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15. Tenebrae Responsories
17.6. 2001
Caro Zeno,
ho trovato un noleggio di film che ha tutti i classici che mi hai suggerito, sta
vicino Campo dei fiori e con la bici non ci metto tanto ad andare e tornare. Ho
intenzione di iniziare dai film dei più grandi registi, e così ho scelto
Kurosawa. Ho appena finito di vedere Derzu Uzala. Il piccolo corpo inerte, viene
sepolto nella gelida terra di un bosco siberiano, nei pressi della città del
Capitano, unico suo vero grande amico che presente alla sua sepoltura, rimane
sgomento e piegato dal dolore per una simile perdita: la dipartita di un amico,
un piccolo grande uomo.
Una figura stupenda quella di Derzu, una figura che sembra essere uscita da una
fiaba per bambini, ma riempie il cuore di tutti. Il Capitano e i suoi uomini
incontrano Derzu nel bosco che è la sua casa, il suo mondo. Derzu parla con
tutti gli esseri della foresta, la Taiga, per lui ogni essere o elemento della
Natura è un uomo: "il sole è homo, la luna è homo, il vento è homo, il fiume è
homo". Come gli uomini questi elementi hanno una personalità, e sbalzi d'umore:
il fuoco crepita e Derzu gli urla di stare zitto: una perfetta sintonia con il
bosco. Lui è cacciatore ma è capace di piegarsi umilmente davanti a un mondo più
grande e più potente che esige rispetto. Lui sa che le forze della natura se non
rispettate si scagliano contro l'uomo e sono capaci di distruggerlo. Ma Derzu le
sa anche dominare e si sa difendere da queste forze, conosce l'entità della loro
potenza, e la sua grande intelligenza riesce a salvare più volte il Capitano e
il suo gruppo dalle insidie del bosco e degli elementi...e proprio in quelle
situazioni al limite della morte nasce un grande rapporto d'amicizia tra i due.
Entrambi si salvano da una tempesta di ghiaccio e vento, e dalle correnti del
fiume, grazie alla conoscenza di Derzu e alla capacità di collaborare alla pari.
Due uomini così diversi, provenienti da mondi diversi, uno dalla città e uno dal
bosco, si ritrovano e combattono per la sopravvivenza sullo stesso piano,
abbracciandosi e unendo le forze.
Derzu inizia a morire quando infrange quelle regole del rispetto della natura e
della foresta di fronte alle quali si era sempre piegato nella totale
sottomissione e compassione. Per lui tutto è sacro nel bosco: non sopporta lo
scempio dei bracconieri e salva gli animali intrappolati, non sopporta lo spreco
dei viveri che devono essere distribuiti a tutti gli "homini" della foresta: le
volpi, i daini, gli orsi, gli uccelli. Sacra è anche la tigre e il suo spirito.
Dal giorno in cui uccide Amba la tigre, inizia a chiudersi, a perdere la
vista...a soffrire per aver compiuto quell'atto...e comincia a sentirsi
rifiutato dalla foresta, dalla sua casa. Il senso di colpa e la disperazione lo
fanno quasi impazzire, e in una gelida notte di Capodanno viene colto dalle
allucinazioni: lo spirito di Amba lo vuole uccidere. Il Capitano soffre con lui.
Lo porta con sé in città.
Ma la città sembra a Derzu un luogo alieno, un mondo alla rovescia, dove gli
uomini vivono in scatole, non hanno nessun contatto con la natura, comprano e
vendono l'acqua e la legna...cosa assurda per lui abituato ad attingere
liberamente e gratuitamente a quelle risorse dalla foresta e dal fiume. Derzu
soffre in quella dimensione ove non ha alcuna radice e identità, lui appartiene
alla foresta. E non può resistere al suo richiamo. Il capitano gli dona un
fucile e lo lascia andare. Derzu allora sembra rinascere, ma poco lontano dalla
città trova la morte. Lui così attento e forte nel bosco, così rispettoso degli
"homini" della foresta, diventa fragile e indifeso contro la violenza e la
vigliaccheria di un misero ladro che lo uccide per rubargli il fucile. Un "homo"
di quella "selva" insidiosa e a lui sconosciuta che è la città. Ti confesso che
ho pianto la sua morte...Vorrei tanto che un uomo così esistesse davvero, un
uomo semplice e luminoso nella sua compassione verso il creato e verso gli
umani, un uomo del bosco che nel bosco ha imparato le regole del rispetto, della
generosità e della solidarietà, un uomo così piccolo con un' anima così grande,
un uomo capace di vedere il sacro nell'equilibrio degli elementi, capace di
parlare agli altri esseri, capace di amicizia, capace di compassione e
magnanimità verso tutti umani e non umani. Il suo piccolo corpo sparisce sotto
un tumulo di gelida terra annientato da una morte assurda e crudele...ma il suo
grande spirito rimane vivo nelle nostre menti. Zeno ho il cuore pieno di
commozione...
