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LIBRO PRIMO: TENEBRE E LUCE
1. Le cose sprofondano nel nulla Ho aperto gli
occhi.
Nella luce diafana vedo un quadro sbiadito dal sole. Consumato dalla luce. Ma
esiste il sole in Inghilterra? Esiste veramente? Orione dorme sul letto e Osei
ronfa beato. Dopo il viaggio infernale eravamo giunti a compimento, se così si
può dire, ci eravamo rifugiati e sbracati in una casupola di Ashes Grove a
Wimbledon.
Il quadro?
C’è una santa con una frangia bionda estremamente sexy, è coperta da una tunica
aderente, celeste, ha lunghi capelli biondi e un’aureola similoro. Vicino a lei
c’è un fanciullo arcigno che, uscendo dalla tenebra, tiene tra le dita una
candela. Un bimbo austero dai riccioli biondi guarda incuriosito un vecchio
santo dal sorriso sornione che stringe al petto una chiesa con un tetto rosso.
Queste figure sbiadite erompono da un oscuro profondo che fa pensare al nulla.
Il vecchio santo ha un naso da pugile fracassato, la santa è minuta e compatta
ed ha occhi da cerbiatta. Si intravedono, anche, seni da leggenda e gambe
tornite ideali per un violento amplesso.
Alla destra della santa c’è un fiorire di guerrieri normanni che si disperdono
tra colonne e ghirigori.
Un evolversi quasi astratto in una visione modernissima di folli capitelli
romanici.
La casa che contiene il nulla ha un tetto azzurro e colonne di porfido.
Complessivamente vedo nove quadrati che raccontano la storia della santa
misteriosa. Nel primo quadrato la santa respinge, con profondo orrore, le oscene
proposte di una vellutata megera. Perché non ti fai fottere dal re, tesoro,
l’amore viene dopo, pensa alla ricchezza e alla gloria. La verginità è
un’emerita stronzata. Il buchino prima o poi lo concedi. E’ in fondo quello che
suggerisce il 60% delle mamme italiane.
Nel secondo quadrato il re fa le sue proposte oscene, la megera mormorando
insiste e la santa
appare perplessa. Me la molli quella fichetta incontaminata?
Nel terzo quadrato soldati normanni flagellano la fanciulla, che non vuol
saperne di concedere la vulva. La fustigano in un tripudio sadomaso. Nel quarto,
la giovane donna, è appesa come una crocifissa a qualcosa di invisibile, ha seni
gloriosi scoperti ma il ventre è pudicamente occultato da una lacera tunica
azzurra, un boia la interroga e, violentemente, la strapazza. I quadrati
disegnati sopra il tetto azzurrino della casa del nulla finiscono e riprendono
sotto il pavimento del vuoto. Si potrebbe dire nella cantina dell’Essere. Nel
quinto quadrato la santa è distesa su una fornace ardente, due vecchi dignitari
la contemplano mentre l’abbrustoliscono. Un soldato calvo tiene in mano una
lancia. Nel sesto quadrato esplode la rivolta contro il monarca crudele. Nobili
normanni lo accusano dell’orrore perpetrato contro il sacro corpo. Ma dovevi
proprio cucinartela? Non bastava fottertela? Il re tremebondo, è affacciato su
un minuto bislacco balcone, l’immagine è convessa, distorta, bombata, la visione
è profondamente metafisica.
La megera trema di paura, il regime sta crollando per un pronunciamento militare
- normanno.
Nel settimo quadrato la santa è in una bara nera e una folla di dignitari la
piange.
Nell’ottavo il re è massacrato dai guerrieri in rivolta. Destrieri gloriosi lo
calpestano in una nave
troppo angusta. Il monarca scivola con le ossa rotte nel mare. Lo hanno preso e
fatto secco mentre fuggiva. Nell’ultimo quadrato divorato dall’umidità si
intravedono frati che cantano nenie.
E’ l’apoteosi della santa? Non so. Il quadro sbiadito mi ha colpito: quando ho
aperto gli occhi, nel mio primo giorno a Londra, immagini feroci mi sono
sobbalzate nel cranio. Ho rivisto la mia santa mignotta a carponi sul letto
disfatto mentre ferocemente la galoppavo.
Ho rivisto il suo volto contorto dal piacere, riflesso da un grande specchio.
La piccola santa sembrava l’immagine della mignotella che ho divorato in un
albergo romano.
Una metafisica, saggia, depravata troietta, minorenne con un padre odioso e
deputato
che l’adora. I serpenti si sono immediatamente risvegliati nella parte bassa del
ventre, come i capelli della testa di Medusa: la santa torturata conduce al
tripudio dei sensi.
