e si
ritira. I Romani soggiogano Etruschi, Sanniti, e i Galli nel nord della
penisola.
L’impero d’Asoka confina con quello seleucide. Dopo l’orrore di Kalinga, il re
riflette: che cosa orrenda è la guerra, la mia sfrenata volontà di potenza ha
provocato inenarrabili orrori.
Il Buddismo è la risposta e Asoka - come farà, nel 313, Costantino con il
Cristianesimo- decide di trasformare il messaggio del compassionevole Gothama in
religione ufficiale del nuovo impero.
Attraverso una grande azione di proselitismo fa diffondere il credo del Buddha
nel Dakkam, in Indocina e a Ceylon. Durante il suo regno il concilio buddista
elabora il “Codice Meridionale”.
Qual’è, la grandezza di Asoka?
A differenza d’Alessandro, di Cesare, di Napoleone, dei grandi conquistatori
Asoka riflette sugli orrori provocati dal desiderio di potere sfrenato e decide
che la guerra e la volontà di potenza, che si esprime attraverso il desiderio di
conquista, vanno fermati perché sono essenzialmente malvagi.
Asoka invita, allora, i suoi sudditi a condurre una vita morale esortandoli ad
essere compassionevoli verso schiavi, servi e animali e li consiglia di onorare
non solo i brahmani e gli asceti ma ogni essere vivente. Ashoka scolpisce i
primi editti ufficiali in difesa degli animali -
e sarà l’unico - con parole commoventi, profondamente toccanti.
Il sesto editto scolpito sulla roccia dice: “Io non mi soddisfo nel lavoro e nel
concludere gli affari. Io considero come mio dovere il bene di tutto il mondo:
perché non c’è attività superiore che fare il bene per il mondo intero. Ogni mio
sforzo è fatto per sciogliere il debito verso le creature: in questo mondo mi
adopero perché siano felici, nell’altro io voglio che acquistino il cielo”
Asoka dopo Kalinga, nel 260, rinuncia alla violenza, abbandonando la Digvijaya,
la volontà di conquista per la Dhammavijaya, la vittoria della giustizia.
Un anno dopo la battaglia di Kalinga nasce Qin Shuangdin: destini incrociati.
*****
9 Settembre 2001
Caro Zeno,
Carolina l’ho vista per la prima volta in biblioteca. La biblioteca per me -
oltre un luogo di ricerca e di scienza - era un luogo di studio antropologico.
E’ lì che, prima di Internet, si incontravano persone. Un giorno ero impegnata
nell’ardua lettura di Essere e Tempo, quando notai, nella sala, seduta in un
angolo della biblioteca, una nuova presenza. Carolina era intenta nell’analisi
della Ragion Pura di Kant, prendeva delle strane note su foglietti gialli e li
attaccava ai lati delle pagine del libro aperto sul leggio. Sembrava una persona
solitaria, introversa, mi colpivano i suoi capelli biondi, ricci e trasandati,
il suo aspetto diafano, lo sguardo basso e sfuggente. Niente sembrava distrarla
dalle sue ricerche. Il suo viso era magrissimo, incavato, ma luminoso; i suoi
occhi azzurri erano rossi di profonda sofferenza. Tutta la sua persona
sprigionava una strana e potente energia vitale. Quello che mi piaceva
enormemente erano le sue scarpe. Io riesco a percepire l’affinità che potrei
avere con una persona anche dalle scarpe che indossa. E così è stato. Carolina
era di New York, aveva vissuto parte della vita in Polonia, e lì aveva avuto la
sua vocazione alla clausura; qualcosa di profondamente mistico l’aveva chiamata
a entrare nel Carmelo, e lì era rimasta per più di dodici anni. L’ordine, poi
l’aveva inviata a Mosca, per fondare un nuovo monastero. Parlava perfettamente
il russo. In quella città era iniziata la sua crisi spirituale. Un giorno prese
la decisione di tornare nel mondo. Carolina era particolare: le sue mani bianche
e ossute mi stringevano nervosamente le braccia quando sottovoce mi raccontava
la sua ricerca di Dio. Dopo tanti anni di isolamento aveva scoperto il vuoto.
Non riusciva più a percepire la presenza di Dio nel silenzio; era distratta,
durante le preghiere vagava con la mente anelando di tornare nel mondo. Nel
Carmelo era vietata ogni attività intellettuale, la mente doveva essere libera e
doveva esercitarsi solo nelle preghiere mattutine e serali. Il resto era
silenzio. A un certo punto cominciò a sentire l’insopportabile pesantezza
dell’abito e delle maniche lunghe che coprivano le sue mani che le era vietato
mostrare. Sentiva stringere la cuffia sulle orecchie e il manto comprimerle la
testa. Quell’abbigliamento era la sua prigione. Quando parlavamo nascoste dalla
penombra nell’atrio dell’università, lei mi diceva - sempre sussurrando e
guardandomi negli occhi - che a un certo punto il suo desiderio più grande era
stato quello di sentire il rumore del vento, delle voci, e sentire l’aria
accarezzarle i capelli e sfiorarle le orecchie. Voleva tornare a vivere e così
era uscita dal convento, scegliendo una nuova forma di ricerca: la filosofia.
