20. Quisquilie sulla volontà di potenza

10 Settembre 2001

Caro Zeno,
Heidegger scrive nel saggio “L’ Epoca dell’immagine del mondo”, in Holzwege: “...Nell'imperialismo planetario dell'uomo tecnicamente organizzato, il soggettivismo dell'uomo raggiunge quel culmine da cui l'uomo non scenderà che per adagiarsi sul piano dell'uniformità organizzata e per installarsi in essa. Questa uniformità è infatti lo strumento più sicuro del dominio completo cioè tecnico della Terra. La libertà moderna della soggettività si fonda completamente nell’oggettività corrispondente. L'uomo non può svincolarsi da questo destino della sua essenza moderna, né può sospenderlo con una decisione sovrana. Ma l'uomo può, nella sua meditazione preparatoria, comprendere che l'esser - soggetto da parte dell'umanità non è stato, e non sarà l'unica possibilità dell'essenza futurativa dell'uomo storico...”
L’immagine del mondo moderno si rivela oggi nel dominio della Tecnica e nell’oblio dell’essere.
Ma afferma Heidegger, riprendendo il verso poetico di Hölderlin : “là dove sta il pericolo sta anche la via di salvezza...Wo die Gefhar ist, ist das Rettende auch...”
Siamo immersi e apparteniamo al pensiero calcolante, al pensiero della rappresentazione ove è il soggetto a determinare l’oggetto, secondo specifiche imprescindibili categorie, quelle della certezza e della correttezza dello sguardo conoscitivo, che riducono l'ente alla sua semplice presenza oggettuale e fenomenica; così, riconoscere di appartenere nella propria essenza, a questa modalità di pensiero, vuol dire avere la capacità del riconoscimento e del superamento del pensiero tecnico, che si fonda su una ragione strumentale che tutto riduce a mezzo, strumento. La storia dell’oblio dell’essere, partendo dall’idealismo platonico, arriva al suo apice nella modernità con il Cogito cartesiano prima, e il Soggetto kantiano poi. L’essere ridotto all’ente nel suo apparire fenomenico, alla mera cosa, trova il suo unico fondamento nel Soggetto che lo rappresenta, e che rimane il solus ipse subsistens nell’universo. Il mondo è tutto chiuso nella coscienza. L’uomo è il centro dell’universo. Il Soggetto, poi, attraverso il superamento dello Spirito Assoluto hegeliano, raggiunge con Nietzsche e Schopenhauer la forma del puro Volere; l’Io quale fondamento supremo del sistema conoscitivo e metafisico prende il posto di Dio, e diventa Volontà di Potenza. Oggi, nel mondo dominato dalla Tecnica, l’essere si manifesta come Imposizione: tutto l’essente umano e naturale è ridotto a mera cosa, e diviene un serbatoio messo a disposizione del volere manipolatorio della specie egemone tecnicamente organizzata, che con agire violento domina, anzi sembra dominare il mondo, ma è essa stessa sottomessa a tale dominio. L’essente diventa dunque, in questo momento, puro Valore, e nella logica del mercato, dove tutto è a disposizione diviene merce di scambio e consumo: l’essente è ridotto a mero Denaro. La presa di coscienza, dice Heidegger, può salvare, forse, solo se l’uomo, accorgendosi di appartenere al suo stesso dominio violento e manipolatorio che lo imprigiona e lo condiziona, facendolo pensare e agire nell’ottica del calcolo, si avvia verso una modalità di pensiero, capace di superare il pensiero tecnico; e questo avviene essenzialmente attraverso la poesia e l’arte, dato che il linguaggio è la casa dell’essere, nella parola sta la sua manifestazione, e l’uomo ne è il custode . Nel pensiero meditante l’uomo trasforma così il suo agire manipolatorio e violento, in un agire salvaguardante, capace di relazionarsi all’Essere in un atteggiamento di ascolto e di abbandono che significa: abbandonare il posto di soggetto misurante e calcolante assunto nell’epoca della tecnica, e assumere quello di custode della Verità, accettando la misura che proviene dall’Essere stesso; ascoltare vuol dire farsi misurare dalle cose, accettare l’incalcolabile nella sua enigmaticità, sottomettersi ad esso.
Si rompe così l’identità soggettivistica di libertà e volontà: la riconquista dell’autenticità scaturisce da un salto nell’abisso dell’Essere: l’attività umana diventa allora ringraziamento, assunzione di un atteggiamento di umiltà e accoglienza, piuttosto che di dominio. Il pensiero meditante nasce dall'evocazione, dalla rimemorazione dell'essere attraverso la mediazione del linguaggio poetico e artistico, che muovendosi nell’abisso, nella mancanza di fondamento, libera l’atto conoscitivo dal dominio e si esplica dunque in tre atteggiamenti fondamentali verso l’incalcolabile: l’Abbandono, l’Ascolto e il Ringraziamento. La rimemorazione è la meditazione preparatoria verso l'essenza futurativa dell'uomo, dice Heidegger: “Conoscere l'incalcolabile, cioè preservarlo nella sua verità, è possibile all'uomo solo in virtù di una interrogazione creatrice e in forme sorrette dalla forza di una riflessione pura. Questa trasferisce l'uomo futuro in quel fra in cui egli appartiene all'essere e resta tuttavia straniero nell'ente. Hölderlin ne sapeva qualcosa. La sua poesia che si intitola An die Deutschen termina così:

Breve corso ha il tempo della nostra vita;
vedere e contare possiamo degli anni nostri il numero.
Ma occhio mortale vede forse
dei popoli gli anni?
E quand'anche nostalgica si levasse l'anima
al di là del tuo tempo,
triste ti aggireresti su un deserto lido
coi Tuoi, senza conoscerli.”