Orione sbadiglia mentre Osei si stira. Mi confonde essere diventato un
semipedofilo.
Ma è profondamente piacevole.
*****
Stanno creando una mappa delle galassie. E’ come un vortice sospeso dentro
qualcosa che potrebbe essere chiamato infinito ma che forse infinito non è. La
via lattea è un agglomerato minuto, in mezzo a miliardi di galassie che
contengono miliardi di stelle e di pianeti.
In questo vortice cosmico in un angolo infinitesimale e sperduto ci siamo noi
come microbi che abitano un pulviscolo.In questo immenso roteare c’è la terra
ove una specie nazista di microbi tirannici domina su altre specie di microbi
innocenti. In mezzo a questo turbinare vicino al quadro della santa mignotta,
che ho descritto, c’è un vaso di vetro che contiene un pesce rosso.
Il pesce è abbandonato in questa vecchia casa, ove ora abito, ad Ashes Grove, a
Wimbledon Park,
non molto lontano dal luogo ove si svolge il più importante torneo di tennis del
mondo.
Destine, l’amante di Eugenio, ogni mattina dà il mangime al pesce e cambia
l’acqua ogni settimana; la povera creatura vive nel suo spazio angusto
attendendo la morte.
In effetti siamo tutti nelle stesse condizioni, ma sicuramente con più spazio
vitale a disposizione.
Arrivando, ho trovato questo pesce rosso solitario e l’osservo, anzi lo
contemplo per ore ogni giorno. Provo un profondo amore per questo essere. Sto
trasmettendo vibrazioni di compassione e rispetto verso questa povera ed
insignificante esistenza. Lo sto riportando alla luce attraverso la mia
attenzione. La mia coscienza lo culla, lo tiene sospeso nell’essere.
In questo turbine di galassie c’è anche la sua vita, non meno significante della
mia.
E mentre questo essere rotea con la terra e con le galassie e tutto fugge verso
un indicibile punto, centinaia di migliaia di bestie vengono uccise e bruciate a
causa dell’afta epi-zootica.
L’Inghilterra è divenuta una terra di sterminio per quasi un milione di esseri
innocenti.
La specie dominante ha decretato che gli animali sono cose, un agglomerato di
bistecche e salsicce. Il loro sterminio quindi importa relativamente e la vita
continua.
E guai paragonare questa strage ad una Auschwitz animale. Si incazzano tutti.
Una vacca è una vacca e gli ebrei sono ebrei. E piantiamola lì. Gli animali sono
cose, sono come lattine di birra usate, sono come pietre, sono come bambole di
pezza abbandonate, perché la specie egemone, costituendo la sua ideologia, ha
così decretato.
Eugenio è il mio vecchio professore di filosofia. Ho studiato filosofia con lui,
ma non ho dato tutti gli esami, sono stato colto dalla nausea dopo aver visitato
un macello e dopo aver visto gli occhi degli animali. Sembra strano, ma nel
mattatoio la mia vita è cambiata.
E’ stata una metanoia radicale, ed ora, senza mezzi termini, odio la mia specie.
Si, non ho più tempo per la mia specie. Considero questa genia come un male
perambulante sulla terra, come un demone meridiano, la vedo come una razza di
conquistatori che sta annientando il pianeta. Detesto la mia specie. E da questo
odio è scaturito, prepotentemente, il tipo di lavoro che faccio. Eugenio
ripeteva spesso un detto di Senofane, il filosofo di Colofone, contemporaneo di
Pitagora : “Gli dei degli etiopici hanno la pelle scura e il naso camuso; gli
déi dei traci sono biondi e con gli occhi azzurri; se i buoi sapessero disegnare
i loro déi sarebbero buoi.”
Ecco un brevissimo ed essenziale compendio filosofico: una specie egemone sulla
terra si inventa tutto. Decide ciò che può divorare e ciò che non può divorare.
La moglie dell’altro o il figlio dell’altro non può cucinarselo, perché
altrimenti scoppia un casino ma tutto il resto può, impunemente, ingoiarselo. I
cinesi insegnano. Cina docet.
Per far questo, la specie egemone, si inventa un Dio che ripete esattamente
quello che vuol sentire, si inventa pure la coscienza che è un puro rimuginare
in un vuoto.