Era una persona estremamente vitale e il suo modo di vestire mostrava una
vivacità e una fantasia particolare. Non sembrava fosse vissuta tanti anni
lontana dal mondo; il suo spirito sembrava dilaniato da qualcosa ed esprimeva,
attraverso gli occhi arrossati, una strana sofferenza. Di questo patire mi
accorgevo osservando il suo modo di camminare, Carolina sembrava sempre fuggire
da qualcuno o qualcosa; e il suo sguardo era sempre colmo di lacrime appena
trattenute. Ma non ce l’ha fatta a rimanere in questa bolgia, non ce l’ha fatta
ad affrontare la solitudine e la lotta quotidiana alla quale questo mondo ti
costringe. Non ce l’ha fatta e questo mi ha tremendamente colpito: alla fine
dell’anno ha deciso di tornare nel Carmelo. Mi ha regalato tutti i suoi vestiti,
si è rispogliata di tutto, abiti e responsabilità, ed è sparita nel nulla,
riassorbita dal mistico richiamo. Ricordo il suo sorriso, e il suo sguardo
visionario, e le sue mani bianche e nervose, il suo modo di cercare Dio, e la
sofferenza che questa ricerca continuamente le causava. Carolina mi è rimasta
nel cuore e la sua sofferenza continua a farmi riflettere.
C’è forse un luogo dove cercare Dio? C’è forse un modo per fuggire dalla
sofferenza del mondo, ed è possibile e giusto farlo? Dio è chiuso nei conventi o
sta fuori nel mondo? Dov’è Dio? In questo inferno metropolitano o nello spazio
infinito e silenzioso delle galassie?
Anche io sto cercando Dio, ma voglio rimanere nel mondo, non voglio fuggire….
Ines
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Ieri ho incontrato padre Nicola Stamic - sacerdote devoto a Alojzije Stepinac -
che fu attivo nei campi di sterminio degli Ustascia ed è molto amico di padre
Draganovic - ex colonello ustascia - che vive a San Gerolamo degli Illiri, ed è
stato padre spirituale di Sakic Bilanovic, il responsabile del campo di
concentramento di Jasenovac, in Croazia. Li ho incontrati entrambi a San
Gerolamo degli Illiri, e ho invitato padre Stamic a Lisbona per un congresso
sulla concezione ortodossa e cattolica della resurrezione dei morti. Ero
travestito da monsignore, con la solita pancia e la solita barba grigio pepe e
sfoggiavo un leggero accento americano. I sacerdoti mi hanno chiesto di che cosa
trattasse il congresso e io ho spiegato che riguardava un’esplorazione dei i
vari concetti dell’anima e della resurrezione dei corpi nelle fedi cristiane.
Draganovic mi ha chiesto perché avevamo scelto padre Stamic per il congresso e
io ho risposto che circoli di una certa propensione politica avevano suggerito
il suo nome per la sua alta spiritualità. Gli ho consegnato il biglietto aereo e
tutte le informazioni necessarie e gli ho spiegato che quando arriverà sarà
ricevuto da una sorella di Nostra Signora Ausiliatrice all’aeroporto di Lisbona.
Già…la resurrezione dei corpi. Agli albori tutti i patriarchi di Israele
pensano: quando tiro le cuoia vado diritto nello Sheol. Anche Qohelet, un tipo
molto particolare, lo pensa: crepo e vado diritto in quel luogo umbratile e
brumoso. Vado spedito in quell’orrore caliginoso e vivo come una larva, come
l’immagine di un sogno; si potrebbe dire: come l’immagine sbiadita di una
pellicola di un film muto. Afferma Qoehlet che l’uomo “come è uscito nudo dal
grembo di sua madre, così se ne andrà di nuovo come era venuto, e dalle sue
fatiche non ricaverà nulla da portar con sé”. E ancora: “Se uno avesse cento
figli e vivesse molti anni e molti fossero i suoi giorni, se egli non gode dei
suoi beni e non ha neppure una tomba, allora io dico: meglio di lui l'aborto,
perché questi viene invano e se ne va nella tenebra e il suo nome è coperto
dalla tenebra. Non vide neppure il sole: non conobbe niente; eppure il suo
riposo è maggiore di quello dell'altro”.
Niente retribuzione, quindi, crepi, scendi nell’Ade ebraico e le porte si
chiudono.
Achille pensa che sia meglio essere un cane sulla terra che una fottuta ombra.
Nell’Ade – Sheol ci finiscono tutti: Abramo, Isacco, Abele, Caino, Giacobbe,
Mosè, Re, Profeti, Giudici, figli di puttana e magnaccia. Si, ci finiscono tutti
senza eccezioni. Tutti a spassarsela nello Sheol, che assomiglia al luogo
visitato da Ulisse, nel canto X e XI dell’Odissea.
Nel credo biblico si serve Jahvé senza speranza di retribuzione, senza promesse
di paradisi o di nottate con uri dalle cosce da sballo. Si serve e si adora
Jahvé Sav’aot perché va fatto, punto e basta. Valli a capire gli ebrei. Poi,
qualcosa comincia a muoversi: qualche mormorio d’Osea, la stupenda visione di
Ezechiele con il Signore che dice alle aride ossa: “Io faccio entrare lo spirito
in voi e rivivrete”. La tarda visione dell’Apocalisse di Isaia che parla di
cadaveri che risorgono; insomma, qualcosa comincia ad agitarsi; Osea dice: “Dopo
due giorni ci ridarà la vita e il terzo ci farà rialzare e noi vivremo alla sua
presenza.” ed Ezechiele: “La mano del signore fu sopra di me e il signore mi
portò fuori in spirito e mi depose nella pianura che era piena di ossa; mi fece
passare tutt'intorno accanto ad esse. Vidi che erano in grandissima quantità
sulla distesa della valle e tutte inaridite. Mi disse: «Figlio dell'uomo,
potranno queste ossa rivivere?». Io risposi: «Signore Dio, tu lo sai». Egli mi
replicò: «Profetizza su queste ossa e annunzia loro: ossa inaridite, udite la
parola del signore. Dice il Signore Dio a queste ossa: ecco, io faccio entrare
in voi lo spirito e rivivrete. Metterò su di voi i nervi e farò crescere su di
voi la carne, su di voi stenderò la pelle e infonderò in voi lo spirito e
rivivrete: saprete che io sono il Signore».