Ines


*****

Nel 325-327 Alessandro, sospinto dalla volontà di potenza, va a scassare le palle anche in India e sconfigge Poro. La sua presenza in quei luoghi lascia - come un’energia residuale - buddha togati di squisita bellezza: le meraviglie del Gandhara. Nel 321, Ciandragupta fonda la dinastia Maurya, due anni dopo Alessandro si spegne. Il fragile impero si spappola: i generali si fanno guerre spietate, e spesso comiche. Ciandragupta amplia il regno Maurya sconfiggendo l’ultimo re della dinastia Nanda, poi si scontra con Seleuco I Nicatore, lo batte e lo respinge. Nel 297 Ciandragupta muore e gli succede Bindusara che, nel 297, sconfigge i Dekkan ed estende l’impero. Nel 272 gli succede suo figlio, Asoka, che fonda il primo impero indiano. Asoka, nel 260, combatte una grande battaglia a Kalinga - la moderna Orissa - ci scappa un’oscena carneficina: 100.000 morti. Il re passeggia per il campo ove migliaia d’esseri viventi sono stati massacrati, riflette sull’orrore della guerra e si converte al Buddismo.
Com’è il mondo del tempo di Asoka?
Il dominio di Cartagine è solido e si estende sulle coste africane, su quelle iberiche, sulla Sardegna e su parte della Sicilia. Roma si sta espandendo su gran parte della penisola. L’impero d’Alessandro è diviso. Demetrio controlla, nel 298, la Macedonia, ma la perde e, dopo varie peripezie, finisce prigioniero di Lisimaco. Seleuco giunge in Europa ed è assassinato. I Galli conquistano Macedonia e Grecia. Demetrio, il figlio d'Antigono recupera la Macedonia, ma i Galli restano in Anatolia e creano uno stato brigante: un po’ come l’Albania attuale. Sfrenate volontà si scontrano nello scacchiere mediterraneo: altro che ecumenismo ellenico; siamo alla frammentazione totale. Pirro, re dell’Epiro, arriva in Italia con i suoi elefanti. Nel 287 vince una futile battaglia e si ritira. I Romani soggiogano Etruschi, Sanniti, e i Galli nel nord della penisola.
L’impero d’Asoka confina con quello seleucide. Dopo l’orrore di Kalinga, il re riflette: che cosa orrenda è la guerra, la mia sfrenata volontà di potenza ha provocato inenarrabili orrori.
Il Buddismo è la risposta e Asoka - come farà, nel 313, Costantino con il Cristianesimo- decide di trasformare il messaggio del compassionevole Gothama in religione ufficiale del nuovo impero.
Attraverso una grande azione di proselitismo fa diffondere il credo del Buddha nel Dakkam, in Indocina e a Ceylon. Durante il suo regno il concilio buddista elabora il “Codice Meridionale”.
Qual’è, la grandezza di Asoka?
A differenza d’Alessandro, di Cesare, di Napoleone, dei grandi conquistatori Asoka riflette sugli orrori provocati dal desiderio di potere sfrenato e decide che la guerra e la volontà di potenza, che si esprime attraverso il desiderio di conquista, vanno fermati perché sono essenzialmente malvagi.
Asoka invita, allora, i suoi sudditi a condurre una vita morale esortandoli ad essere compassionevoli verso schiavi, servi e animali e li consiglia di onorare non solo i brahmani e gli asceti ma ogni essere vivente. Ashoka scolpisce i primi editti ufficiali in difesa degli animali -
e sarà l’unico - con parole commoventi, profondamente toccanti.
Il sesto editto scolpito sulla roccia dice: “Io non mi soddisfo nel lavoro e nel concludere gli affari. Io considero come mio dovere il bene di tutto il mondo: perché non c’è attività superiore che fare il bene per il mondo intero. Ogni mio sforzo è fatto per sciogliere il debito verso le creature: in questo mondo mi adopero perché siano felici, nell’altro io voglio che acquistino il cielo”
Asoka dopo Kalinga, nel 260, rinuncia alla violenza, abbandonando la Digvijaya, la volontà di conquista per la Dhammavijaya, la vittoria della giustizia.
Un anno dopo la battaglia di Kalinga nasce Qin Shuangdin: destini incrociati.


*****

9 Settembre 2001

Caro Zeno,
Carolina l’ho vista per la prima volta in biblioteca. La biblioteca per me - oltre un luogo di ricerca e di scienza - era un luogo di studio antropologico. E’ lì che, prima di Internet, si incontravano persone. Un giorno ero impegnata nell’ardua lettura di Essere e Tempo, quando notai, nella sala, seduta in un angolo della biblioteca, una nuova presenza. Carolina era intenta nell’analisi della Ragion Pura di Kant, prendeva delle strane note su foglietti gialli e li attaccava ai lati delle pagine del libro aperto sul leggio. Sembrava una persona solitaria, introversa, mi colpivano i suoi capelli biondi, ricci e trasandati, il suo aspetto diafano, lo sguardo basso e sfuggente. Niente sembrava distrarla dalle sue ricerche. Il suo viso era magrissimo, incavato, ma luminoso; i suoi occhi azzurri erano rossi di profonda sofferenza. Tutta la sua persona sprigionava una strana e potente energia vitale. Quello che mi piaceva enormemente erano le sue scarpe. Io riesco a percepire l’affinità che potrei avere con una persona anche dalle scarpe che indossa. E così è stato. Carolina era di New York, aveva vissuto parte della vita in Polonia, e lì aveva avuto la sua vocazione alla clausura; qualcosa di profondamente mistico l’aveva chiamata a entrare nel Carmelo, e lì era rimasta per più di dodici anni. L’ordine, poi l’aveva inviata a Mosca, per fondare un nuovo monastero. Parlava perfettamente il russo. In quella città era iniziata la sua crisi spirituale. Un giorno prese la decisione di tornare nel mondo. Carolina era particolare: le sue mani bianche e ossute mi stringevano nervosamente le braccia quando sottovoce mi raccontava la sua ricerca di Dio. Dopo tanti anni di isolamento aveva scoperto il vuoto. Non riusciva più a percepire la presenza di Dio nel silenzio; era distratta, durante le preghiere vagava con la mente anelando di tornare nel mondo. Nel Carmelo era vietata ogni attività intellettuale, la mente doveva essere libera e doveva esercitarsi solo nelle preghiere mattutine e serali. Il resto era silenzio. A un certo punto cominciò a sentire l’insopportabile pesantezza dell’abito e delle maniche lunghe che coprivano le sue mani che le era vietato mostrare. Sentiva stringere la cuffia sulle orecchie e il manto comprimerle la testa. Quell’abbigliamento era la sua prigione. Quando parlavamo nascoste dalla penombra nell’atrio dell’università, lei mi diceva - sempre sussurrando e guardandomi negli occhi - che a un certo punto il suo desiderio più grande era stato quello di sentire il rumore del vento, delle voci, e sentire l’aria accarezzarle i capelli e sfiorarle le orecchie. Voleva tornare a vivere e così era uscita dal convento, scegliendo una nuova forma di ricerca: la filosofia. Era una persona estremamente vitale e il suo modo di vestire mostrava una vivacità e una fantasia particolare. Non sembrava fosse vissuta tanti anni lontana dal mondo; il suo spirito sembrava dilaniato da qualcosa ed esprimeva, attraverso gli occhi arrossati, una strana sofferenza. Di questo patire mi accorgevo osservando il suo modo di camminare, Carolina sembrava sempre fuggire da qualcuno o qualcosa; e il suo sguardo era sempre colmo di lacrime appena trattenute. Ma non ce l’ha fatta a rimanere in questa bolgia, non ce l’ha fatta ad affrontare la solitudine e la lotta quotidiana alla quale questo mondo ti costringe. Non ce l’ha fatta e questo mi ha tremendamente colpito: alla fine dell’anno ha deciso di tornare nel Carmelo. Mi ha regalato tutti i suoi vestiti, si è rispogliata di tutto, abiti e responsabilità, ed è sparita nel nulla, riassorbita dal mistico richiamo. Ricordo il suo sorriso, e il suo sguardo visionario, e le sue mani bianche e nervose, il suo modo di cercare Dio, e la sofferenza che questa ricerca continuamente le causava. Carolina mi è rimasta nel cuore e la sua sofferenza continua a farmi riflettere.
C’è forse un luogo dove cercare Dio? C’è forse un modo per fuggire dalla sofferenza del mondo, ed è possibile e giusto farlo? Dio è chiuso nei conventi o sta fuori nel mondo? Dov’è Dio? In questo inferno metropolitano o nello spazio infinito e silenzioso delle galassie?
Anche io sto cercando Dio, ma voglio rimanere nel mondo, non voglio fuggire….