Partendo da questo concetto essenziale è facile capire come sono giunto alla
conclusione che tutta la moralità è una costruzione puramente fantastica e
utilitaria. E riflettendo su questo, quando leggo su assoluti, imperativi
categorici, esseri, trascendenze, e tutte le altre minchiate mi viene un gran
senso di nausea.
Una specie egemone fonda il suo credo sulla menzogna, come avrebbero fatto i
nazisti se avessero vinto la guerra. Il macello mi ha cambiato radicalmente ed
anche leggere gli estratti della conferenza di Wannsee.
Mi sono fottuto una minorenne a 47 anni? E allora?
Faccio il lavoro che faccio? E allora?
Così ho piantato tutto. Ma a Eugenio De Marchi, che capiva molto bene
l’abbandono degli studi, sono rimasto affezionato e quando mi ha chiamato mi
sono precipitato subito qui da lui.
Intanto il pesce rosso gira nel suo limitato spazio e il mio cuore sanguina per
la sua solitudine.
Orione si gratta e Osei osserva gli uccelli nel misero giardino.
Che profonda tristezza. E’ notte fonda, è oscurità caliginosa, senza un
baluginare di luce - perché anche la luce interiore è un’invenzione della specie
egemone -.
*****
25.3.2001.
Cara Ines,
….eccoci a Severino e Parmenide, ce n’ho messo di tempo….
Parmenide mi sembra affermare che è necessario eliminare ogni differenza nelle
cose.
Dice che il divenire è inganno che l’Essere è l’Archè delle cose.
Dice che l’Essere è uno e immobile. Io immagino l’Essere parmenideo come una
sfera luminosa di luce folgorante e compatta: unità e immutabilità sono gli
attributi dell’essere parmenideo.
L’Essere è, non diviene, è pienezza assoluta, è senza vuoti. E’ identico ed
eterno. Il non essere non è. Ciò che non è non può essere pensato. Tutto il
divenire è illusione dei sensi.
Credendo nell’illusione dei sensi i mortali producono il cicaleccio della
stoltezza e dell’opinione
Con Parmenide siamo davanti alla disintegrazione del divenire Eracliteo, al suo
abbattimento.
L’Essere parmenideo, come ho detto, sembra un’enorme compatta luce immobile, ed
intorno a questa sfera immobile, indivisibile si agita un teatro illusorio di
ombre e di marionette.
Il molteplice è totalmente illusorio. La molteplicità delle cose è irreale.
Mi sembra che Parmenide concepisca l’essere nello spazio.
L’Essere e ciò che riempie lo spazio e il non essere è lo spazio vuoto.
Quindi l’essere come spazio pieno e il non essere come spazio vuoto.
L’Essere increato, indistruttibile, uguale, costante, perenne, fuori nel tempo
ma limitato.
Eterno ma limitato. Un’essenza compatta e immobile che esclude la molteplicità
dalla sua indivisibile unità come inganno e menzogna.
Le cose per Parmenide hanno la sostanza dei sogni al risveglio mattutino.
Quindi un visione senza cose.
Per Severino è differente.
Partiamo dal concetto basilare, la fondazione del pensiero di Severino.
Il “refrain” ripetuto centinaia di volte è che la follia essenziale si esprime
nella persuasione che le cose escono e rientrano dal niente: il pensiero che fa
scaturire la follia dell’Occidente.
E che “ il mortale è questa volontà che le cose siano un oscillare tra l’essere
e il niente.”
Concetto ossessivamente ripetuto. I Greci sono stati i primi a pensare in senso
radicale il nulla e “che le cose del mondo dal nulla emergono e nel nulla
ritornano.”
Il Greco porta a compimento il pensiero del nulla e delle cose dimoranti tra i
due abissi ed è il primo a guatare nella tenebra del nulla, mentre l’uomo che lo
precede crede ancora di compiere un viaggio dopo la morte.
Preso atto del pensiero essenziale passiamo al destino delle cose:
Severino giunge ad una sua verità riguardo le cose e l’Essere.
Il filosofo afferma ripetutamente che le cose “ tutte dalle più umili e
umbratili alle più nobili e grandi sono tutte eterne . Tutte e non solo un dio,
privilegiato rispetto ad esse.”
Dice che “ ogni essere è eterno, ogni istante e il contenuto di ogni istante,
ogni cosa, situazione aspetto, forma, sfumatura relazione sostanza, ogni
materia, ogni pensiero, ogni gesto, ogni verità,
ogni errore sono eterni e che l’apparire è il manifestarsi di tutti gli
essenti.”