E Isaia: “ma di nuovo vivranno i tuoi morti, risorgeranno i loro cadaveri. Si
sveglieranno ed esulteranno quelli che giacciono nella polvere, perché la tua
rugiada è rugiada luminosa, la terra darà alla luce le ombre”. Ma i santi
d’Israele, per 1000 anni, hanno pensato che dopo morti sarebbero diventati
pallide larve e non anime risplendenti. Isaia, Geremia, Ezechiele sapevano di
diventare ombre insostanziali, altro che resurrezione dei corpi. D’altra parte
lo stesso Isaia dice (Isaia 26,14) che le ombre non vivranno più, poiché sono
state punite e distrutte, ed echeggia, nella sua profezia, il detto di
Anassimandro riguardo alla colpa di esistere. Isaia dice lapidario e terribile,
che le ombre non risorgeranno. Vai a capire perché Gesù cambia musica. Si...ci
sono altre quisquilie nei Salmi, nel Servo di Dio e in Giobbe, ma i teologi
affermano che coloro che scrivono queste cose si riferiscono alla risurrezione
della vita e a Israele come entità e non ai morti che risusciteranno. Quando
arriviamo all’esilio babilonico - e siamo intorno al 586 –538 - davanti alla
sopraffazione, al sopruso e all’angheria qualcosa di sostanziale comincia a
rimestarsi. La violenza subita dal popolo prigioniero scuote il senso di
giustizia e questo punto la visione di Qohelet non basta più, viene messa da
parte e si comincia a pensare seriamente ad altre soluzioni.
A che serve pregare Dio, si chiedono gli Israeliti, se restiamo sempre con le
ossa rotte e i malvagi, regolarmente, trionfano? Ci deve essere qualcosa oltre
questo fottuto orrore, altrimenti a che serve mettersi a pecoroni davanti a
Jahvé a battersi il petto? Nei due secoli che precedono la venuta del Cristo
Gesù, comincia a maturare una visione nuova che trascende la nebbia caliginosa
dello Sheol.
Gli uomini s’inventano tutto.
Nel periodo brahmanico, i brahmani insegnavano che quando un’anima muore
raggiunge il Brahaman, che è la dimora essenziale ed originale di ogni essere.
Oltre a essere la casa dei mistici, il Brahman è anche la dimora dei topi, delle
zanzare e delle zecche. Ed è anche quella di Topo Gigio e di Berlusconi. Hitler
muore e raggiunge l’assoluto luminoso esattamente come Francesco d’Assisi. Più
tardi, quando il concetto delle reincarnazioni fa capolino subentra l’orrore, e
le masse indiane sono prese dal panico. Infiniti cicli di reincarnazione,
inesauribile dolore, ruote della vita che roteano senza sosta sostituiscono la
visione brahmanica che faceva risplendere il Brahman, come un indifferente sole
su peccatori e santi. Un assoluto splendidamente amorale si trasforma in un
giudice computerizzato di ogni singolo pensiero ed atto: se ti comporti male
diventi come quel maiale o quell’avvoltoio che divora carcasse. Non si scherza
più. L’orrore diventa perenne: la vita di fame e di stenti diviene infinita.
Alla fine dell’indicibile strazio balugina un’estinzione luminosa che chiamano
Nirvana. E’ la legge del Karma: ogni capello che hai in testa, o in altri posti,
ti viene contato. La resurrezione dei corpi, in fin dei conti, è il gemello
dell’inferno, del digrignare di denti. La resurrezione dei corpi, però, non
riguarda gli animali, che appaiono e svaniscono dal cerchio dell’esistere senza
lasciar traccia perché insignificanti.
La legge del Karma e delle reincarnazioni, invece, fa ruotare uomini ed esseri
viventi nella ruota della vita. Tutto gira vorticosamente, anche le povere
bestie, nella roulette del Karma.
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10 Settembre 2001
Caro Zeno,
durante l’estate abbiamo condotto seri studi antropologici su una specie che
subdolamente e silenziosamente si sta diffondendo sulla terra. La provenienza è
ancora incerta, si suppone che l’habitat più adatto siano i territori interni,
piuttosto collinari e montagnosi, ma soprattutto sotterranei e le foreste. La
specie emerge l’estate riversandosi sulle spiagge nel culmine di luglio fino a
metà agosto. L’osservazione viene condotta nei giorni di maggior
sovraffollamento di questi gruppi ancora da identificare, e questi giorni sono
il sabato e la domenica di bel tempo (se è brutto la specie non emerge). La
specie si muove a grappolo, ha una struttura tribale e gerarchica. Si sposta con
macchine cariche di roba: mangiare, sedie e tavolini pieghevoli, giochi,
palloni, ombrelloni, asciugamani, cambi e ricambi, tende montabili e smontabili.
Arriva all’alba, invade la spiaggia e si distribuisce in più agglomerati.
Abbiamo constatato che si divide in vasti gruppi famigliari (dagli 8 ai 10
componenti tra padri, madri, figli, nonni e zii). C’è sempre un maschio
dominante, che di solito è coperto di vello, ha un catenaccio d’oro al collo,
simbolo di fertilità, parrucchino o capelli tinti, neri o rosso ebano, costumi
molto attillati che mettono in risalto gli attributi riproduttivi maschili, e si
aggira sempre a guardia del gruppo che è gestito però dalla donna, detta a causa
della forma, “donna deforme”. Le donne hanno, infatti, una forma sferica o
cubica, capelli corti, neri o brizzolati, gambe piuttosto corte e sono sempre
molto robuste, tarchiate, mostrano grossi seni e pance gonfie sporgenti. Sono
addette alla gestione dei figli e alla distribuzione dei viveri. I figli della
specie deforme sono di solito maschi, e non si distinguono dalle madri a causa
della stazza piuttosto grande, e dato che hanno entrambi forma sferica o cubica.