Irene
PS. Mia nonna dice che oggi il Parma vi fa secchi: 1-0 e che la Juve vince
4-0….mio padre è convinto che abbia un rapporto segreto con Padre Pio…. che –
secondo lui - è juventino….
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Una delle prove che il gusto della carne non è naturale per l’uomo è
l’indifferenza che i fanciulli hanno per questa vivanda, mentre tutti
preferiscono alimenti vegetali, come i latticini, i farinacei, la frutta e così
via. E’ soprattutto importante non snaturare questa primitiva inclinazione ed
evitare in ogni modo di rendere i fanciulli carnivori, almeno per il loro
carattere, se non per la loro salute, poiché comunque si spieghi il fenomeno, è
certo che i grandi mangiatori di carne sono in genere più crudeli e feroci degli
altri uomini: è un fatto che viene osservato in tutti i luoghi e in tutti i
tempi. La barbarie inglese è ben nota; i Gauri al contrario, sono gli uomini più
mansueti. Tutti i selvaggi sono crudeli e ciò non è effetto dei loro costumi:
questa crudeltà deriva dai loro alimenti. Vanno alla guerra come a una caccia e
trattano gli animali alla stregua degli orsi. Nella stessa Inghilterra i
macellai non sono ammessi a testimoniare e neppure i chirurghi. I grandi
criminali si incalliscono nel delitto abbeverandosi di sangue. Omero rappresenta
i Ciclopi, mangiatori di carne, come uomini mostruosi, e i Lotofagi come un
popolo così amabile che, chiunque aveva cominciato a conoscerli, dimenticava
persino il proprio paese per vivere con loro.
“Tu mi domandi - diceva Plutarco- perché Pitagora si astenesse dal mangiar
carne, ma io ti domando al contrario quale coraggio ebbe l’uomo che per primo
avvicinò alla bocca un brano di carne martoriata, che frantumò con i denti le
ossa di una bestia agonizzante, che si fece servire corpi senza vita, cadaveri,
e si cacciò nello stomaco membra che un momento prima belavano, muggivano,
camminavano, vedevano. Come poté la sua mano immergere un ferro nel cuore di un
essere sensibile? Come potettero i suoi occhi sopportare un assassinio? Come
poté vedere svenata, scorticata, smembrata una povera bestia senza difesa? Come
poté tollerare la vista delle carni palpitanti? Come ne fiutò l’odore senza che
la nausea lo assalisse? Come non si sentì disgustato, vinto da ripugnanza ed
orrore, quando giunse a mettere le mani sulla lordura di quelle ferite, a
nettare il nero sangue rappreso che le copriva?
Le pelli strisciavano a terra scorticate,
Le carni al fuoco muggivano infilzate;
Non poté l’uomo mangiarle senza fremere,
E nel suo seno le sentiva gemere.
Ecco che cosa dovette immaginare e sentire la prima volta che fece forza alla
natura per cibarsi di questo orribile pasto, la prima volta che ebbe fame di una
bestia vivente, che volle nutrirsi di un animale che pascolava ancora e disse in
che modo bisognava sgozzare, squartare, cuocere la pecora che gli leccava le
mani. E’ di chi dette inizio a questi crudeli festini, e non di chi oggi li
abbandona, che v’è motivo di stupirsi: i primi potrebbero ancora giustificare la
loro barbarie con scuse che fanno difetto alla nostra e la cui mancanza ci rende
cento volte più barbari di loro.