“Non solo la legna fiammeggiante, le braci, la cenere, il vento che le disperde
sono eterni astri dell’essere che si succedono nel cerchio dell’apparire, ma
anche tutte le fasi dell’albero….che hanno preceduto la legna tagliata dal
fuoco.”
Tutti gli astri del cielo sono eterni. La più umile delle cose è un astro eterno
del cielo.
Il manifestarsi del divenire è l’apparire e lo scomparire degli eterni.
Le cose eterne entrando nel cerchio dell’apparire acquistano la convinzione di
non essere niente e fino a quando restano nel cerchio dell’apparire mantengono
questa convinzione che è un inganno.
Il pensiero dell’oscillazione nel nulla, del mondo dell’illusione porta
l’Occidente alla manipolazione infinita delle cose. Al mondo dell’inaudita
violenza. Al mondo “ove ogni cosa sia essa uomo, animale, esiste solo se
impedisce ad altri di esistere, solo se costringe altre cose a rimanere e
divenire niente, se è Hybris, prevaricazione.”
Ma Severino dice che quando le cose escono dal mondo dell’apparire, quando
escono dal cerchio del divenire illusorio, sono raggiunte dal destino della
verità che impedisce loro di divenire nulla.
Ma le cose che balzano fuori dal cerchio magico dell’illusione, che emergono
dallo spazio dell’ingannevole caducità non diventano uno con l’immobile Essere
parmenideo, non si dissolvono in un assoluto indifferenziato, rimangono eterne
perché eterne sono nella loro essenziale natura. E mi pare che dica
“individualmente eterne”.
Le cose entrano quindi in un cerchio eracliteo che le fa credere di essere
transeunti e caduche per poi fuoriuscire e riacquistare la loro natura
originale; se così si può dire.
In quel soggiorno ingannevole credono all’oscillazione nel nulla e sono oggetto
dell’inaudita violenza.
Anche il discorso di dio che dice di estrarre questo mondo dal nulla, il Dio
della “creatio ex nihilo” è falso perché le cose sono eterne e non originano dal
nulla. Sono sempre state.
Severino afferma che il centro dei suoi scritti è l’eternità delle cose.
L’eternità di ogni istante, di ogni situazione. Ogni istante è eterno e tutto
ciò che appare e non appare è eterno. Eterni sono anche ogni dolore e ogni
angoscia.
Se sono eterni il dolore e l’angoscia allora sembra attenderci un fato orrendo,
che assomiglia vagamente all’eterno ritorno di Nietzsche. Severino a questo
proposito pensa che quando si manifesterà la verità essenziale e sarà evidente
che l’annientamento delle cose è una radicale menzogna e che le cose sono
eterne, allora, e solo allora, l’angoscia sarà trascesa. Quando si uscirà dalla
follia dell’oscillazione nel nulla sarà impossibile concepire la creazione e
l’annientamento di ogni essere. L’eternità di ogni cosa non è dominazione sulle
cose, non esiste un padrone come il dio dei cristiani che concede eternità e
vita alle cose, non vi sono servi e padroni, dice Severino, l’eternità è il
cuore delle cose stesse, è la loro natura originale.
Ma le cose non sono illusorie come il divenire parmenideo, le cose sono eterne e
non si dissolvono in un Tutto indifferenziato, in una sfera di luce eterna e
allo stesso tempo finita.
Così mi è sembrato di capire.
Zeno
*****
Dicono che il 90% della massa dell’universo è formato da stelle bruciate
Dicono che una nana bianca sia grande come la terra ma che può pesare come mezzo
sole.
Dicono che un cucchiaio di materia di una nana bianca pesa quanto un elefante.
Intanto stanno rivoluzionando la mappa della vita. La vita ha 4 miliardi e mezzo
di anni ed è già una puttana. La via lattea è nata dai 14 ai 16 miliardi di anni
fa. La terra 4,56 miliardi di anni fa.
La luna 4,5 miliardi di anni fa. Gli oceani si sono formati 3,9 miliardi di anni
fa.
La prima timida forma di vita è apparsa 3,85 miliardi di anni fa.
E dopo una serie di pernacchie epocali, che hanno annientato varie specie di
invertebrati, coralli, trilobiti, insetti e dinosauri, con esplosioni ricorrenti
ogni 10 milioni di anni, dopo una serie di estinzioni di massa avvenute nei
periodi ordoviciano, devoniano, permiano, triassico, cretaceo, che hanno fatto
sparire il 30% della specie dalla faccia della terra, siamo apparsi noi per
demolire, prigionieri del nostro infame destino, questo povero pianeta.