La forma e la stazza è causata dall’alimentazione che si basa prevalentemente su
cibi sugosi o grassi, carne di porco, patatine, coca-cola, pizza e anche cibi
geneticamente modificati, comprati in grosse quantità presso i centri
commerciali presenti sul litorale. Si suppone sia in atto nel loro evolversi una
sorta di mutazione genetica che spiegherebbe l’orripilante deformità.
Usano nel comunicare un tono di voce molto alto, si muovono ciabattando e non si
accorgono di altre specie perché vivono chiusi nel branco e usano un loro
specifico linguaggio, fatto di urla e gesti, che per ora non siamo riusciti a
decifrare. La specie però è pacifica e non aggredisce altre specie di tipo
umanoide. Ma diventa spietata con altri esseri animali che considera inferiori e
passibili di qualsiasi violenza. Facciamo un esempio: sulla spiaggia sono emersi
due poveri ratti in cerca di sole, forse attratti dall’odore olezzante e dai
rifiuti che la specie deforme lascia al suo passaggio. Subito i maschi fertili
addetti alla difesa del gruppo, munitisi di massi e bastoni, si sono uniti per
la caccia e l’uccisione degli sventurati animali, che sono morti sotto i
violenti e spietati colpi degli ominidi deformi, che li hanno bloccati e poi
massacrati, mentre le donne e i bimbi incitavano urlando. C’è stato un applauso
generale da parte di tutti gli individui della specie che, anche se appartenenti
a tribù diverse, hanno un tratto caratteriale in comune: il disprezzo, l’odio, e
il senso di superiorità verso creature differenti, che - per loro - recano
danno, e sono da eliminare, o forniscono cibo e sono da uccidere. Questo è un
tratto della psicologia e del comportamento che ancora non siamo riusciti a
definire e studiare nei particolari: questa specie, pur essendo di molto
inferiore per intelligenza e bellezza estetica, per esempio al ratto, si sente
superiore ad esso, solo perché si sente più potente e in grado di scegliere
della vita di altri esseri.
Nella loro mente ancora molto, ma molto poco evoluta, o forse in fase di
involuzione a causa dell’alimentazione e della mancanza di stimoli culturali
(l’unica lettura a cui si dedicano è il Corriere dello Sport, e l’unica attività
che praticano è il gioco delle carte), si scatena una sorta di Volontà di
Potenza, per cui l’essere involuto e deforme, si sente allo stadio superiore
dell’evoluzione, si sente un Ubermensch, e agisce di conseguenza ingigantendo e
riempiendo di falsi contenuti e credenze le sue gesta eroiche, che, viste
nell’ottica dell’umanoide appartenente alla specie ancora non contaminata,
rivelano un paranoico insano e malato senso di superiorità. Dunque possiamo
dedurre che la specie deforme, oltre ad evolversi nella deformità fisica, si sta
involvendo nello sviluppo intellettivo sviluppando sempre più questa
schizofrenica psicopatia paranoide del Superuomo che “può fare ciò che vuole”.
Il pericolo è la subdola diffusione della specie oltre i confini del loro
habitat. Arriverà il giorno dello scontro tra questi gruppi malati e quelli
ancora sani, che forse non riusciranno a sopravvivere dato che lo sviluppo e
l’incremento numerico degli individui della specie deforme è fuori di ogni
controllo; sta avvenendo una selezione naturale terribile. Per ora gli studi
sono interrotti, perché a fine estate la specie si ritira nei misteriosi luoghi
dell’entroterra, dove durante l’inverno si ingrassa e si riproduce molto
velocemente….
Irene
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Ma non divaghiamo, disse la regina, quando lo stalliere non voleva montarla più.
Si arriva alla prima evidenza incontrastabile dell’idea della resurrezione dei
morti solo intorno al 165-164 avanti Cristo. Antioco IV Epifane sta dando di
fuori con le sue ossessioni elleniche, e cerca di imporre gli dei pagani a un
popolo radicato nell’idea dell’unicità di Jahvé Sav’aot.
Ma si, facciamo progredire questi ignobili buzzurri. Trasciniamoli, di forza,
per le orecchie, verso il progresso luminoso dell’ecumene ellenica: ci prova
Antioco Epifane e trac! ne scaturisce un infernale casino. Il re sistema
“l’abominazione della desolazione”, che sarebbe poi Giove Olimpico con fulmine e
barbetta, nel tempio di Jahvé. “Ve la do io l’invisibilità, burini maledetti!”
Gli ebrei s’incazzano da morire e dalla rivolta Maccabaica scaturisce il Libro
del Profeta Daniele (che non è stato scritto nel IV ma nel II secolo avanti
Cristo) con una visione precisa della vita a venire. Ci siamo: niente più Sheol
e vaghe fesserie su dimore umbratili ma la vita eterna nella luce del Signore.
Nel Secondo Libro dei Maccabei la speranza germoglia, cresce e prospera.
Davanti all’orrore dell’eccidio di Epifane, davanti alla macellazione macabra
dei sette fratelli, qualcosa, radicalmente, cambia. Il secondo fratello fatto a
fette come un pezzo di manzo, annuncia la resurrezione dicendo: “Dio ci
risusciterà a nuova vita”. E sembra accennare a qualcosa d’immediato e non alla
consumazione dei tempi. Un caos d’idee si scatena: un maelstrom di eternità. Il
terzo fratello accenna a nuove membra e di conseguenza ad un nuovo corpo.