Ines


*****

Ieri ho incontrato padre Nicola Stamic - sacerdote devoto a Alojzije Stepinac - che fu attivo nei campi di sterminio degli Ustascia ed è molto amico di padre Draganovic - ex colonello ustascia - che vive a San Gerolamo degli Illiri, ed è stato padre spirituale di Sakic Bilanovic, il responsabile del campo di concentramento di Jasenovac, in Croazia. Li ho incontrati entrambi a San Gerolamo degli Illiri, e ho invitato padre Stamic a Lisbona per un congresso sulla concezione ortodossa e cattolica della resurrezione dei morti. Ero travestito da monsignore, con la solita pancia e la solita barba grigio pepe e sfoggiavo un leggero accento americano. I sacerdoti mi hanno chiesto di che cosa trattasse il congresso e io ho spiegato che riguardava un’esplorazione dei i vari concetti dell’anima e della resurrezione dei corpi nelle fedi cristiane. Draganovic mi ha chiesto perché avevamo scelto padre Stamic per il congresso e io ho risposto che circoli di una certa propensione politica avevano suggerito il suo nome per la sua alta spiritualità. Gli ho consegnato il biglietto aereo e tutte le informazioni necessarie e gli ho spiegato che quando arriverà sarà ricevuto da una sorella di Nostra Signora Ausiliatrice all’aeroporto di Lisbona.

Già…la resurrezione dei corpi. Agli albori tutti i patriarchi di Israele pensano: quando tiro le cuoia vado diritto nello Sheol. Anche Qohelet, un tipo molto particolare, lo pensa: crepo e vado diritto in quel luogo umbratile e brumoso. Vado spedito in quell’orrore caliginoso e vivo come una larva, come l’immagine di un sogno; si potrebbe dire: come l’immagine sbiadita di una pellicola di un film muto. Afferma Qoehlet che l’uomo “come è uscito nudo dal grembo di sua madre, così se ne andrà di nuovo come era venuto, e dalle sue fatiche non ricaverà nulla da portar con sé”. E ancora: “Se uno avesse cento figli e vivesse molti anni e molti fossero i suoi giorni, se egli non gode dei suoi beni e non ha neppure una tomba, allora io dico: meglio di lui l'aborto, perché questi viene invano e se ne va nella tenebra e il suo nome è coperto dalla tenebra. Non vide neppure il sole: non conobbe niente; eppure il suo riposo è maggiore di quello dell'altro”.
Niente retribuzione, quindi, crepi, scendi nell’Ade ebraico e le porte si chiudono.
Achille pensa che sia meglio essere un cane sulla terra che una fottuta ombra.
Nell’Ade – Sheol ci finiscono tutti: Abramo, Isacco, Abele, Caino, Giacobbe, Mosè, Re, Profeti, Giudici, figli di puttana e magnaccia. Si, ci finiscono tutti senza eccezioni. Tutti a spassarsela nello Sheol, che assomiglia al luogo visitato da Ulisse, nel canto X e XI dell’Odissea.
Nel credo biblico si serve Jahvé senza speranza di retribuzione, senza promesse di paradisi o di nottate con uri dalle cosce da sballo. Si serve e si adora Jahvé Sav’aot perché va fatto, punto e basta. Valli a capire gli ebrei. Poi, qualcosa comincia a muoversi: qualche mormorio d’Osea, la stupenda visione di Ezechiele con il Signore che dice alle aride ossa: “Io faccio entrare lo spirito in voi e rivivrete”. La tarda visione dell’Apocalisse di Isaia che parla di cadaveri che risorgono; insomma, qualcosa comincia ad agitarsi; Osea dice: “Dopo due giorni ci ridarà la vita e il terzo ci farà rialzare e noi vivremo alla sua presenza.” ed Ezechiele: “La mano del signore fu sopra di me e il signore mi portò fuori in spirito e mi depose nella pianura che era piena di ossa; mi fece passare tutt'intorno accanto ad esse. Vidi che erano in grandissima quantità sulla distesa della valle e tutte inaridite. Mi disse: «Figlio dell'uomo, potranno queste ossa rivivere?». Io risposi: «Signore Dio, tu lo sai». Egli mi replicò: «Profetizza su queste ossa e annunzia loro: ossa inaridite, udite la parola del signore. Dice il Signore Dio a queste ossa: ecco, io faccio entrare in voi lo spirito e rivivrete. Metterò su di voi i nervi e farò crescere su di voi la carne, su di voi stenderò la pelle e infonderò in voi lo spirito e rivivrete: saprete che io sono il Signore».
E Isaia: “ma di nuovo vivranno i tuoi morti, risorgeranno i loro cadaveri. Si sveglieranno ed esulteranno quelli che giacciono nella polvere, perché la tua rugiada è rugiada luminosa, la terra darà alla luce le ombre”. Ma i santi d’Israele, per 1000 anni, hanno pensato che dopo morti sarebbero diventati pallide larve e non anime risplendenti. Isaia, Geremia, Ezechiele sapevano di diventare ombre insostanziali, altro che resurrezione dei corpi. D’altra parte lo stesso Isaia dice (Isaia 26,14) che le ombre non vivranno più, poiché sono state punite e distrutte, ed echeggia, nella sua profezia, il detto di Anassimandro riguardo alla colpa di esistere. Isaia dice lapidario e terribile, che le ombre non risorgeranno. Vai a capire perché Gesù cambia musica. Si...ci sono altre quisquilie nei Salmi, nel Servo di Dio e in Giobbe, ma i teologi affermano che coloro che scrivono queste cose si riferiscono alla risurrezione della vita e a Israele come entità e non ai morti che risusciteranno. Quando arriviamo all’esilio babilonico - e siamo intorno al 586 –538 - davanti alla sopraffazione, al sopruso e all’angheria qualcosa di sostanziale comincia a rimestarsi. La violenza subita dal popolo prigioniero scuote il senso di giustizia e questo punto la visione di Qohelet non basta più, viene messa da parte e si comincia a pensare seriamente ad altre soluzioni.
A che serve pregare Dio, si chiedono gli Israeliti, se restiamo sempre con le ossa rotte e i malvagi, regolarmente, trionfano? Ci deve essere qualcosa oltre questo fottuto orrore, altrimenti a che serve mettersi a pecoroni davanti a Jahvé a battersi il petto? Nei due secoli che precedono la venuta del Cristo Gesù, comincia a maturare una visione nuova che trascende la nebbia caliginosa dello Sheol.
Gli uomini s’inventano tutto.
Nel periodo brahmanico, i brahmani insegnavano che quando un’anima muore raggiunge il Brahaman, che è la dimora essenziale ed originale di ogni essere. Oltre a essere la casa dei mistici, il Brahman è anche la dimora dei topi, delle zanzare e delle zecche. Ed è anche quella di Topo Gigio e di Berlusconi. Hitler muore e raggiunge l’assoluto luminoso esattamente come Francesco d’Assisi. Più tardi, quando il concetto delle reincarnazioni fa capolino subentra l’orrore, e le masse indiane sono prese dal panico. Infiniti cicli di reincarnazione, inesauribile dolore, ruote della vita che roteano senza sosta sostituiscono la visione brahmanica che faceva risplendere il Brahman, come un indifferente sole su peccatori e santi. Un assoluto splendidamente amorale si trasforma in un giudice computerizzato di ogni singolo pensiero ed atto: se ti comporti male diventi come quel maiale o quell’avvoltoio che divora carcasse. Non si scherza più. L’orrore diventa perenne: la vita di fame e di stenti diviene infinita. Alla fine dell’indicibile strazio balugina un’estinzione luminosa che chiamano Nirvana. E’ la legge del Karma: ogni capello che hai in testa, o in altri posti, ti viene contato. La resurrezione dei corpi, in fin dei conti, è il gemello dell’inferno, del digrignare di denti. La resurrezione dei corpi, però, non riguarda gli animali, che appaiono e svaniscono dal cerchio dell’esistere senza lasciar traccia perché insignificanti.
La legge del Karma e delle reincarnazioni, invece, fa ruotare uomini ed esseri viventi nella ruota della vita. Tutto gira vorticosamente, anche le povere bestie, nella roulette del Karma.