Mortali prediletti dagli dei, ci direbbero questi primi uomini, paragonate i
tempi, considerate quanto siete fortunati e quanto noi eravamo miseri! La terra
formata da poco e l’aria carica di vapori erano ancora indocili all’ordine delle
stagioni; l’incerto corso dei fiumi ingoiava da ogni parte le loro sponde;
stagni, laghi, profonde paludi inondavano tre quarti della superficie terrestre;
l’altro quarto era coperto di alberi, di sterili foreste. La terra non produceva
alcun buon frutto, noi eravamo privi di strumenti per lavorarla, ignoravamo
l’arte di servircene e il tempo della raccolta non giungeva mai per chi nulla
aveva seminato. Così la fame non ci dava tregua. D’inverno, il muschio e la
corteccia degli alberi erano i nostri cibi ordinari. Qualche radice verde di
gramigna e di brughiera era per noi una grascia. E quando gli uomini erano
riusciti a trovare un po’ di faggine, di noci o di ghiande, danzavano di gioia
intorno a una quercia o a un faggio al suono di qualche rustica canzone,
chiamando la terra loro nutrice e madre: ecco le loro sole feste, i loro unici
giuochi; tutto il resto della vita umana non era che dolore, pena, miseria.
Infine, quando la terra spoglia e nuda non ci offriva più nulla, costretti a
fare oltraggio alla natura per conservarci in vita, mangiammo i compagni della
nostra miseria piuttosto che perire insieme a loro. Ma voi, uomini crudeli, chi
vi costringe a versare del sangue? Vedete qual abbondanza di beni vi circonda,
quanti frutti produce per voi la terra, quante ricchezze vi offrono i campi e le
vigne, quanti animali vi donano il latte per nutrirvi e il vello per vestirvi!
Che cosa chiedete loro di più. E quale rabbia vi spinge a commettere tante
stragi, satolli come siete di buone cose, rigurgitanti di viveri? Perché mentite
contro vostra madre accusandola di non potervi nutrire? Perché peccare contro
Cerere, inventrice delle sante leggi, e contro il generoso Bacco, consolatore
degli uomini? Quasi che i doni da loro prodigati non bastassero alla
conservazione del genere umano! Come avete cuore di mescolare ossa ai loro dolci
frutti sulle vostre mense e di mangiare, insieme con il latte, il sangue degli
animali che ve lo largiscono? Le pantere e i leoni, che chiamate bestie feroci,
seguono il loro istinto per necessità e uccidono gli altri animali per vivere.
Ma voi, cento volte più feroci di quelli, combattete l’istinto senza necessità,
per abbandonarvi alle vostre crudeli delizie. Gli animali che voi mangiate non
sono quelli che mangiano gli altri: voi non le mangiate, queste belve carnivore,
le imitate; voi avete fame soltanto di quei dolci, innocenti animali che non
fanno male a nessuno, che si affezionano a voi, che vi servono e che voi
divorate in cambio dei loro servigi.
O assassino contro natura! Se ti ostini a sostenere che essa ti ha fatto per
divorare i suoi simili, esseri di carne e ossa, che vivono e sentono al pari di
te, soffoca allora l’orrore che essa ti ispira per questi orrendi pasti;
uccidili tu stesso questi animali, con le tue proprie mani, senza arnesi di
ferro, senza coltelli; lacerali con le tue unghie, come fanno leoni e orsi;
azzanna questo bove e fallo a brani; affonda i tuoi artigli nella sua pelle;
divora quest’agnello tutto vivo, ingoia le sue carni ancora calde, bevine
insieme il sangue e l’anima. Tu fremi! Non hai il coraggio di sentire sotto i
denti la carne viva! Uomo pietoso! Prima uccidi l’animale e poi lo mangi, quasi
per farlo morire due volte. E non basta: la carne morta ti ripugna ancora, le
tue viscere non possono tollerarla; bisogna trasformarla con il fuoco, bollirla
arrostirla, insaporirla con droghe che la dissimulino: ti occorrono salumieri,
cuochi, rosticcerie che ti risparmino l’orrore di uccidere e acconcino per te le
morte spoglie, affinché il senso del gusto, ingannato da questi travestimenti,
non respinga ciò che gli è estraneo ed assapori con piacere cadaveri di cui
l’occhio stesso avrebbe a stento sopportato la vista”.