Tu mi fai a fette come un “roastbeaf ” ma il Signore mi darà un nuovo corpo.
Questo in soldoni.
Quando la madre arriva, semidistrutta, sulla scena sanguinante del macello -
dopo l’inenarrabile strazio dei figli - le idee cominciano a diventare più
chiare. Lo Sheol per i figli di puttana all’Epifane. Il Regno di Dio per le
fettine panate maccabaiche. La madre accenna anche a qualcosa che vagamente
ricorda la creazione “ex nihilo”. Tutto questo rimescolamento nel calderone
delle idee ebraiche non ha nulla a che fare con l’immortalità dell’anima in
senso platonico. Quello che scaturisce dal Secondo Libro dei Maccabei porta ad
una visione flessibile, sfilacciata, confusa di ciò che accade dopo la morte dei
giusti. I morti si risvegliano dalla polvere preservando il loro fottutissimo
“ego”: una cosa che trovo abominevole. Poi arriva Gesù. E mentre ci propina le
sue leggiadre parabole tre grandi movimenti religiosi si stanno scannando tra di
loro.
I Sadducei che osteggiano l’idea della resurrezione e non credono neanche allo
Sheol e agli angeli. I Farisei, i discendenti degli Asidei sconfitti nel 135
–105 a.C., che credono nell’immortalità dell’anima, nella resurrezione dei
corpi, nella predestinazione e nel giudizio finale (e sono quelli che Gesù
chiama vipere e sepolcri imbiancati). E gli Esseni che credono all’immortalità
dell’anima alla maniera platonica: tu tiri le cuoia e la tua essenza luminosa se
n’esce dal corpo – carcassa senza attendere giudizi o squilli di tromba. E Gesù?
Gesù crede nella risurrezione non fisica e alla retribuzione con inferno
infinito più digrignare di denti. Il caos di opinioni scaturisce dal fatto che i
discepoli di Gesù credono che la consumazione dei tempi è alle porte. Ed invece
si sbagliano: ed eccoci qui con il giovane Bush e l’aitante Berlusconi al
governo. Con l’Apocalisse giovannea il casino diventa insostenibile: una melée
d’immortalità e d’apocalisse. Ma l’idea di un’anima che nel momento della morte
si stacca dal soma – sema, dal corpo – prigione, per raggiungere la luce di Dio
è totalmente assente dai testi del Vecchio e del Nuovo Testamento.
“Ma insomma cos’è la vita eterna?” Chiede la regina allo stalliere.
Lo stalliere risponde: non è un ritorno in uno spazio – tempo riedificato dalla
volontà divina, ma un resuscitare in un nuovo mondo.
“Con piante e animali?” Chiede la regina.
“Si, secondo Paolo di Tarso (che delle bestie se ne impipa altamente)” risponde
lo stalliere
“l’eternità non è un non - luogo costituito da un estendersi di tempo infinito,
ma forse è il non - luogo ove il Signore Iddio preme il pulsante che fa
scaturire la bolla della singolarità primordiale che ci propina spazio, tempo,
cose, Elvis Presley e il rock n’roll. E’ il non – luogo – Maestà - ove spazio,
tempo, cose non esistono e dove, sfortunatamente, non esistono neanche Pippo
Baudo, la Carrà e l’angosciante moglie di Beckham. E’ il non – luogo che il
cervello, con suoi occhiali colorati di spazio – tempo, non riesce assolutamente
a concepire. Secondo cristiani ed ebrei la morte non fa immergere la scintilla
divina nell’oceano ineffabile dell’assoluto indistinto e indifferenziato ma la
fa uscire dallo spazio – tempo per farla entrare – se così si può dire -
nell’essenza primordiale di Dio, con il suo ego bisunto e lacerato; mantenendo
quindi l'individualità egotica e specifica intatta. Insomma - spiega lo
stalliere - un rapporto totalmente “altro” con una realtà trascendente,
assolutamente inconcepibile per un minuto cervello ove alberga una disperata
coscienza e una logora ragione. Niente spazio – tempo, quindi, ma l’ineffabile e
spirituale realtà di Dio contemplata dal mio ego ristrutturato, riedificato,
assemblato nuovamente -se così si può dire – dalla volontà divina”
E se chiediamo al filosofo di Posilippo cos’è la vita eterna che risponde?
“Nun saccio” sussurra.
E Paolone di Tarso?
Paoletto il dualismo platonico – agostiniano – cartesiano neanche lo sfiora, e
dice: quando risusciteremo avremo un corpo spirituale che sarà differente da
quello naturale.
Dice: soma psuchicon e soma pneumaticon. Dice: carne e sangue non erediteranno
il Regno dei Cieli, ma ciò che è incorruttibile lo erediterà. Quando la tromba
suonerà, in un batter d’occhio, ci solleveremo incorruttibili e saremo cambiati.
E l’anima?
Secondo la Bibbia Jahvé insuffla nel vivente lo spirito vitale, la Rûah, e anche
la Nishmat –hajjîm che significa “alito di vita” che è qualcosa che solo Dio e
l’uomo possiedono e non gli animali (da questa singolare nozione scaturirà un
oceano di sangue e di carni macellate); ma di divisioni tra anima e corpo, come
in Platone e in Plotino, non se ne parla. Il corpo prigione dell’anima è una
cosa sconosciuta alla Bibbia. La persona umana è una simbiosi di anima e corpo.
Cose esilaranti avverranno più tardi quando i sommi dottori, i grandi teologi
cercheranno di spiegare cosa accade all’anima dopo la morte e la separazione dal
corpo. Un carosello incredibile di nozioni da Giustino a Tertulliano, da Origene
ad Agostino e da Agostino all’Aquinate: un tourbillon di follie e di ilarità.