*****

10 Settembre 2001

Caro Zeno,
durante l’estate abbiamo condotto seri studi antropologici su una specie che subdolamente e silenziosamente si sta diffondendo sulla terra. La provenienza è ancora incerta, si suppone che l’habitat più adatto siano i territori interni, piuttosto collinari e montagnosi, ma soprattutto sotterranei e le foreste. La specie emerge l’estate riversandosi sulle spiagge nel culmine di luglio fino a metà agosto. L’osservazione viene condotta nei giorni di maggior sovraffollamento di questi gruppi ancora da identificare, e questi giorni sono il sabato e la domenica di bel tempo (se è brutto la specie non emerge). La specie si muove a grappolo, ha una struttura tribale e gerarchica. Si sposta con macchine cariche di roba: mangiare, sedie e tavolini pieghevoli, giochi, palloni, ombrelloni, asciugamani, cambi e ricambi, tende montabili e smontabili. Arriva all’alba, invade la spiaggia e si distribuisce in più agglomerati. Abbiamo constatato che si divide in vasti gruppi famigliari (dagli 8 ai 10 componenti tra padri, madri, figli, nonni e zii). C’è sempre un maschio dominante, che di solito è coperto di vello, ha un catenaccio d’oro al collo, simbolo di fertilità, parrucchino o capelli tinti, neri o rosso ebano, costumi molto attillati che mettono in risalto gli attributi riproduttivi maschili, e si aggira sempre a guardia del gruppo che è gestito però dalla donna, detta a causa della forma, “donna deforme”. Le donne hanno, infatti, una forma sferica o cubica, capelli corti, neri o brizzolati, gambe piuttosto corte e sono sempre molto robuste, tarchiate, mostrano grossi seni e pance gonfie sporgenti. Sono addette alla gestione dei figli e alla distribuzione dei viveri. I figli della specie deforme sono di solito maschi, e non si distinguono dalle madri a causa della stazza piuttosto grande, e dato che hanno entrambi forma sferica o cubica. La forma e la stazza è causata dall’alimentazione che si basa prevalentemente su cibi sugosi o grassi, carne di porco, patatine, coca-cola, pizza e anche cibi geneticamente modificati, comprati in grosse quantità presso i centri commerciali presenti sul litorale. Si suppone sia in atto nel loro evolversi una sorta di mutazione genetica che spiegherebbe l’orripilante deformità.
Usano nel comunicare un tono di voce molto alto, si muovono ciabattando e non si accorgono di altre specie perché vivono chiusi nel branco e usano un loro specifico linguaggio, fatto di urla e gesti, che per ora non siamo riusciti a decifrare. La specie però è pacifica e non aggredisce altre specie di tipo umanoide. Ma diventa spietata con altri esseri animali che considera inferiori e passibili di qualsiasi violenza. Facciamo un esempio: sulla spiaggia sono emersi due poveri ratti in cerca di sole, forse attratti dall’odore olezzante e dai rifiuti che la specie deforme lascia al suo passaggio. Subito i maschi fertili addetti alla difesa del gruppo, munitisi di massi e bastoni, si sono uniti per la caccia e l’uccisione degli sventurati animali, che sono morti sotto i violenti e spietati colpi degli ominidi deformi, che li hanno bloccati e poi massacrati, mentre le donne e i bimbi incitavano urlando. C’è stato un applauso generale da parte di tutti gli individui della specie che, anche se appartenenti a tribù diverse, hanno un tratto caratteriale in comune: il disprezzo, l’odio, e il senso di superiorità verso creature differenti, che - per loro - recano danno, e sono da eliminare, o forniscono cibo e sono da uccidere. Questo è un tratto della psicologia e del comportamento che ancora non siamo riusciti a definire e studiare nei particolari: questa specie, pur essendo di molto inferiore per intelligenza e bellezza estetica, per esempio al ratto, si sente superiore ad esso, solo perché si sente più potente e in grado di scegliere della vita di altri esseri.
Nella loro mente ancora molto, ma molto poco evoluta, o forse in fase di involuzione a causa dell’alimentazione e della mancanza di stimoli culturali (l’unica lettura a cui si dedicano è il Corriere dello Sport, e l’unica attività che praticano è il gioco delle carte), si scatena una sorta di Volontà di Potenza, per cui l’essere involuto e deforme, si sente allo stadio superiore dell’evoluzione, si sente un Ubermensch, e agisce di conseguenza ingigantendo e riempiendo di falsi contenuti e credenze le sue gesta eroiche, che, viste nell’ottica dell’umanoide appartenente alla specie ancora non contaminata, rivelano un paranoico insano e malato senso di superiorità. Dunque possiamo dedurre che la specie deforme, oltre ad evolversi nella deformità fisica, si sta involvendo nello sviluppo intellettivo sviluppando sempre più questa schizofrenica psicopatia paranoide del Superuomo che “può fare ciò che vuole”. Il pericolo è la subdola diffusione della specie oltre i confini del loro habitat. Arriverà il giorno dello scontro tra questi gruppi malati e quelli ancora sani, che forse non riusciranno a sopravvivere dato che lo sviluppo e l’incremento numerico degli individui della specie deforme è fuori di ogni controllo; sta avvenendo una selezione naturale terribile. Per ora gli studi sono interrotti, perché a fine estate la specie si ritira nei misteriosi luoghi dell’entroterra, dove durante l’inverno si ingrassa e si riproduce molto velocemente….