Benché questo brano sia estraneo al mio argomento, non ho potuto resistere alla
tentazione di trascriverlo e credo che ben pochi lettori se ne dorranno.
Rousseau – Emilio
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Vecchia fottuta democristiana….baciapile e succhiacazzi…ci si mette pure lei con
Padre Pio,
sono crollato nel centro del tappeto a due metri dallo schermo, il divano è
devastato, Orione in fuga, Ines sbalordita, sto sudando e imprecando hanno
cominciato una partita nervosa e macchinosa, non ci prendono. 18’e 46”: Montella
dà a Tommasi che indirizza lungo verso Candela. Un difensore del Parma colpisce
di testa porgendo, stoltamente, la palla al francese che, con olimpica calma, la
indirizza verso Montella e Totti. Velo supremo - cum - finta di Vincenzino che
nasconde la sfera Totti arriva di corsa e la spaparacchia in porta, la rete si
gonfia alla destra di un immoto Buffon. Sto vergognosamente rotolandomi sul
tappeto. Calma e sangue freddo non basta. Mai illudersi: l’1-0 non è
sufficiente. Ce ne vogliono tre. Si procede: la Roma è più sciolta.
38’e 28”: Antonioli, povero caro distrutto dall’ingiustizia del mondo, respinge
con i pugni una punizione dal Parma, c’è un gran casino, un nugolo di calciatori
cerca di impossessarsi della palla,
Cafù emerge dalla confusa contesa e serve lungo Battistuta. L’argentino avanza
con grande velocità verso Buffon inseguito da un difensore, mentre Thuram cerca
di chiudergli lo spazio per il tiro. Battigol arrivato a pochi metri, quasi a
ridosso dell’area piccola, spaparacchia una palla che Buffon respinge alla
meglio, la sfera si allontana dal portiere e finisce sui piedi di Vincenzino il
giaguaro che l’infila in rete con rapida perfidia. Boato. La Terra trema. Roma
esplode. Montella spicca il volo con le sue magiche ali. Un antico romano lo
insegue per abbracciarlo. Sono crollato tra i cuscini del devastato sofà. Orione
fugge. Ines sorride. Osei, con la lingua di fuori, mi osserva perplesso. Beccati
questo, fottuta bigotta! Ma non basta. Non si sa mai. Ce ne vogliono tre. Con
Capello magari viene fuori l’idea del rafforzamento del centrocampo. Può
succedere di tutto.
77’ e 41’: Mangone intercetta un tiro di Di Vaio, avanza e porge la palla a
Montella.
Terzo capolavoro dopo il velo e il goal messo a segno. Vincenzino scodella un
lungo e delizioso pallone verso Battistuta che spicca il volo verso la porta
parmigiana entra in area, cambia direzione, ingannando Cannavaro e un altro
difensore, e impallina Buffon. Il pallone rimbalza nella rete giocoso.
Diocristogesùsignoredelcielo….è fatta!!!! Sono tre pallini ! Stavolta è
finita……ho le lacrime agli occhi, abbraccio Orione, bacio le mani a Ines e cerco
di baciare anche Osei che scappa. Eccoti servita vecchia troia del cazzo, te e
Padre Pio…! Diciotto anni di tormenti. Entrano il maestro Zen Dogen e Del
Vecchio. 81’ e 40”: Di Vaio segna siamo al 3-1. Porca miseria! Ricomincio a
tremare. 84’ e 34”: non è finita: il terzo mondo erompe. Sgorga la miseria delle
reliquie e degli avanzi cimiteriali. Zampilla il feticismo ultras - demenziale.
Stanno invadendo il campo. Stanno spogliando i giocatori. Sensi è vicino alla
coccola, Capello sta dando di fuori in maniera scomposta. Buffon ride (e che
altro fare davanti a tanta oceanica imbecillità). Ci fregano il campionato. Ci
squalificano. La Juve sta vincendo 2-1 e le camicie brune, le SA di Rohm stanno
perdendo a Lecce. Valium per Capello. Totti in mutande è sconsolato. Addio zinne
della Ferilli e canzone pippata di Venditti. Addio trionfo epocale. Il Channel 4
si interrompe. Il collegamento è finito. Sono devastato. Accendo la radio degli
emigranti sulla fascia 90 A.M. ma anche lì il collegamento è concluso. Mando un
e-mail a Irene e giunge rapida la risposta. “Abbiamo vinto. La partita si è
conclusa, sto infierendo su mio padre, mia nonna e Padre Pio; mia nonna aveva
organizzato una novena per la Juve. Mia madre sogghigna.”