Niente divisione tra anima e corpo, quindi, l’uomo è tutt’uno. Nel Nuovo
Testamento Psiche e Pneuma si uniscono in possente simbiosi per poi, nuovamente,
scomporsi. Dio che casino l’anima! Platone dice una cosa, Democrito un’altra,
Aristotele la classifica e la divide, Agostino spara la sua, Tommaso d’Aquino è
aristotelico e platonico allo stesso tempo, Averroe è aristotelico. Gli egiziani
ce n’hanno a iosa. Gli Induisti hanno l’Atman. I Buddisti negano l’Atman e
affermano che non esistono né dio né l’anima. I Jainisti dicono che l’anima
esiste e la chiamano Atma. I Taoisti ne hanno sette. I greci del tempo d’Omero
hanno solo larve disincarnate come quelle dello Sheol. Gli orfici invece hanno
una scintilla divina…..eccetera….eccetera….
Conclusione: sapete che disse la regina allo stalliere che mostrava una
spregevole, meschina, moscia erezione?
Disse: “Annamo bene….”
Eh sì….andiamo proprio bene!
*****
Quando tornai a casa, trovai Irene, con le natiche gloriosamente esposte nella
penombra della stanza, completamente assorbita da qualcosa che appariva sullo
schermo della televisione.
Ero ritornato dall’incontro con i santi padri ustascia, ricolmo di peccaminosi
desideri e, lacerato da micidiali tentazioni, mi apprestavo a saltare sulla
ninfetta desnuda e a cavalcarla da dietro, quando mi accorsi che qualcosa non
andava. Nello schermo appariva un grattacielo che emanava un fungo
fiammeggiante. Ero incuriosito ed Irene non diceva una parola; poi
improvvisamente, sullo schermo, si manifestò un aereo che s’indirizzava verso un
secondo grattacielo. Ero esterrefatto, l’aereo era penetrato nei piani alti del
grattacielo scoppiando: un’esplosione incredibile. Chiesi: “Ma che cazzo stà
succedendo?…” Con un sorriso perverso la ninfetta si girò verso di me e disse:
“Osama bin Laden gli ha sparato quattro petardi nel culo. Gli islamici hanno
fatto cadere un altro aereo sul Pentagono accoppando un bel numero di generali
figli di puttana….”
“Ma quanta gente c’è in quei grattacieli?”
“Dicono 20.000 persone……guarda…qualcuno si sta buttando dal grattacielo per non
bruciare vivo…guarda….aspetta…guarda…tutto crolla…..l’avrò visto cento volte è
incredibile …. affascinante…terribile…”
Mi spiegò tutto: un attacco micidiale e simultaneo nel cuore dell’orco.
La mattina dopo dovevo partire per Londra.
“Guarda che siete esposti anche lì….questi non scherzano…vi polverizzano
Londra…”
“Diocristo! 20.000 morti…ora vedrai quello che combina quel deficiente di
Bush….”
“Bombarderà l’Afghanistan….e forse l’Iraq….”
“Ammazzerà un milione di bambini…ma è orrendo….”
“Lascia che te lo dica……stanno provando sulla loro pelle quello che hanno fatto
agli altri per anni…è la prima volta che gli bruciano il culo….”
Diocristogesù, pensavo: hanno osato tanto. Sono andati a schiantarsi come
kamikaze contro i simboli del capitalismo trionfante. Hanno avuto le palle di
farlo. L’Islam sta diventando una forza rivoluzionaria più viva di tutti i
marxismi passati. Fa più danni Osama bin Laden che Castro.
Pensavo alla terribile risolutezza di questi islamici suicidi. All’intensità
dell’odio provato per commettere una simile atrocità.
Risolutezza? Eugenio, una volta, mi disse che un vecchio brigatista gli aveva
raccontato una storia. Un romano “de borgata”, Germano Maccari, aveva dovuto
eliminare Moro, disteso sotto la coperta nella Renault rossa, perché gli
intellettuali della Brigate Rosse non avevano le palle di farlo: tremavano e
boccheggiavano colti da un’incontrollabile angoscia esistenziale costituita da
detriti residuali cattolici. Aveva sentito questa storia a Bologna e me l’aveva
riportata.
Mi disse che a Moretti gli si era inceppata la Walter – PKK, e, poiché anche
Gallinari lacrimava sfrenato, era toccato alla manovalanza brigatista portare a
termine l’esecuzione dello statista democristiano. Così Maccari, mentre
imperversava l’angst della leadership della futura Dittatura del Proletariato
italico, aveva puntato la sua Skorpion e fatto fuoco. Mi ronzò nel cranio la
malsana idea della risolutezza nel momento sbagliato, mentre erano saltati
esseri viventi dal grattacielo. Ho pensato a quelli che tremavano davanti
all’esecuzione di Moro e questi ti prendono quattro aerei (con un’operazione
d’altissimo livello di preparazione terroristica) e li schiantano nel cuore di
Mammone e sul brutale centro militare dell’odiato nemico: le torri del World
Trade Centre e il Pentagono. Risolutezza e terribile coerenza?
Ero allibito: il problema è morire per qualcosa d’invalido e folle. Morire per
una religione monoteista radicata su illusioni. Ma forse per i disperati del
mondo è rimasto l’Islam.