Irene


*****

Ma non divaghiamo, disse la regina, quando lo stalliere non voleva montarla più.
Si arriva alla prima evidenza incontrastabile dell’idea della resurrezione dei morti solo intorno al 165-164 avanti Cristo. Antioco IV Epifane sta dando di fuori con le sue ossessioni elleniche, e cerca di imporre gli dei pagani a un popolo radicato nell’idea dell’unicità di Jahvé Sav’aot.
Ma si, facciamo progredire questi ignobili buzzurri. Trasciniamoli, di forza, per le orecchie, verso il progresso luminoso dell’ecumene ellenica: ci prova Antioco Epifane e trac! ne scaturisce un infernale casino. Il re sistema “l’abominazione della desolazione”, che sarebbe poi Giove Olimpico con fulmine e barbetta, nel tempio di Jahvé. “Ve la do io l’invisibilità, burini maledetti!”
Gli ebrei s’incazzano da morire e dalla rivolta Maccabaica scaturisce il Libro del Profeta Daniele (che non è stato scritto nel IV ma nel II secolo avanti Cristo) con una visione precisa della vita a venire. Ci siamo: niente più Sheol e vaghe fesserie su dimore umbratili ma la vita eterna nella luce del Signore. Nel Secondo Libro dei Maccabei la speranza germoglia, cresce e prospera.
Davanti all’orrore dell’eccidio di Epifane, davanti alla macellazione macabra dei sette fratelli, qualcosa, radicalmente, cambia. Il secondo fratello fatto a fette come un pezzo di manzo, annuncia la resurrezione dicendo: “Dio ci risusciterà a nuova vita”. E sembra accennare a qualcosa d’immediato e non alla consumazione dei tempi. Un caos d’idee si scatena: un maelstrom di eternità. Il terzo fratello accenna a nuove membra e di conseguenza ad un nuovo corpo.
Tu mi fai a fette come un “roastbeaf ” ma il Signore mi darà un nuovo corpo. Questo in soldoni.
Quando la madre arriva, semidistrutta, sulla scena sanguinante del macello - dopo l’inenarrabile strazio dei figli - le idee cominciano a diventare più chiare. Lo Sheol per i figli di puttana all’Epifane. Il Regno di Dio per le fettine panate maccabaiche. La madre accenna anche a qualcosa che vagamente ricorda la creazione “ex nihilo”. Tutto questo rimescolamento nel calderone delle idee ebraiche non ha nulla a che fare con l’immortalità dell’anima in senso platonico. Quello che scaturisce dal Secondo Libro dei Maccabei porta ad una visione flessibile, sfilacciata, confusa di ciò che accade dopo la morte dei giusti. I morti si risvegliano dalla polvere preservando il loro fottutissimo “ego”: una cosa che trovo abominevole. Poi arriva Gesù. E mentre ci propina le sue leggiadre parabole tre grandi movimenti religiosi si stanno scannando tra di loro.
I Sadducei che osteggiano l’idea della resurrezione e non credono neanche allo Sheol e agli angeli. I Farisei, i discendenti degli Asidei sconfitti nel 135 –105 a.C., che credono nell’immortalità dell’anima, nella resurrezione dei corpi, nella predestinazione e nel giudizio finale (e sono quelli che Gesù chiama vipere e sepolcri imbiancati). E gli Esseni che credono all’immortalità dell’anima alla maniera platonica: tu tiri le cuoia e la tua essenza luminosa se n’esce dal corpo – carcassa senza attendere giudizi o squilli di tromba. E Gesù?
Gesù crede nella risurrezione non fisica e alla retribuzione con inferno infinito più digrignare di denti. Il caos di opinioni scaturisce dal fatto che i discepoli di Gesù credono che la consumazione dei tempi è alle porte. Ed invece si sbagliano: ed eccoci qui con il giovane Bush e l’aitante Berlusconi al governo. Con l’Apocalisse giovannea il casino diventa insostenibile: una melée d’immortalità e d’apocalisse. Ma l’idea di un’anima che nel momento della morte si stacca dal soma – sema, dal corpo – prigione, per raggiungere la luce di Dio è totalmente assente dai testi del Vecchio e del Nuovo Testamento.
“Ma insomma cos’è la vita eterna?” Chiede la regina allo stalliere.
Lo stalliere risponde: non è un ritorno in uno spazio – tempo riedificato dalla volontà divina, ma un resuscitare in un nuovo mondo.
“Con piante e animali?” Chiede la regina.
“Si, secondo Paolo di Tarso (che delle bestie se ne impipa altamente)” risponde lo stalliere
“l’eternità non è un non - luogo costituito da un estendersi di tempo infinito, ma forse è il non - luogo ove il Signore Iddio preme il pulsante che fa scaturire la bolla della singolarità primordiale che ci propina spazio, tempo, cose, Elvis Presley e il rock n’roll. E’ il non – luogo – Maestà - ove spazio, tempo, cose non esistono e dove, sfortunatamente, non esistono neanche Pippo Baudo, la Carrà e l’angosciante moglie di Beckham. E’ il non – luogo che il cervello, con suoi occhiali colorati di spazio – tempo, non riesce assolutamente a concepire. Secondo cristiani ed ebrei la morte non fa immergere la scintilla divina nell’oceano ineffabile dell’assoluto indistinto e indifferenziato ma la fa uscire dallo spazio – tempo per farla entrare – se così si può dire - nell’essenza primordiale di Dio, con il suo ego bisunto e lacerato; mantenendo quindi l'individualità egotica e specifica intatta. Insomma - spiega lo stalliere - un rapporto totalmente “altro” con una realtà trascendente, assolutamente inconcepibile per un minuto cervello ove alberga una disperata coscienza e una logora ragione. Niente spazio – tempo, quindi, ma l’ineffabile e spirituale realtà di Dio contemplata dal mio ego ristrutturato, riedificato, assemblato nuovamente -se così si può dire – dalla volontà divina”
E se chiediamo al filosofo di Posilippo cos’è la vita eterna che risponde?
“Nun saccio” sussurra.
E Paolone di Tarso?
Paoletto il dualismo platonico – agostiniano – cartesiano neanche lo sfiora, e dice: quando risusciteremo avremo un corpo spirituale che sarà differente da quello naturale.
Dice: soma psuchicon e soma pneumaticon. Dice: carne e sangue non erediteranno il Regno dei Cieli, ma ciò che è incorruttibile lo erediterà. Quando la tromba suonerà, in un batter d’occhio, ci solleveremo incorruttibili e saremo cambiati.
E l’anima?
Secondo la Bibbia Jahvé insuffla nel vivente lo spirito vitale, la Rûah, e anche la Nishmat –hajjîm che significa “alito di vita” che è qualcosa che solo Dio e l’uomo possiedono e non gli animali (da questa singolare nozione scaturirà un oceano di sangue e di carni macellate); ma di divisioni tra anima e corpo, come in Platone e in Plotino, non se ne parla. Il corpo prigione dell’anima è una cosa sconosciuta alla Bibbia. La persona umana è una simbiosi di anima e corpo. Cose esilaranti avverranno più tardi quando i sommi dottori, i grandi teologi cercheranno di spiegare cosa accade all’anima dopo la morte e la separazione dal corpo. Un carosello incredibile di nozioni da Giustino a Tertulliano, da Origene ad Agostino e da Agostino all’Aquinate: un tourbillon di follie e di ilarità. Niente divisione tra anima e corpo, quindi, l’uomo è tutt’uno. Nel Nuovo Testamento Psiche e Pneuma si uniscono in possente simbiosi per poi, nuovamente, scomporsi. Dio che casino l’anima! Platone dice una cosa, Democrito un’altra, Aristotele la classifica e la divide, Agostino spara la sua, Tommaso d’Aquino è aristotelico e platonico allo stesso tempo, Averroe è aristotelico. Gli egiziani ce n’hanno a iosa. Gli Induisti hanno l’Atman. I Buddisti negano l’Atman e affermano che non esistono né dio né l’anima. I Jainisti dicono che l’anima esiste e la chiamano Atma. I Taoisti ne hanno sette. I greci del tempo d’Omero hanno solo larve disincarnate come quelle dello Sheol. Gli orfici invece hanno una scintilla divina…..eccetera….eccetera….
Conclusione: sapete che disse la regina allo stalliere che mostrava una spregevole, meschina, moscia erezione?
Disse: “Annamo bene….”
Eh sì….andiamo proprio bene!