Sono devastato e felice. Ora mi rilasso.
Si ma, in effetti, nel mondo che cosa è cambiato? Chiede Ines.
Rispondo: un bel pezzo di cazzo!
*****
Sto ascoltando il Tenebrae Responsiores di Gesualdo.
Gesualdo ha trovato la moglie a gambe per aria con un nobile e l’ha sbudellata.
Poi ha composto il Responsories. Ha composto madrigali tenebrosi e mottetti
mariani.Era il nipote di San Carlo Barromeo e sposò Maria d’Avalos figlia del
marchese di Pescara. Il16 di ottobre del 1561 la trovò con un omaccio che se la
stava lavorando alacremente e la uccise. L’omaccio era il duca di Adria.
Gesualdo divenne famoso nel suo tempo più per il delitto che per la sua musica.
Ma avendo colto la bella “in fragrante delicto di flagrante peccato “ e averla
sbudellata era cosa normale.
Jerusalem, surge
Et exque te vestibus jucunditatis……
E’ tenebroso veramente questo Responsiores. Mentre mi spupazzo Ines lo ascolto.
Se ne sta con le gambe larghe e con la vulva spalancata a guardarmi. Ha fatto
passi di gigante sulla via del peccato. Pensa se ci trova l’innominata, la tua
suora – le dico - quella ti sbudella.
Ecce quomodo moritur justus
Et neno percipit corde…..
Ora le sono sopra e le succhio le tette con ardore. Poi mi calmo e le racconto
un sogno.
Il sogno era iniziato con la solita visione del macaco che salta, con Salvatore
Gargiulo che mostra il cuore e la farina di Luigino Antinori sparsa dall’alto
della Sacra di San Michele.
Sempre la stessa menata incomprensibile. Poi il sogno era variato. Ero in una
casa spaziosa e luminosa e c’era un quadro attaccato su una bianca parete. Era
diviso in una decina di quadrati e ogni quadrato indicava un particolare momento
della mia vita; e sullo sfondo, dietro alle scene della mia vita c’erano due
immensi occhi scuri che guardavano nei quadrati e allo stesso tempo verso di me.
Dissi: ho avuto la netta impressione che fossero gli occhi di Dio. Continuai:
dovresti vedere un film di un americano, si chiama Jacob’s Ladder….la scala di
Giacobbe: è la storia di un soldato ucciso che finisce all’inferno. O crede di
finire all’inferno. O meglio crede di essere vivo in una situazione infernale.
Ma quello non è un inferno che lo imprigiona per l’eternità è un inferno che
purifica l’anima per un periodo di tempo, se di tempo si può parlare. Era
veramente un bel film, anche se non molto considerato; le scene infernali sono
grandiose e terribili. Il Soldato crede di continuare a vivere. Crede di essere
ferito e di recuperare. Ma in effetti è morto.
Astiterunt reges terrae
et principes convenerunt in unum
adversus Dominum….
E c’è un angelo, di mezza età, appesantito dagli anni che lo consiglia e lo
calma. Insomma l’inferno, l’orrore che attraversa è come un fuoco purificatore.
E questo, l’angelo lo spiega, ma tu che guardi il film lo capisci dopo. Il
soldato vive il dopo – morte come se fosse tornato negli States. La perfidia dei
demoni è terribile e banale allo stesso tempo. L’Ospedale è un girone infernale.
Poi alla fine dopo un’incredibile serie di vicissitudini il figlio, che è morto
prima di lui, lo viene a prendere e lo accompagna per mano, salendo per la scala
di una casa, verso il piano superiore da dove sgorga una luce iperfisica.
Aestimus sum cum descendentibus in lacum;
factsus sum sicut homo sine adjuctorio….
Ora prendo Ines da dietro e mentre entro nella sua vulva le giro la testa e le
succhio la lingua.
E mentre la cavalco penso alla signora di d’Avalos che se ne sta con le gambe
per aria mentre il Duca la pompa. E mi eccito. Sangue, morte e amore. Con un
tocco di sesso violento.
