|
Giuliano Sadar
Il pallone aveva percorso una traiettoria
strana, un effetto particolare che Sandrino non aveva cercato. La sfera sfiorò
le teste di due difensori, e apparve troppo tardi al portiere, che neppure
accennò a una reazione.
Sandrino per un momento rimase di sasso, incredulo. Poi le sue gambe si misero a
correre da sole, lungo la linea, che quasi travolse il guardalinee. Esultava con
il dito indice alzato verso la folla assiepata dietro la ringhiera. Dalla
panchina gli correvano incontro, schivò tutti. Neanche i suoi compagni
riuscivano a tenergli dietro. Era pazzo dalla gioia. Chi l’avrebbe pensato, solo
un anno prima, quando giocava serie D?
Ora correva, correva, non sentiva la fatica, non si fermava mai, mai, mai... Sì
io... sì lui, aveva segnato lui il gol, era felice, i riflettori, le bandiere,
il suo nome urlato dalle ragazze con l’ombelico esposto sul pancino...
Che giorno! Era un ragazzo fortunato, lo sapeva, ma non doveva sentirsi in colpa
per niente e per nessuno. Per niente e per nessuno. Se lo ripeté due volte,
mentre lo stadio ancora rimbombava del suo nome. Anzi, doveva sentirsi
orgoglioso. La proposta era stata subito accettata da tutti, ci tenevano tutti,
in squadra, a non sembrare menefreghisti e viziati. Il cinquanta per cento del
premio partita per sostenere Telethon. Lui era stato il primo a dire di sì, cosa
gli costava, in fondo...
E poi quale fortuna, Sandrino, eh? Venir pagato per divertirsi a giocare a
palla!
Anche il piccolo Mozart si divertiva un sacco a giocare a palla. Rincorreva con
le zampine una sfera di gomma che qualcuno aveva messo nella sua gabbia. Non
aveva mai segnato un gol, non aveva molto spazio, ma era felice. E poi non si
fermava mai, mai, mai... Lo trattavano bene, gli davano da mangiare e lo
lasciavano divertirsi. Un tempo giocava con altri amici, ma a uno a uno vennero
portati via.
Era rimasto solo, era solo già da diversi giorni.
Mozart era un piccolo topo di ceppo Sprague-Dawley, che si divertiva a giocare a
palla.
Nello stabulario si accese una luce. Un guanto di gomma verde lo afferrò
delicatamente. Mozart si stupì, ma era tranquillo. Lo avevano sempre trattato
bene, non potevano fargli niente di male.
Nel laboratorio era accesa una radio. Un giornale qualunque, la voce diceva: con
la generosità di tutti coloro che hanno accolto l’invito di Telethon, sono stati
rifinanziati sette laboratori di ricerca fermi per mancanza di fondi. Dalla
comunità scientifica un “grazie” soprattutto al mondo del calcio. Si sentivano
tutti più buoni, quella sera.
Mozart era un topolino bianco pieno di voglia di vivere e giocare a palla, ma
non capiva il linguaggio degli umani.
I suoi piccoli e mobilissimi occhi videro allontanarsi la gabbia in cui era
stato così bene. La pallina di gomma era ferma in un angolo. Sperava di tornarci
a giocare, ci sarebbe tornato di sicuro. Poi annusò l’aria, c’erano degli odori
che non aveva mai sentito.
Lo portarono in una stanza. C’era una luce strana e alcuni oggetti sul tavolo
riflettevano come un luccichio.
Mozart era un piccolo topo di ceppo Sprague-Dawley, e non capì.
Guardò per l’ultima volta il suo carnefice con occhi riconoscenti e fiduciosi.
Mentre alla radio Joey Ramone cantava “What a wonderful world”.
|