*****

Quando tornai a casa, trovai Irene, con le natiche gloriosamente esposte nella penombra della stanza, completamente assorbita da qualcosa che appariva sullo schermo della televisione.
Ero ritornato dall’incontro con i santi padri ustascia, ricolmo di peccaminosi desideri e, lacerato da micidiali tentazioni, mi apprestavo a saltare sulla ninfetta desnuda e a cavalcarla da dietro, quando mi accorsi che qualcosa non andava. Nello schermo appariva un grattacielo che emanava un fungo fiammeggiante. Ero incuriosito ed Irene non diceva una parola; poi improvvisamente, sullo schermo, si manifestò un aereo che s’indirizzava verso un secondo grattacielo. Ero esterrefatto, l’aereo era penetrato nei piani alti del grattacielo scoppiando: un’esplosione incredibile. Chiesi: “Ma che cazzo stà succedendo?…” Con un sorriso perverso la ninfetta si girò verso di me e disse: “Osama bin Laden gli ha sparato quattro petardi nel culo. Gli islamici hanno fatto cadere un altro aereo sul Pentagono accoppando un bel numero di generali figli di puttana….”
“Ma quanta gente c’è in quei grattacieli?”
“Dicono 20.000 persone……guarda…qualcuno si sta buttando dal grattacielo per non bruciare vivo…guarda….aspetta…guarda…tutto crolla…..l’avrò visto cento volte è incredibile …. affascinante…terribile…”
Mi spiegò tutto: un attacco micidiale e simultaneo nel cuore dell’orco.
La mattina dopo dovevo partire per Londra.
“Guarda che siete esposti anche lì….questi non scherzano…vi polverizzano Londra…”
“Diocristo! 20.000 morti…ora vedrai quello che combina quel deficiente di Bush….”
“Bombarderà l’Afghanistan….e forse l’Iraq….”
“Ammazzerà un milione di bambini…ma è orrendo….”
“Lascia che te lo dica……stanno provando sulla loro pelle quello che hanno fatto agli altri per anni…è la prima volta che gli bruciano il culo….”
Diocristogesù, pensavo: hanno osato tanto. Sono andati a schiantarsi come kamikaze contro i simboli del capitalismo trionfante. Hanno avuto le palle di farlo. L’Islam sta diventando una forza rivoluzionaria più viva di tutti i marxismi passati. Fa più danni Osama bin Laden che Castro.
Pensavo alla terribile risolutezza di questi islamici suicidi. All’intensità dell’odio provato per commettere una simile atrocità.
Risolutezza? Eugenio, una volta, mi disse che un vecchio brigatista gli aveva raccontato una storia. Un romano “de borgata”, Germano Maccari, aveva dovuto eliminare Moro, disteso sotto la coperta nella Renault rossa, perché gli intellettuali della Brigate Rosse non avevano le palle di farlo: tremavano e boccheggiavano colti da un’incontrollabile angoscia esistenziale costituita da detriti residuali cattolici. Aveva sentito questa storia a Bologna e me l’aveva riportata.
Mi disse che a Moretti gli si era inceppata la Walter – PKK, e, poiché anche Gallinari lacrimava sfrenato, era toccato alla manovalanza brigatista portare a termine l’esecuzione dello statista democristiano. Così Maccari, mentre imperversava l’angst della leadership della futura Dittatura del Proletariato italico, aveva puntato la sua Skorpion e fatto fuoco. Mi ronzò nel cranio la malsana idea della risolutezza nel momento sbagliato, mentre erano saltati esseri viventi dal grattacielo. Ho pensato a quelli che tremavano davanti all’esecuzione di Moro e questi ti prendono quattro aerei (con un’operazione d’altissimo livello di preparazione terroristica) e li schiantano nel cuore di Mammone e sul brutale centro militare dell’odiato nemico: le torri del World Trade Centre e il Pentagono. Risolutezza e terribile coerenza?
Ero allibito: il problema è morire per qualcosa d’invalido e folle. Morire per una religione monoteista radicata su illusioni. Ma forse per i disperati del mondo è rimasto l’Islam.
Dopo uno dei più grandi olocausti della storia - roba da Cuore – di – Tenebra – pseudo - marxista, roba da Qin Shuangdin da quarta serie - Pol Pot muore tremante mentre i suoi epigoni figli di puttana che hanno massacrato due milioni di cambogiani e inflitto un colpo mortale all’idea del comunismo, organizzano la prostituzione pedofila con la chiara intenzione di seguire le orme della Cina nella scoperta del nuovo capitalismo. E mentre il comunismo discende nell’abisso delle leggi del mercato, i fanatici islamici - che sognano il desertico regno nei cieli dei Taliban - ricolmi d’odio e d’indignazione non ci pensano due volte a rifilarti un orrore del genere. Migliaia di bombe umane sono pronte: altro che lo scudo spaziale del deficiente texano. Magari, Bush, lo scimmione, bombarderà l’Afghanistan e allora qualcuno, per ritorsione, farà esplodere un ordigno batteriologico nel centro di Londra o New York. Ne vedremo delle belle.