Ines mi prende la testa. Io la bacio sul collo. Poi le mordo una spalla con
furia. Nel frattempo galoppo.
Sepulto domino, signatum est momentum
Volventes lapidem ad ostium monumenti……
Ora gli occhi fissano, mentre vado su e giù, la riproduzione di un quadro appeso
alla parete. Penso a Odisseo, alle città conquistate, alle schiave possedute e
alla violenza dell’amore che vibra sempre di morte. Il quadro rappresenta un
bianco cavallo tra cupi cipressi, sotto un cielo pennellato violentemente. Il
cavallo sembra Pegaso. E’ un quadro straordinario, emerso, secondo me da una
furiosa cancellatura dell’immagine precedente. E’ un dipinto di Christopher Le
Brum acquistato dalla Tate e dipinto negli anni 1981-82. Ricorda, in chiave
moderna, la cupezza dell’Isola dei Morti di Blockin ed è intitolato: Dream,
Think, Speak. L’immagine é la quintessenza del sogno numinoso. Rappresenta nella
mia mente le terre dei morti, i miti, Odisseo, i bianchi cavalli, ricorda la
terra lontana che possediamo nel cuore ma che mai raggiungiamo. Guardo la
riproduzione mentre cavalco la mia suora. Mi fa trascendere tutto l’orrore che
ho vissuto. Devo ringraziare questo pittore per questa meraviglia. Mentre sto
spargendo liquido nel ventre di Ines, fisso il quadro e immagino Circe e
Odisseo. E Achille nella terra dei morti che detesta la sua umbratile
condizione. Gesualdo continua:
Posuerunt in me lacu inferiori
In tenebrosis et umbra mortis…….
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22.6.2001
Caro Zeno,
quando sono sdraiata nella pineta e guardo in alto tra i rami, vedo i passeri e
i fringuelli che cantano e volano spensierati. Ma io so che finita l’estate si
prepara per loro una dura battaglia: sfuggire agli spari dei cacciatori. Che
tristezza.…sempre, ogni 5 settembre alle prime luci dell'alba, cominciano a
rimbombare nelle campagne qui intorno gli spari di questi mentecatti.
Ogni sparo per me è un colpo al cuore e un pugno nello stomaco, perché vedo
nella mia mente, cadere in terra ferito un essere indifeso. Pochi grammi di
piume, pelle e ossicini. Cade impallinato a morte da un ignobile cecchino,
mentre va alla ricerca del cibo per i suoi piccoli.
E penso: ma se amano tanto sparare questi vigliacchi perché non vanno a fare la
guerra vera?
Perché giocano a fare la guerra come dei bambini capricciosi sulla pelle di
questi poveri animali?
Un giorno di un'estate di parecchi anni fa, visitai la capanna di un cacciatore
che tornava dalla Jugoslavia con delle prede vive ferite, le curava ma le teneva
prigioniere.
Ricordo un falco rinchiuso in un'angusta gabbia per polli. Mi guardava, diritto
negli occhi, aveva uno sguardo fiero, come un prigioniero caduto in battaglia,
in una di queste finte guerre dove i perdenti sono sempre loro, gli animali
indifesi. Il suo sguardo mi piegava, mi sentivo in colpa, mi vergognavo di
appartenere alla mia specie che lo aveva ridotto in quello stato.
Negli occhi di quell'essere era riflesso il suo mondo perduto per sempre: gli
alberi, le foreste, le notti lunari della Slovenia, il planare nei cieli
sconfinati trasportato dal vento, la vista delle prede in volo. Sembrava
sostenere quella sofferenza, la perdita della libertà, come un eroe. Il suo
sguardo emanava l'orgoglio della sua specie non-umana.
Io piangevo nel mio cuore di bambina e continuavo a vergognarmi e a chiedergli
scusa anche per la mia impotenza. Poi ricordo un barbagianni che veniva ogni
sera e si poggiava sul ramo più alto di un pioppo nel viale dove si trova la mia
casa. Era sempre rivolto con lo sguardo al sole che, come un grosso tuorlo
d'uovo rosso fuoco, tramonta ogni sera d’estate, immergendosi e sprofondando
lentamente dietro i campi, che sembrano un nero mare di terra. Pregavo che
nessun colpo di fucile lo avesse mai colpito. Come il barbagianni cercavo, e
cerco tuttora, di guardare diritta quella luce solare, ma non ci sono mai
riuscita.