Prima l’Austrolopithecus ramidus 4,5 milioni di anni fa, poi l’Austrolopithecus
Afarensis 4 milioni di anni fa, poi l’Austrolopithecus Africanus 3 milioni di
anni fa, poi l’Homo Erectus 1,6 milioni di anni fa, quindi l’Homo Sapiens 30.000
anni fa.
Poi ci siamo evoluti e si è incarnato il Nostro Signore Gesù Cristo per volontà
del suo babbo Jahvé e siamo divenuti tutti più buoni. E siamo andati avanti
migliorando sempre di più.
Siamo progrediti verso l’ordine e la luce della ragione.
E dopo questo lunghissimo viaggio evolutivo siamo sboccati in una delle nostre
più riuscite soluzioni: l’homo sapiens padanus.
Giorni fa, forse uno di quegli scimmioni sapienti ha abbandonato nella
metropolitana di Milano, per protesta, un vitellino appena nato che è poi morto.
Magari questo sublime atto sarà stato eseguito da un borgheziano-padano.
Le contorsioni dell’evoluzione ci hanno condotto al fulgido esempio dell’Homo
sapiens
che disinfetta gli scompartimenti dei treni occupati da mignotte nigeriane.
Inoltre, questa ramificato avanzamento ci sta donando il più fulgido esempio
della manifestazione dello spirito sulla terra, dopo il Buddha e il Cristo Gesù
è apparso il cavalier Berlusconi.
L’Homo berlusconensis con il suo angelico ispiratore Baget Bozzo come apici
della lunga marcia dei mortali verso Dio e lo Spirito Santo. Itinerarium mentis
ad Deum. Quattro miliardi di convulsa storia ci hanno donato un prete che ci
illumina sull’Anticristo e condanna il Vaticano II e un leader, unico nella
storia del mondo, che trascende e supera Cesare, Alessandro il Grande e anche il
presidente americano George Bush.
Dicono, anche, che un’arcana materia oscura sia la parte mancante della massa
dell’universo.
Quando penso alla materia oscura penso sempre all’oscurità che sovrasta le
immagini dipinte da Caravaggio e da De la Tour. Penso alla densa notte e alla
esigua luce della candela che fa emergere le visioni. Sto guardando una
riproduzione di De La Tour con una pia donna che assomiglia molto alla mia
ninfetta romana e si chiama stranamente come lei: Irene. La Santa vergine sta
estraendo da San Sebastiano una delle frecce che lo hanno reso un colabrodo
riducendolo, più tardi, ad icona dei gay come santo sexy e desnudo. Irene, nel
quadro, ha la bellezza silenziosa della minorenne romana. Con una variante:
l’espressione dell’Irene romana cambia durante l’amplesso.
L’armonia svanisce nel piacere. Un qualcosa di demonico affiora.
Questa volto di bilanciata e pacata compassione, che appare nella luce sontuosa
e mistica di De la Tour, assume nella ninfetta, durante l’atto, un’espressione
sofferta e contorta.
Ed è come se una statua di Fidia assumesse improvvisamente le fattezze disperate
del Lacoonte che lotta con i serpenti, per salvare i figli, su una spiaggia
troiana.
Non c’è nulla di più rilassante della luce di De la Tour, di Vermeer, di
Lorrain, di Turner per l’anima afflitta dalle angosce del mondo.
E’ una luce che trascende il reale e fa pensare a lidi lontani, a terre sfumate
da brume e foschie.
Sebastiano guarda la santa con mistico distacco mentre la pia donna gli estrae
una freccia conficcata nella coscia. Irene ha un volto pieno di compassione e
serenità. Un fanciullo con una grande lampada osserva. La scena è perfettamente
bilanciata nel silenzio di Dio.
*****
30.3.2001
Caro Zeno,
…..rileggo spesso le nostre lettere, mi fanno riflettere, è come un gioco,
ricostruire un puzzle di mille pezzi. E ogni volta mi manchi da morire e una
immensa nostalgia invade la mia anima.
I giorni passati insieme a Roma mi sembrano un sogno.
Quella mattina all’appuntamento davanti a Santa Maria degli Angeli eri
bellissimo. Il tuo volto era sereno e luminoso, i tuoi occhi verde smeraldo
brillavano di una strana luce…viva…il tuo sorriso mi amava profondamente e
teneramente…una strana aria primaverile e calda ci avvolgeva e drogava.
Attraversare il traffico, la città, via Nazionale…con te è stato come volare nel
silenzio.
Sentivo solo la tua voce e tutto quello che mi girava intorno era come assorbito
in un film muto.