*****

14 Settembre 2001

Zeno,
conosci padre Jean-Marie Benjamin? ha scritto un libro "Iraq l'Apocalisse" dove descrive la situazione politica di quella regione. La settimana scorsa ha tenuto una conferenza dove ha parlato del terrorismo islamico e ha preannunciato l'attacco di un aereo di linea dirottato, con un atto terroristico, su un obiettivo civile ad alta densità di popolazione - come se sapesse - e Vespa, che lo aveva invitato a “Porta a Porta” continuava a chiedergli: “Ma chi gli ha riferito questa cosa?” e lui continuava a non rispondere e glissare dicendo: “Ho parlato con decine e decine di persone di questa eventualità”. L’Islam si sente minacciato, e si sta unendo attorno all’Afghanistan che rischia di essere spazzato via da un eventuale attacco punitivo. Osama Bin Laden, l’indiziato numero uno, ha un'organizzazione collegata a 70 gruppi terroristici in tutto il mondo, la sua base è Al Quaeda. La CIA e l’FBI non riescono a trovarlo, però hanno rintracciato subito i nominativi dei 19 attentatori alcuni dei quali hanno vissuto per anni nel sud della Florida, preparandosi nelle migliori scuole di pilotaggio, per poi andare in missione. Solo ora li rintracciano? Volontari kamikaze vengono reclutati anche via Internet, sono loro le armi più micidiali e incontrollabili, uomini, donne e bambini votati al suicidio per la loro causa, armati solo di coltelli e taglierini:
a loro non serve la tecnologia. Ma l'organizzazione di Bin Laden dicono sia in grado di cancellare l'Occidente in tre giorni, quindi armi e strategie micidiali sono già pronte. Oggi, in tutto il mondo occidentale, sono stati osservati i quattro minuti di silenzio per i morti, ma io, pur essendo vicina alla tragedia delle vittime, dal punto di vista umano, non sono riuscita a sentirmi partecipe. Tutte quelle bandiere americane svolazzanti mi inquietavano, anzi, se devo essere sincera, ho provato un senso di nausea di fronte a tanto sdegno e commozione nazionalista, perché so che il mondo occidentale ha grandi responsabilità per quello che accade. Dalle strategie finanziarie ed economiche dell'Occidente dipende tanta povertà, tante dittature, tante guerre, tanta sofferenza ora in atto nel mondo; dall'Occidente dipende anche tanta distruzione della terra, e l'America è la testa di questo mostro – apparentemente e banalmente benigno - maligno che avvinghia il mondo con i suoi tentacoli. L’Occidente ha costruito la propria ricchezza sulle ossa dei poveri a scapito di altre aree del pianeta che sprofondano nell’inferno di guerre intestine decennali. L'arroganza, la sete di potere, il dominio imperialista dell'Occidente sul mondo ha prodotto la sua nemesi storica.
La morte di vittime innocenti è sempre condannabile, a prescindere da razza, colore e religione. Avrei condiviso i quattro minuti di silenzio e di preghiera se fossero stati rivolti a tutte le vittime della violenza, della guerra, del terrore e dell’oppressione nel mondo. Non solo per sventurati manager, banchieri e impiegati delle Twin Towers, ma anche per uomini, donne e bambini del terzo mondo, palestinesi, iracheni, afgani, deprivati di tutto dagli embarghi e dalla scellerata politica economica occidentale. Una guerra causerebbe infinita sofferenza ad altri esseri viventi e al pianeta nella sua globalità. La guerra mi fa paura perché mi sembra vicina e incombente.
Negli uomini c’è sempre una tensione che li porta allo scontro armato e la conflittualità tra le civiltà ha raggiunto il livello di guardia. Speriamo che prevalga il buonsenso e la diplomazia dell'Europa che ha vissuto sulla sua pelle, per ben due volte, i massacri dell’ultimo secolo.
Ma dubito che si possa sventare una tremenda rappresaglia, l'orgoglio americano prevarrà e la sua vendetta sarà spietata. Polifemo è stato accecato da Ulisse mentre dormiva, come risponderanno i suoi fratelli? …