Poi un giorno ho letto una frase di Aristotele: "La vista del nostro giudizio
può avvicinarsi tanto alla verità quanto l'occhio del barbagianni allo splendore
del sole".
E allora ho capito che forse questi esseri puri hanno accesso alla Visione. Ma
noi questa capacità di guardare dritto nel Sole e di vedere la Verità la
dobbiamo conquistare a costo di grossi sacrifici.
La caccia nel mondo opulento di oggi è l'espressione più forte della piccolezza
e miseria di cui è capace l'essere umano….
Irene
*****
Camminando da casa mia verso il Common di Wimbledon avevo scoperto un cimitero
in una via chiamata Gap Road. Era un luogo squallido e vandalizzato e passando,
vedevo sempre una misteriosa statua su una tomba. La tomba era distrutta, ma
l’immagine era integra e nella lontananza sembrava assai insolita. Ero entrato
nel cimitero per fotografare degli angeli.
Era un luogo triste, contaminato da una squallida modernità: anche la morte
hanno stravolto.
Il mondo moderno con il suo male banale appesta le immagini. Avevo fotografato
gli angeli, stranamente non vandalizzati, e poi, come spinto da una pulsione
arcana mi diressi verso la statua.
Rimasi sorpreso: era una scultura d’arenaria di Maria che stringeva Gesù, ma la
stranezza era che la pietra d’arenaria si era consumata al punto di creare una
strana simbiosi tra il piccolo e la madre: i due si erano fusi in un unico
corpo. Il piccolo era cresciuto nella madre e la madre si era fusa nel figlio.
Non avevo mai visto una cosa simile. Mi vennero le lacrime agli occhi.
Era l’immagine dell’amore più intensa che avessi mai contemplato. I corpi
d’arenaria si erano sciolti nell’amore, gli elementi li avevano levigati ed
uniti. E questa immagine giaceva tra i morti e l’abbandono. Era come se un
immenso dolore la cullasse. Come se il bimbo, inorridito dal mondo, fosse stato
assorbito dalla madre per proteggerlo e la madre fosse cresciuta nel figlio
creando un unico corpo per fuggire l’orrore. Restai presso Maria almeno
mezz’ora. Era come se la Shekhinà, dolente, con il suo piccolo, fosse finita
nello squallore del cimitero di Gap Road, per stanchezza e paura. Fuori ronzava
il mondo. Le macchine correvano. Un rumore brutale ti investiva. Gap Road
sboccava presso lo stadio distrutto del Wimbledon, nella Dunsford Road, che è
l’emblema della miseria del tempo. Maria si sosteneva nell’abbandono proteggendo
il piccino dal dolore. Ma il dolore nello squallore era onnipresente, sovrastava
ogni cosa, la inzuppava come una pioggia leggera e penetrante. Non so come
definire quest’immagine; era qualcosa che cresceva da uno struggimento
metafisico. Una disperata risoluzione albergava nel simulacro.
Era come se una madre si lasciasse morire con il suo piccolo. Come se volesse
proteggerlo dall’ineluttabile erosione di una maligna, bonaria banalità, come se
fosse affranta dalla solitudine e dall’abbandono. Come se l’erosione - fusione
della pietra li proteggesse. In quel momento compresi l’orrore delle masse
indiane quando intuirono che il ciclo della vita e delle reincarnazioni fosse
esorbitante e quanto tempo ci volesse per raggiungere Nirvana ed estinzione.
L’arenaria, come il tufo, è pietra benedetta perché è cancellata dagli elementi.
Un giorno Maria e il piccolo saranno un rudere consumato dall’amore. Mi
inchinai, profondamente, e mi allontanai con il cuore ferito.
Proseguii verso St. Mary per vedere se riuscivo a rivedere la piccola volpe.