Perdersi nei meandri di Palazzo Venezia attraverso le stravaganze della magia
pazza di Kircher, camminare veloci attraverso gli spazi del Palazzo delle
Esposizioni alla ricerca dei molteplici volti di Cristo. Ricordi il Cristo del
Beato Angelico? quello con gli occhi rossi piangenti lacrime di sangue …astratto
e metafisico? E le foto di Giacomelli con il gattino bianco sempre in primo
piano…l’infinita desolazione di quelle immagini in bianco e nero, e il vuoto
assoluto dell’esposizione di arte contemporanea. Camminare accanto a te era come
essere trasportati nell’aria. Mi sentivo levitare, ero felice e ti sentivo
felice. Eri estremamente seducente, avrei fatto l’amore con te dietro il primo
pannello espositivo adatto a nasconderci, morivo dalla voglia di saltarti al
collo e morderti le labbra. E tu mi hai detto: “Sei molto sexy oggi vestita
così”. Anche tu avevi la stessa voglia di mangiarmi. Le notti passate tra le tue
braccia in quella camera di albergo di Roma sembrano lontane anche se io ogni
sera immagino di stare con te, avvolta dal tuo calore e dall’odore del sesso.
Immagino di sentire il tuo corpo sul mio, le tue mani che stringono avide i miei
seni e le mie natiche….il tuo perderti e svuotarti in me. Tutte le notti sogno
di essere divorata da te…e di vedere i tuoi occhi luminescenti. Mi mancherai
molto in questi giorni. Lunghi giorni in attesa del tuo ritorno. Ma la salvezza
è questo spazio vuoto e silenzioso….dove ci possiamo incontrare e amare quando
vogliamo nell’assenza, nell’invisibilità, nella dimensione magica in cui ci
siamo conosciuti. La salvezza sono i libri che mi hai regalato. Sarò sempre la
tua concubina metafisica.
Irene
Ps. Ho iniziato a leggere lo scritto di Tolstoj “Contro la caccia e il mangiar
carne” e i Colloqui di Schopenauer.
*****
La mattina parto da Ashes Grove, procedo verso Wimbledon Park, lo attraverso e
lascio libero Orione e il cane di Eugenio, Plato. Li riprendo alla fine del
parco e ci avviamo verso Wimbledon Common. Seguiamo Church Road, procediamo
verso il parco seguendo Bathgate Road, passiamo attraverso il territorio dei
ricchi e sbocchiamo in Somerset Road che è ai confini del Common.
Poi ci avviamo verso il mulino, costeggiamo il lago e il cimitero di Putney
Vale. Attraversiamo i campi di gioco e seguiamo un ruscello chiamato Beverley
Brook. I cani corrono liberi.
Continuiamo navigando un mare di fango verso Caesar Camp. A Camp Road ci attende
Destine con la sua vecchia Ford e ritorniamo.
Lunedì dopo il mio errare con i cani, tornando a casa, ho trovato un messaggio
di Eugenio mi invitava ad andare ad ascoltare un sermone serale presso una
chiesa cattolica nei pressi di Victoria.
All’ora stabilita siamo partiti e abbiamo preso la metropolitana. La District
Line ci ha portato a Victoria e ci siamo avviati verso la misteriosa chiesa. Mi
sembrava strano che Eugenio, un filosofo ateo, fosse interessato ad un sermone.
Giunti in una chiesa neo - gotica. siamo entrati e ci siamo seduti. Era tutto
molto curioso, Eugenio non mi aveva voluto spiegare nulla. C’erano un centinaio
di persone molto attente che seguivano una predica di un prete sui
cinquant’anni, alto e austero. Il prete parlava sommessamente, quasi mormorando.
I fedeli ascoltavano con grande attenzione.
Il sacerdote parlava del distacco dal mondo. Del distacco dalle cose del mondo.
Del non restare prigionieri di creature che abitano il tempo e l’eternità. Del
non amare Dio sperando nel Regno dei Cieli. Di amare Dio solo ed esclusivamente
per l’amore di Dio.
Il prete diceva che Dio è infinità nella semplicità e semplicità nell’infinità.
Che Dio è la parte più ascosa delle cose e che risiede nel centro più remoto
delle cose. Diceva che la natura divina è completamente altra e non ha nulla in
comune con le cose del mondo. La natura divina è una terra arcana, un deserto
sconosciuto, senza nome. Diceva che se uno dava tutto quello che aveva ai
poveri, Dio in cambio gli avrebbe concesso una infinità di dolori, e inoltre
avrebbe sofferto per tutta la vita. E sussurrava che se Dio si concedesse per un
solo attimo tutto il dolore svanirebbe perché la gloria del Signore renderebbe
insignificante la nostra sofferenza. La annienterebbe.