Dopo uno dei più grandi olocausti della storia - roba da Cuore – di – Tenebra –
pseudo - marxista, roba da Qin Shuangdin da quarta serie - Pol Pot muore
tremante mentre i suoi epigoni figli di puttana che hanno massacrato due milioni
di cambogiani e inflitto un colpo mortale all’idea del comunismo, organizzano la
prostituzione pedofila con la chiara intenzione di seguire le orme della Cina
nella scoperta del nuovo capitalismo. E mentre il comunismo discende nell’abisso
delle leggi del mercato, i fanatici islamici - che sognano il desertico regno
nei cieli dei Taliban - ricolmi d’odio e d’indignazione non ci pensano due volte
a rifilarti un orrore del genere. Migliaia di bombe umane sono pronte: altro che
lo scudo spaziale del deficiente texano. Magari, Bush, lo scimmione, bombarderà
l’Afghanistan e allora qualcuno, per ritorsione, farà esplodere un ordigno
batteriologico nel centro di Londra o New York. Ne vedremo delle belle.
*****
14 Settembre 2001
Zeno,
conosci padre Jean-Marie Benjamin? ha scritto un libro "Iraq l'Apocalisse" dove
descrive la situazione politica di quella regione. La settimana scorsa ha tenuto
una conferenza dove ha parlato del terrorismo islamico e ha preannunciato
l'attacco di un aereo di linea dirottato, con un atto terroristico, su un
obiettivo civile ad alta densità di popolazione - come se sapesse - e Vespa, che
lo aveva invitato a “Porta a Porta” continuava a chiedergli: “Ma chi gli ha
riferito questa cosa?” e lui continuava a non rispondere e glissare dicendo: “Ho
parlato con decine e decine di persone di questa eventualità”. L’Islam si sente
minacciato, e si sta unendo attorno all’Afghanistan che rischia di essere
spazzato via da un eventuale attacco punitivo. Osama Bin Laden, l’indiziato
numero uno, ha un'organizzazione collegata a 70 gruppi terroristici in tutto il
mondo, la sua base è Al Quaeda. La CIA e l’FBI non riescono a trovarlo, però
hanno rintracciato subito i nominativi dei 19 attentatori alcuni dei quali hanno
vissuto per anni nel sud della Florida, preparandosi nelle migliori scuole di
pilotaggio, per poi andare in missione. Solo ora li rintracciano? Volontari
kamikaze vengono reclutati anche via Internet, sono loro le armi più micidiali e
incontrollabili, uomini, donne e bambini votati al suicidio per la loro causa,
armati solo di coltelli e taglierini:
a loro non serve la tecnologia. Ma l'organizzazione di Bin Laden dicono sia in
grado di cancellare l'Occidente in tre giorni, quindi armi e strategie micidiali
sono già pronte. Oggi, in tutto il mondo occidentale, sono stati osservati i
quattro minuti di silenzio per i morti, ma io, pur essendo vicina alla tragedia
delle vittime, dal punto di vista umano, non sono riuscita a sentirmi partecipe.
Tutte quelle bandiere americane svolazzanti mi inquietavano, anzi, se devo
essere sincera, ho provato un senso di nausea di fronte a tanto sdegno e
commozione nazionalista, perché so che il mondo occidentale ha grandi
responsabilità per quello che accade. Dalle strategie finanziarie ed economiche
dell'Occidente dipende tanta povertà, tante dittature, tante guerre, tanta
sofferenza ora in atto nel mondo; dall'Occidente dipende anche tanta distruzione
della terra, e l'America è la testa di questo mostro – apparentemente e
banalmente benigno - maligno che avvinghia il mondo con i suoi tentacoli.
L’Occidente ha costruito la propria ricchezza sulle ossa dei poveri a scapito di
altre aree del pianeta che sprofondano nell’inferno di guerre intestine
decennali. L'arroganza, la sete di potere, il dominio imperialista
dell'Occidente sul mondo ha prodotto la sua nemesi storica.
La morte di vittime innocenti è sempre condannabile, a prescindere da razza,
colore e religione. Avrei condiviso i quattro minuti di silenzio e di preghiera
se fossero stati rivolti a tutte le vittime della violenza, della guerra, del
terrore e dell’oppressione nel mondo. Non solo per sventurati manager, banchieri
e impiegati delle Twin Towers, ma anche per uomini, donne e bambini del terzo
mondo, palestinesi, iracheni, afgani, deprivati di tutto dagli embarghi e dalla
scellerata politica economica occidentale. Una guerra causerebbe infinita
sofferenza ad altri esseri viventi e al pianeta nella sua globalità. La guerra
mi fa paura perché mi sembra vicina e incombente.
Negli uomini c’è sempre una tensione che li porta allo scontro armato e la
conflittualità tra le civiltà ha raggiunto il livello di guardia. Speriamo che
prevalga il buonsenso e la diplomazia dell'Europa che ha vissuto sulla sua
pelle, per ben due volte, i massacri dell’ultimo secolo.
Ma dubito che si possa sventare una tremenda rappresaglia, l'orgoglio americano
prevarrà e la sua vendetta sarà spietata. Polifemo è stato accecato da Ulisse
mentre dormiva, come risponderanno i suoi fratelli? …
Ines
*****
Ramzi Youssef ha il volto incorniciato da una barba ruspante, ha gli occhi
chiari e distanti l’uno dall’altro, un naso largo e un volto piacevole. Ramzi
Youssef è il signore che voleva far saltare le Twin Towers nel 1993, è un
giovane educato in Inghilterra - non un povero Taliban ignorante che ha subito
il lavaggio del cervello con la promessa della passera profumata alla fine della
vita.
Ramzi Youssef voleva assemblare una bomba e depositarla presso le fondamenta di
una delle torri provocando un’ingente esplosione che devastando un grattacielo
l’avrebbe fatto crollare sull’altro cagionando la morte di 250.000 persone.