Ines


*****

Ramzi Youssef ha il volto incorniciato da una barba ruspante, ha gli occhi chiari e distanti l’uno dall’altro, un naso largo e un volto piacevole. Ramzi Youssef è il signore che voleva far saltare le Twin Towers nel 1993, è un giovane educato in Inghilterra - non un povero Taliban ignorante che ha subito il lavaggio del cervello con la promessa della passera profumata alla fine della vita.
Ramzi Youssef voleva assemblare una bomba e depositarla presso le fondamenta di una delle torri provocando un’ingente esplosione che devastando un grattacielo l’avrebbe fatto crollare sull’altro cagionando la morte di 250.000 persone. L’idea era di far pagare, quantitativamente, agli americani un orrore simile a quello che avevano inflitto ai giapponesi a Nagasaki. Ramzi Youssef finanziato da Osama bin Laden non ce la fece con i soldi e i suoi accoliti sbagliarono pilone. Voleva anche uccidere Bill Clinton e il Papa, magari facendo precipitare un Jumbo jet su San Pietro. Fu catturato in Pakistan dopo un’esplosione in una cucina. Gli americani lo portarono in una prigione di grande sicurezza a Florence nel Colorado. Ramzi Youssef ideò il “Bojinkla plot” un piano che consisteva nel far saltare dodici aerei in volo sull’Oceano Pacifico.
Quando gli americani lo trasferirono nel sacro suolo della libertà e della democrazia, un agente dell’FBI gli fece vedere le Twin Towers e gli disse: “Sono ancora in piedi”.
L’arabo rispose: “Non sarebbero in piedi se avessi avuto soldi ed esplosivi a sufficienza per farle saltare …”.
Alcuni anni dopo, qualcuno i soldi li ha trovati.
Moahamed Atta era uno studente modello. Un volto interessante con lo sguardo intenso.
Era rispettato e considerato dal suo professore molto religioso e capace. Moahamed Atta è uno dei kamikaze che è entrato con il jumbo nel grattacielo senza essere annunciato. Quello che fa spavento è l’assoluta incapacità, da parte degli americani, di capire perché un odio così monumentale, così acerrimo alberghi nei cuori dei giovani musulmani; capire perché i giovani islamici decidono di immolarsi per colpire i simboli dell’Occidente e in special modo l’America.
Gli americani non lo capiscono. O sono in pochi a capirlo. Un odio così virulento e spaventoso è quasi inconcepibile. I militanti islamici credono di combattere contro Satana e credono di dedicare la loro vita alla causa di Dio. Ma gli americani non capiscono. Chi si sente umiliato e oppresso, perché pensa che una superpotenza gli ha distrutto la vita costringendolo a vivere un’esistenza infame – come un palestinese in un campo profughi -, può decidere di farsi saltare per aria per infliggere scempio e strazio al suo persecutore: questo non meraviglia. Ma gli americani non capiscono e farfugliano fesserie sulla democrazia in pericolo quando hanno mantenuto al potere alcuni dei peggiori tiranni del ventesimo secolo: Pinochet, Papa Doc, Trujilo, Battista, Castellos Brancos, Mobutu, Tsaldareses, Kys, Lo Nol, Marcos, i generali argentini, i colonnelli greci, i golpisti sudamericani, i massacratori degli Indios e gli assassini vietnamiti. I segni erano evidenti: le caserme dei marines attaccate a Beirut nell’83, il World Trade Centre nel 93, le bombe dell’Al Khobar nel 96, l’attacco alla USS Cole nel 2000, un crescendo spaventoso d’odio ma loro non capiscono perché la gente li detesta. Gli americani si sbarbano la mattina pensando di essere i simboli della democrazia e della libertà nel mondo, ma il mondo islamico li vede come brutali e corrotti oppressori e amici dei tiranni. Gli islamici dicono che le sanzioni contro l’Iraq hanno ucciso un milione di bambini. Dicono che le vendite smisurate di armi a Israele hanno prodotto i massacri palestinesi. Gli islamici vedono gli americani come coloro che armano e difendono l’oppressore ebreo. Come coloro che mantengono al potere governi arabi corrotti, putrescenti e impopolari. Li vedono come presenza offensiva nei sacri luoghi come la Mecca o Medina.
Ma gli americani non capiscono. Questi uomini sono pronti a morire - della vita gliene importa poco - e un Osama Bin Laden defunto è l’araba fenice dalle cui ceneri nasceranno migliaia di futuri kamikaze. Sono stati gli americani a mettere al potere i Talibani nel 1980 e a gioire vedendo il comunista Najibullah, con il pene reciso in bocca, oscillante da un ramo. Ora, giustamente, piangono davanti all’atrocità di New York.. Ricordo di aver letto che Timor fu invaso poche ore dopo la partenza di Kissinger e di Ford da Jakarta. Un terzo della nazione svanì dopo il “placet” americano: 200.000 persone furono uccise, quantitativamente e percentualmente, questo numero di morti equivale, tanto per dare un’idea, a 19 milioni d’italiani o d’inglesi massacrati.
Provate a chiedere a dieci americani se hanno mai sentito parlare di Timor Est?
Quanti risponderebbero si? Due…tre….Certamente non furono gli americani ad uccidere gli abitanti di Timor Est, ma poiché nulla si muove sotto il sole senza che loro non lo vogliano, furono i loro responsabili politici - democraticamente eletti dal popolo sovrano - a dare l’assenso a Suharto per l’annessione della parte orientale dell’isola e, di conseguenza, a dare inizio ai massacri.
Kissinger gronda sangue. E ancora rompe. Dal 1965 al 1969, un milione di persone - tra comunisti, simpatizzanti (e vagamente simpatizzanti) - furono massacrate in Indonesia.
La CIA è stata l’ispiratrice del macello come lo è stata in Cile (su scala inferiore).
L’America è stata fisicamente presente con le sue truppe in Vietnam, in Cambogia, in Laos.
E’ stata la CIA, in Congo, a decidere la morte di Lumumba dando inizio al regno del terrore di Mobuto e alle guerre che sconvolsero, e stanno ancora sconvolgendo, la regione, provocando l’olocausto di cinque milioni di neri, come se Leopoldo II non fosse già stato sufficiente.
E non fu il loro nefasto intervento in Cambogia a provocare l’utopia di Pol Pot?
Chi mise al potere Lo Nol provocando la reazione furiosa dei Khmer Rouge?
Ora piangono per lo strazio subito, ma ancora non capiscono.