Non solo la voce dell’uomo proclama Dio ma, nel suo silenzio, anche la pietra.
E se ci allontaniamo dalle cose e coltiviamo il distacco dal mondo siamo
santificati.
La scintilla divina non desidera nulla, non vuole le cose, desidera ardentemente
solo Dio ed è nuda come il Signore, in se stesso, è nudo. Se un uomo dice ho
rinunciato a tutto è bene che sappia che quella rinuncia è insignificante, è
bene che sappia che la contemplazione della propria rinuncia è insignificante.
Quelli che vivono nel mondo, ma hanno rinunciato al mondo sono così puri che gli
uomini li detestano, li disprezzano, li odiano. Il Padre ha solo un Figlio e se
noi rinunciamo alle cose del mondo e ci allontaniamo da esse il Figlio nascerà
nei nostri cuori e noi nasceremo nel Figlio e diventeremo un unico essere
divino. L’anima deve essere vuota per ospitare Dio. Bisogna vivere senza
domandare e vivere in solitudine permettendo che Dio si unisca a noi. Dio ha
creato l’anima affinché fosse riassorbita in lui.
“Ma è Eckhart” dissi - rivolgendomi ad Eugenio “sembra una predica di Eckhart….”
“Esattamente” rispose Eugenio “é una predica di Eckhart e quel prete, che si
chiama Jason Langley, non crede ad una parola di quello che dice. Ma quelli che
lo ascoltano sono curati, sono sanati dalle sue parole. Jason porta la pace di
Dio nei cuori malgrado il suo fermo ateismo. Non lo trovi affascinante?”
Ero senza parole.
“Venerdì lo invito a cena. Vuoi?”
“Certo. Sarebbe bello ascoltarlo.”
Il prete sommessamente continuava il sermone. Dio non è né buono né cattivo, ma
è oltre il bene e il male, pensare, immaginare qualità in Dio è cosa
profondamente errata.
Jason accennava al Nulla primordiale per approdare al terreno minato della
distinzione tra Dio e l’uomo: un misticismo che andava diretto al cuore
dell’immanenza divina nell’umano ed aveva creato enormi problemi a Meister
Eckhart.
Ma Jason se ne infischiava e predicava l’immanenza divina agli attentissimi
ascoltatori, che sembravano un gruppo fidato e scelto, quasi una setta segreta,
esterna alla Chiesa.
Eugenio mi indicò una donna molto bella, vestita di nero, a circa dieci metri da
noi e disse: “E’ la sua amante”. E sorrise.
Eravamo ora giunti alla paradossale identità tra Dio e l’anima che è, allo
stesso tempo, infinitamente altra. Valli a capire, pensai. Ora Jason riprendeva
il discorso della “Seelenfunklein”, della “Scintilla Animi”, in termini moderni,
e descriveva l’indistruttibile luogo ove avviene l’unione con Dio. Il luogo ove
l’amato incontra l’amata. Spiegava che anche nel profondo inferno la “Scintilla
Animi” resta il luogo dell’incontro con il totalmente Altro. Ero ghermito dal
contenuto della sommessa, intensa predica e mi chiedevo come questo prete
potesse annunciare queste amene verità e allo stesso tempo non credere. Quelle
parole erano un balsamo per la ferita dell’anima.
Eugenio, sornione sorrideva e si passava una mano sui disordinati cespugli della
bianca barba.
Il prete approdò ai lidi della tesi maledetta, se così si può dire, traducendo
in termini moderni un vecchio discorso di Eckhart. L’occhio di Dio che mi vede è
lo stesso occhio con il quale io vedo Dio, l’occhio di Dio ed il mio sono un
unico occhio: e sono uno nell’amare, nel vedere e nel sapere.
C’era stata una variazione nelle parole. Aveva usato una parabola moderna per
spiegare il concetto, ma il significato era lo stesso: eravamo, quindi, in piena
eresia. E ancora: Dio è eterno e la generazione del Figlio è eterna e non
limitata ad un angusto momento della storia: ed è l’essenza dell’unione mistica.
La creazione è infinitamente dipendente dal Creatore; ed io pensavo a Severino
che l’aveva vilipeso rendendolo un impostore. Le cose sono puro nulla, non sono…
attenzione…. caduche o transeunti, ma sono puro nulla. Quindi annientamento
completo delle cose davanti all’eternità che Severino concede. Quello che ci
separa da Dio è principalmente la dimensione dello spazio - tempo, che è
frammentata e divisa e contiene la molteplicità delle cose.