L’idea era di far pagare, quantitativamente, agli americani un orrore simile a
quello che avevano inflitto ai giapponesi a Nagasaki. Ramzi Youssef finanziato
da Osama bin Laden non ce la fece con i soldi e i suoi accoliti sbagliarono
pilone. Voleva anche uccidere Bill Clinton e il Papa, magari facendo precipitare
un Jumbo jet su San Pietro. Fu catturato in Pakistan dopo un’esplosione in una
cucina. Gli americani lo portarono in una prigione di grande sicurezza a
Florence nel Colorado. Ramzi Youssef ideò il “Bojinkla plot” un piano che
consisteva nel far saltare dodici aerei in volo sull’Oceano Pacifico.
Quando gli americani lo trasferirono nel sacro suolo della libertà e della
democrazia, un agente dell’FBI gli fece vedere le Twin Towers e gli disse: “Sono
ancora in piedi”.
L’arabo rispose: “Non sarebbero in piedi se avessi avuto soldi ed esplosivi a
sufficienza per farle saltare …”.
Alcuni anni dopo, qualcuno i soldi li ha trovati.
Moahamed Atta era uno studente modello. Un volto interessante con lo sguardo
intenso.
Era rispettato e considerato dal suo professore molto religioso e capace.
Moahamed Atta è uno dei kamikaze che è entrato con il jumbo nel grattacielo
senza essere annunciato. Quello che fa spavento è l’assoluta incapacità, da
parte degli americani, di capire perché un odio così monumentale, così acerrimo
alberghi nei cuori dei giovani musulmani; capire perché i giovani islamici
decidono di immolarsi per colpire i simboli dell’Occidente e in special modo
l’America.
Gli americani non lo capiscono. O sono in pochi a capirlo. Un odio così
virulento e spaventoso è quasi inconcepibile. I militanti islamici credono di
combattere contro Satana e credono di dedicare la loro vita alla causa di Dio.
Ma gli americani non capiscono. Chi si sente umiliato e oppresso, perché pensa
che una superpotenza gli ha distrutto la vita costringendolo a vivere
un’esistenza infame – come un palestinese in un campo profughi -, può decidere
di farsi saltare per aria per infliggere scempio e strazio al suo persecutore:
questo non meraviglia. Ma gli americani non capiscono e farfugliano fesserie
sulla democrazia in pericolo quando hanno mantenuto al potere alcuni dei
peggiori tiranni del ventesimo secolo: Pinochet, Papa Doc, Trujilo, Battista,
Castellos Brancos, Mobutu, Tsaldareses, Kys, Lo Nol, Marcos, i generali
argentini, i colonnelli greci, i golpisti sudamericani, i massacratori degli
Indios e gli assassini vietnamiti. I segni erano evidenti: le caserme dei
marines attaccate a Beirut nell’83, il World Trade Centre nel 93, le bombe
dell’Al Khobar nel 96, l’attacco alla USS Cole nel 2000, un crescendo spaventoso
d’odio ma loro non capiscono perché la gente li detesta. Gli americani si
sbarbano la mattina pensando di essere i simboli della democrazia e della
libertà nel mondo, ma il mondo islamico li vede come brutali e corrotti
oppressori e amici dei tiranni. Gli islamici dicono che le sanzioni contro
l’Iraq hanno ucciso un milione di bambini. Dicono che le vendite smisurate di
armi a Israele hanno prodotto i massacri palestinesi. Gli islamici vedono gli
americani come coloro che armano e difendono l’oppressore ebreo. Come coloro che
mantengono al potere governi arabi corrotti, putrescenti e impopolari. Li vedono
come presenza offensiva nei sacri luoghi come la Mecca o Medina.
Ma gli americani non capiscono. Questi uomini sono pronti a morire - della vita
gliene importa poco - e un Osama Bin Laden defunto è l’araba fenice dalle cui
ceneri nasceranno migliaia di futuri kamikaze. Sono stati gli americani a
mettere al potere i Talibani nel 1980 e a gioire vedendo il comunista
Najibullah, con il pene reciso in bocca, oscillante da un ramo. Ora,
giustamente, piangono davanti all’atrocità di New York.. Ricordo di aver letto
che Timor fu invaso poche ore dopo la partenza di Kissinger e di Ford da
Jakarta. Un terzo della nazione svanì dopo il “placet” americano: 200.000
persone furono uccise, quantitativamente e percentualmente, questo numero di
morti equivale, tanto per dare un’idea, a 19 milioni d’italiani o d’inglesi
massacrati.
Provate a chiedere a dieci americani se hanno mai sentito parlare di Timor Est?
Quanti risponderebbero si? Due…tre….Certamente non furono gli americani ad
uccidere gli abitanti di Timor Est, ma poiché nulla si muove sotto il sole senza
che loro non lo vogliano, furono i loro responsabili politici - democraticamente
eletti dal popolo sovrano - a dare l’assenso a Suharto per l’annessione della
parte orientale dell’isola e, di conseguenza, a dare inizio ai massacri.
Kissinger gronda sangue. E ancora rompe. Dal 1965 al 1969, un milione di persone
- tra comunisti, simpatizzanti (e vagamente simpatizzanti) - furono massacrate
in Indonesia.
La CIA è stata l’ispiratrice del macello come lo è stata in Cile (su scala
inferiore).
L’America è stata fisicamente presente con le sue truppe in Vietnam, in
Cambogia, in Laos.
E’ stata la CIA, in Congo, a decidere la morte di Lumumba dando inizio al regno
del terrore di Mobuto e alle guerre che sconvolsero, e stanno ancora
sconvolgendo, la regione, provocando l’olocausto di cinque milioni di neri, come
se Leopoldo II non fosse già stato sufficiente.
E non fu il loro nefasto intervento in Cambogia a provocare l’utopia di Pol Pot?
Chi mise al potere Lo Nol provocando la reazione furiosa dei Khmer Rouge?
Ora piangono per lo strazio subito, ma ancora non capiscono.
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