Arrivai, ma la piccola volpe non c’era e mi sedetti presso una tomba. E qualcosa
di arcano accadde; lessi l’epitaffio:
+
In loving memory
of
Edwards Wates
Who died on
May 18th 1944
Aged 70 years
And his wife
Sarah
Who died on
Aug 30th 1957
Aged 84 years
Improvvisamente vidi un insetto scendere dalla parte alta della pietra
sepolcrale - sembrava uno scarafaggio o qualcosa di simile - e approdare sulla
“g” di “loving” per poi scendere sulla “o” di “of” e sulla “d” di “Edwards”.
Incuriosito lo seguii e lo vidi discendere attraversando la parola died per
intera, poi, evitando le altre parole incise nel marmo, svanire verso la parte
sinistra della lapide. L’insetto aveva attraversato le lettere formando una
frase: God died. Dio morì.
Pensai a Maria abbandonata tra i morti e a suo figlio. Forse un messaggio
disperato proveniva dall’Oltre. Forse Dio morendo aveva abbandonato Maria, il
suo piccolo, i mondi e gli universi.
Mi alzai accasciato, come travolto da una grande pesantezza: il mio disagio del
mondo era ormai una malattia mortale.
*****
I fratelli Pandava, dopo avere atteso tredici anni, hanno reclamato il regno.
Duryodhamna si rifiuta di concederlo negando gli accordi. I Pandava si devono
battere e Krsna convince Arjuna che la carneficina che seguirà sul campo di
Kuruksetra è ineluttabile e gli insegna la natura del distacco nel Bhagavagita.
Arjuna chiede a Krsna “ Perché m’inciti a quest’azione orrenda?”
Krsna gli risponde che l’azione è migliore della non-azione e gli insegna a non
aver bisogno di niente, a non desiderare niente, ma a prestarsi all’azione. Ne
scaturisce il solito macello giustificato dal misticismo. Quando la loro
missione finisce sulla terra, i Pandava con la moglie comune Draupadi cominciano
ad incamminarsi verso il cielo. Procedono esausti e trovano ostacoli a causa dei
peccati commessi. Quando i fratelli si accorgono che anche una grand’anima come
Draupadi non ce la fa a trovare il sentiero del cielo la meraviglia è immensa.
I cinque fratelli sono sposati con Draupadi che è segretamente innamorata
d’Arjuna e lo preferisce agli altri, ma non praticando l’equità nell’amore
Draupadi si è macchiata di una colpa.
La via è ardua e tortuosa e gli dei non sono mai contenti. Alla fine solo uno
dei cinque fratelli procede, senza grandi difficoltà, verso il paradiso.
Yudhisthrita va verso le volte celesti preceduto da un piccolo cane. E’ stato il
suo amico per tanti anni e corre scodinzolando tra i sentieri nuvolosi. Quando
arriva alle porte del paradiso, i guardiani lo fermano.
“Ma che porti nel cielo i cagnacci rognosi ?” Gli chiedono “Pussa via bestiaccia
!….”
Yudhisthrita è stanco per la gran guerra, i massacri, l’eterno pellegrinare ed è
come curvato su se stesso. Forse ha le lacrime agli occhi e non ce la fa più; é
disfatto e i guardiani gli si sono parati davanti.
“ Perché questo fedelissimo cane non può entrare con me ?” Chiede.
“Perché i cani non entrano in cielo…” rispondono i guardiani.
“Allora sai che vi dico? Tenetevelo il vostro fottuto paradiso perché io senza
il cane non entro….”.
Si mette il fagotto sulle spalle, scuote la polvere dai sandali e ritorna sui
suoi passi.
Ma alla fine i guardiani cedono per l’intervento degli dei e il bastardello
procede scodinzolando verso la luce infinita.
Orione da piccolo non vedeva, aveva gli occhi cisposi, per questo l’ho chiamato
Orione.
Orione era un gigante figlio di Nettuno e fu accecato dal re di Chio perché
cercava di fottergli la figlia Merope. Si curò gli occhi fissando il sole
nascente guidato da un uomo che a cavalcioni sulle spalle gli indicava la
direzione dell’astro. Quando morì fu trasformato in una costellazione.
Il destino del mio Orione è differente da quello del cane di Yudhisthrita:
Orione andrà in cielo, ma io finirò in qualche bolgia infernale per tutte le
morti causate. Ma Orione sceglierà di seguirmi, anche se io disperatamente
cercherò di allontanarlo. E sarà dura: Orione ed io siamo come la madre
d’arenaria e il suo piccolo.
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