Dio è assoluta unità, quindi per conoscere il Signore è necessario trascendere
la dimensione dello spazio - tempo. Una cosa da poco, pensai, trascendere lo
spazio -tempo.
Ero totalmente soggiogato dalla gloriosa, futile assurdità. Amo le cose inani e
folli.
Jason finì lo strano sermone leggendo una poesia dal Pellegrino Cherubico di
Silesio.
Chi vuol essere pari a Dio, deve rendersi
ineguale a tutto,
deve divenire vuoto e libero da pene .
E così sia, concluse Eugenio ridendo.
Amen.
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5. 4.2001
Caro Zeno,
oggi ho passato una giornata massacrante, in ultimo sono passata alla Casa delle
povere
lesbiche –femministe – marxiste, con mia sorella Giulia. Lei ha 35 anni, e ha
frequentato quella casa per un periodo.
Con questi venti di destra quelle povere criste stanno tremando, le butteranno
fuori dai quei locali. Sempre costrette a lottare per ogni cosa. Come è
possibile? Non è concesso loro nessun diritto: avere uno spazio, fare attività
sociale e culturale in favore delle donne, conservare la memoria delle lotte che
hanno condotto anche per noi.
Hanno occupato quei locali, li hanno ristrutturati con i propri soldi e le
proprie mani, e ora sono costrette a lasciarli al miglior offerente.
La verità è che a nessuno frega niente delle donne, tanto meno ad una giunta di
destra che ne farà piazza pulita, tanto meno a un governo di destra.
Sento un vuoto politico tremendo. Tu mi rimproveri di non leggere... di non
interessarmi...ma c'è un vuoto incredibile riempito solo dal lucido splendente
sorriso di Berlusconi e dagli occhi verdi di Rutelli che pacioso ti guarda da
quegli enormi manifesti.
Che orrore...l'Italia mi sembra precipitare in uno di quei buchi neri, quei
luoghi oscuri che tu descrivi nelle tue poesie...il luogo del Dio morto...questo
è il suo destino.
Tu dici che la mia generazione e quella di mia sorella che ha 35 anni, è una
generazione di peracottari, ma Giulia dice che bisogna sapere cosa vuol dire
essere cresciuti nell'era reganiana del mito del futuro e del successo, dice che
avere 30 anni adesso significa ritrovarsi ad annaspare tutti i giorni nella
merda cercando di venire a galla. E’ una lotta continua contro un buco nero che
risucchia tutto...e mamma e papà alle spalle che ti mantengono…ma fino a quando?
Trovare un lavoro che garantisce una sussistenza sicura, dice Giulia, è
diventato in Italia una cosa impossibile, una presa per il culo continua e
sfacciata. E continuano a parlare di flessibilità...si...darwinismo sociale
portato agli eccessi...poi chi ha i santi in paradiso sopravvive.
Ancora si ha il coraggio di parlare di politica e votazioni...per chi si vota a
destra o sinistra?
Io voterei, se mi fosse concesso, per i Verdi, ma sono amici stretti dei
cacciatori.
Mi sarebbe piaciuto crescere e sentirmi comunista...sarebbe stato bello vivere
in quegli anni in cui si credeva nella rivoluzione e nell'internazionale
comunista, ma non ho avuto questo privilegio. Quegli anni sono stati anni di
impegno intellettuale e politico, e quello che rimane ora è solo la storia e la
testimonianza di gente come voi, in via di estinzione, ancora carica di
quell’energia e di quella formazione. Così ho dentro un vuoto...c’è un buco nero
anche dentro di me. Non credo nella politica e nei partiti, non credo nelle
associazioni, io credo nella forza dei singoli individui che si incontrano e che
hanno il coraggio di porsi al di sopra di quello che già c'è o è stato fatto, al
di sopra di partiti e delle associazioni. Forse è un momento di disillusione che
passa. Lo spero.
Io credo nei cani sciolti che soli possono contrastare l'appiattimento verso cui
spingono certe forme di aggregazione, e che forse sono gli unici che riusciranno
a combattere l'egoismo dei partiti e la distruzione della memoria storica
collettiva che è un abisso nel quale stiamo precipitando a causa
dell’omologazione in cui ci spinge la globalizzazione…proprio come in un buco
nero.
Scusa lo sfogo...ma quello che ho davanti agli occhi è triste...
Irene
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